Quanta storia per una tazzina

Visita-spettacolo negli ambienti di Villa di Doccia, prima sede della Richard-Ginori, la manifattura che ha reso celebre la porcellana italiana nel mondo con i suoi pregiati pezzi in “oro bianco” dipinti da artisti.

«Noioso». Diciamoci la verità: quanti di voi non hanno (almeno) pensato questo di un museo di porcellane? Tutte quelle zuppiere, zuccheriere, tazze e tazzine in grande parata, tutte uguali nel loro biancore macchiato di qualche sbiadito fiorellino dipinto. Pregiate, per carità, ma davvero inespressive!
Poi una sera ti raccontano una storia, una di quelle favole che cominciano con «C’era una volta» e partono dalla notte dei tempi, e quella storia ti fa abbandonare lo sguardo superficiale e un po’ perplesso che hai poggiato sulle porcellane, per portarti dentro ogni pezzo. Dall’interno della tazzina la prospettiva cambia e cominciano a scorgersi particolari che non avevi mai notato: laggiù in lontananza, c’è un cinese che per anni ha cercato l’amalgama giusto, a forza di «mischia, mischia, gila, gila», poi un po’ più avanti si vede il Re di Polonia che ha rinchiuso un giovane alchimista in una cantina e anche lui ha impiegato anni per scoprire «l’arcanum» del pregiato impasto. Sempre più in primo piano compare un paffuto signore settecentesco, tale Carlo Ginori, un imprenditore intelligente, di quelli che «avevano la luce qui», proprio in zucca. Insomma questo Carlo fiuta l’affare e fonda una bella fabbrichetta, in un posto sperduto vicino Firenze, Sesto Fiorentino si chiama, e assume tanta gente, la strappa alla povertà e gli insegna la strana arte della porcellana che va avanti per secoli. Continui a seguire la storia, sempre da dentro la tazzina, e lo sguardo arriva davanti, fino a un certo Bruno, un semplice operaio che in Ginori ci ha passato la vita, e ha conosciuto anche colleghi che durante la guerra hanno disinnescato le bombe a mani nude per salvare la fabbrica, la loro fabbrica.
Ecco quello che c’è in una tazzina. Storia, passione, sofferenza e soprattutto amore per una bellezza che nasce dalla devozione e dalla pazienza, che cresce sotto le mani di chi la cura millimetro per millimetro, ciascuna come se fosse l’unica al mondo.
Silvia Frasson conduce per mano alla scoperta di questa storia, in un percorso itinerante all’interno di quella che fu la prima manifattura della Richard-Ginori, in un viaggio divertente e coinvolgente, anzi emozionante. Intorno alla sua figura in anonimi panni scuri, crescono i personaggi e la avvolgono fino a nasconderla, uno si dissolve e un altro cresce, in un avvicendarsi spontaneo e senza rotture che inganna lo spettatore sin dai primi istanti. La Frasson non racconta una storia: lei è la storia. La incarna, le dà voce e consistenza, la sente fin dalle corde più profonde e la trasmette con intensità di scoppio che impregna l’aria e si appropria dell’ambiente. Niente musica, niente costumi, niente gioco di luci, niente scenografia eppure è uno spettacolo.
La storia dei protagonisti della Richard-Ginori non è ancora finita, ma se si interrompesse adesso, in tempo di crisi, non avrebbe un lieto fine. Il racconto della Frasson non vuole trovare una conclusione, continua solo a narrare fino a che tutti vivano felici e contenti.
Ascoltate questa favola e poi provate ancora a chiamarla solo «tazzina».

Lo spettacolo è andato in scena:
Villa di Doccia – Biblioteca Pubblica E. Ragionieri
piazza della Biblioteca, 4 – Sesto Fiorentino (Firenze)
fino a domenica 29 aprile, ore 21.00
(durata 1 ora e un quarto circa senza intervallo)

Tedavì ’98 presenta
Quando non avevamo niente. E poi arrivò il signore della Porcellana
di e con Silvia Frasson
progetto e direzione organizzativa: Lorenzo Ridi

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