Sessione di anatomia teatrale

teatro-eliseo-roma-80x80Al Piccolo Eliseo di Roma, Valter Malosti propone il suo personale adattamento tratto dall’artista tedesco Heiner Müller e crea una dimensione trascendente nella quale brilla impeccabile Laura Marinoni.

Quartett è stato presentato al numeroso pubblico del Piccolo Eliseo Patroni Griffi in un debutto a singhiozzi. Per problemi tecnici, infatti,  due volte è calato il sipario anzitempo. Imprevisti sempre più frequenti sulla scena teatrale contemporanea, in Italia, che sembra languire produzioni indigenti senza distinzioni di categoria tra circuito e Off.  Malosti non ha detto più di quattro battute dopo la sua imponente apparizione sul palco che alza il braccio e fredda la collega monologante con un: «Scusa Laura, non possiamo andare avanti…». Da capo, on demand. Marinoni in una superlativa prova di grande professionalità e pazienza, di fronte a un pubblico indisciplinato che la implora gridando di non ricominciare da capo (d’altra parte “oggi si recita a comando“, non più a soggetto) ripete dal principio. Buona la terza. Nessuna tragedia, perché ammettiamolo, a teatro ogni gesto, ogni azione è teatrale, e con un testo come quello di Müller questa diviene verità assoluta.

Composto nel 1982, Quartett è un collage postmoderno carico di suggestioni, che condensa diverse drammaturgie, da Shakespeare a Brecht. Ispirandosi al classico epistolare di duecento anni prima, Le relazioni pericolose di Laclos (1782), Müller assorbe l’atteggiamento critico diffuso nella Francia del XVII secolo, patria del libertinismo, e lo restituisce attraverso un gioco a incastri in cui la marchesa di Merteuil e il conte di Valmont invecchiati e sotto flebo la prima, si scambiano i loro caustici commenti frustando, sadici, l’etica sociale. Uno dei fili intessuti nella fitta trama di Quartett risale al concetto di tempo. Quello storico della Riforma, il Rinascimento o le crinoline settecentesche mescolate addirittura a un futuro apocalittico posteriore a una fantomatica terza guerra mondiale, (scopriamo nel testo), ma anche il tempo umano, legato all’invecchiamento, alla memoria e quindi alla necessità di “cogliere l’attimo”.  L’opera non segue un andamento lineare, non c’è una storia propriamente da seguire, piuttosto come di fronte a un quartetto d’archi, il pubblico è preso dal ritmo. Altro elemento cardine è  la sistematica volontà di amalgamare. Per esempio, le interpretazioni. I due attori coinvolti, nel flusso della rappresentazioni si scambiano i ruoli invertendo le parti. Valmont il seduttore incontenibile, l’uomo virile, diventa la sua irreprensibile preda, Madame de Tourvel, mentre la Merteuil è in costante mutazione, prendendo possesso dei corpi del volitivo Valmont, e poi della smaliziata vergine de Volanges e della donna malata di cancro che pone fine alla recita. Ma anche un amalgama dei piani drammaturgici con gli attori che, di continuo, entrano ed escono dai personaggi, mischiano la realtà alla rappresentazione. L’allestimento di Valter Malosti sembra mirato a caricare particolarmente questo elemento. La scena fissa rappresenta una stanza asettica di un ospedale, illuminata con sei neon. Il realismo estetico e sonoro è però ben presto sovvertito. Lo spazio diviene surreale, il letto si sposta mosso da un manovratore invisibile, dalle quinte giungono i suoni esplosivi di un mondo in distruzione, lo splendido specchio a parete che riflette solo gli attori in scena cambia colore, la musica si accende e spegne comandata dai gesti di Valmont che, insieme alla marchesa, sembrano due vampiri, creature antiche anche nel linguaggio, trasportate in un tempo eternamente presente. I personaggi però appaiono come vittime della loro congenita incapacità di amare, l’una il doppio dell’altro, femminile e maschile di un io indivisibile che non sa amare se stesso, ma è bramoso di possedere gli altri e, magari, succhiare da loro quel piacere ricercato (ciò che sembra più una dannazione). O ancora di più, sembra recitazione. Il lassismo morale spesso associato al libertinismo, la cui figura di riferimento potrebbe essere il Don Giovanni, eroico e ultraterreno, trova sfogo in un esplicito amplesso oggi divertente e trash, ma che in altri secoli avrebbe condannato l’autore per blasfemia e lo avrebbe posto al fianco di Giordano Bruno, di cui il 17 febbraio, pochi giorni fa, ricorreva l’anniversario del rogo. Un testo anticonformista e perciò libertino reso efficacemente da Malosti e Marinoni.

Eppure lo scetticismo come atteggiamento del filosofo che mette in discussione permea non solamente l’allestimento, ma anche la sua fruizione. Non è di facile lettura/visione, Quartett. Per quanto le scenografie siano evocative, le luci avvolgenti, le musiche e i suoni dosati al millimetro, d’impatto, nonostante la cura nei confronti dell’opera si dimostri filologica e amorevole, resta comunque la difficoltà a mantenere viva l’attenzione. Si insegue un significato profondo, ma sfuggente. Bisogna tenere a mente che il pubblico tiene in tasca la zavorra di un passato enciclopedico e fatica a sorprendersi, schermato dalla sensazione di aver già visto tutto. Oggi la maggior parte degli spettatori non cerca tanto uno stimolo intellettivo, deve sentirsi provocato esteticamente, e soprattutto coinvolto, quasi  fosse sul palco con gli attori. Sente il bisogno di esprimersi e dire la sua in un “commento” estemporaneo, inviato senza riflettere, di pancia. Le lettere di Laclos sono oggi i milioni di messaggi in tempo reale, inviati anche nel bel mezzo di un monologo ottimamente recitato.  Il pubblico-bianconiglio ha fretta, e magari deve solo controllare il telefonino per scrivere pensieri a caso, dire in modo genuino, senza mezzi termini. È abituato a una comunicazione che desidera schietta. La campanella dell’ora concettuale è suonata. Il  bagaglio è difficile da sollevare, serve uno sforzo in più per liberarci dalle innumerevoli avanguardie. Siamo seduti nella punta delle unghie cresciute sulla mano di un cadavere come lunghi artigli, proprio come afferma il Valmont di Müller. Se tale condizione dipenda dal testo o dalla nostra educazione, ognuno sarà libero di riflettervi e darsi una risposta.

MalostiMarinoni

Lo spettacolo continua:
Teatro Piccolo Eliseo

via Nazionale, 183 – Roma
fino a domenica 2 marzo 2014
orari: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20.45; mercoledì e domenica ore 17.00
(durata 1 ora e un quarto circa, senza intervallo)

Fondazione del Teatro stabile di Torino presenta
Quartett

di Heiner Müller
da Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos
nuova versione italiana Agnese Grieco, Valter Malosti
regia Valter Malosti
con Laura Marinoni, Valter Malosti
dramaturg Agnese Grieco
scene Nicolas Bovey
suono e live electronics G.u.p. Alcaro
luci Francesco Dell’Elba
costumi Gianluca Falaschi
assistente alla regia Elena Serra
Spettacolo adatto a un pubblico adulto

 

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