L’anima del Romanticismo #2

Lo splendido Palazzo Piccolomini della “città ideale” di Pienza è il palcoscenico scelto da Paesaggi Musicali Toscani per una seconda magnifica serata dedicata all’anima del Romanticismo.

L’analisi dell’opera beethoveniana costituisce un osservatorio privilegiato per comprendere come e con quale potenza le epocali trasformazioni della società occidentale del XIX secolo ebbero un diretto corrispettivo nella trasfigurazione artistica di quello che a buon diritto può esserne considerato il massimo esponente in musica.

Tuttavia, contrariamente a quanto fece Rossini, Beethoven fu un originalissimo innovatore del Romanticismo, più che un suo “semplice” interprete: l’abisso e il sublime, l’assoluto e lo sforzo morale vennero sì assunti come elementi costanti della propria opera, ma, allo stesso tempo, collocati all’interno di un processo di autentica “messa in crisi”. Lo spirito del tempo, infatti, venne inglobato dal genio tedesco in una relazione profondamente dialettica, soprattutto nel momento in cui esso stava per essere “assunto” e reso innocuo dall’ideologia individualista dell’emergente classe del tempo, la borghesia.

Alcune delle tappe più significative di questo percorso di rivoluzionaria sperimentazione dei materiali sonori e ribaltamento delle forme musicali sono state presentate dal Quartetto di Venezia nel programma del festival Paesaggi Musicali Toscani del 26 agosto.

Genere che nel Settecento, grazie all’attività di Haydn e Mozart, aveva trovato il proprio apice espressivo e formale, il quartetto venne inizialmente affrontato da Beethoven proprio avendo quali termini di paragone esempi di inarrivabile complessità e perfezione. I sei Quartetti op.18 costituirono un momento cruciale per il compositore tedesco, il quale, dopo un iniziale “apprendistato” rispetto ai modelli sopra citati, iniziò a “mettere alla prova” l’ormai raggiunta padronanza delle relative tecniche e ad affermare la propria autonomia – pur mostrando, nella loro realizzazione, di non aver ancora raggiunto una piena maturità con, da un lato, la canonica ricerca di un dialogo tra strumenti e la relativa semplicità di una scrittura caratterizzata dal fraseggio del primo violino e, dall’altro, il contraltare di un paradossale eccesso nella “costruzione” tematica.

Su ben altro livello si pone, invece, la Grande Fuga op.133, suprema sintesi della tradizione fugata e contrappuntistica barocca e delle drammatiche atmosfere della sonata classica. Se la radicalità del contrappunto e la conseguente asperità d’ascolto la resero invisa ai contemporanei, oggi si rimane ammirati dalla profondità e dalla lucidità di un’ambizione compositiva che diede forma non solo a uno dei massimi capolavori del genere, ma anche a una delle opere più ardite in termini di sperimentazione e complessità della storia.

Le tre ampie fughe, l’introduzione (Overtura) che le precede e in cui vengono presentati tutti e quattro i soggetti tematici che poi verranno successivamente sviluppati, gli episodi di mezzo in stile contrappuntistico: la costruzione spazia tra spiralici cambi di ritmo, ma riesce sempre a conservare una sconcertante coerenza organica grazie alla funzione del cosiddetto “tema fondamentale”, cellula sonora rispetto alla quale l’intera esposizione dei temi si dispiega attraverso variazioni, imitazioni e contrasti.

Passionale e tragica, aspra e vigorosa, ma anche capace di tangere verso momenti di autentico lirismo e divertimento, la Grande Fuga op.133 è senza ombra di dubbio una delle pagine che hanno segnato i futuri sviluppi della musica occidentale.

Sinceramente romantici, ma già gravidi di elementi che avrebbero portato alla rottura di Beethoven con la tradizione del genere, sono i tre Quartetti Razumovskij, i quali costituiscono un momento ponte e di passaggio tra tradizione e innovazione del linguaggio.

Al netto delle differenze dal punto di vista dei contenuti sonori e dell’insistere sul virtuosismo del primo violino, Beethoven aveva ormai abbandonato il classicismo delle opere giovanili e si era avviato – senza se e senza ma – in direzione di una netta sperimentazione formale. Da questo punto di vista, senza voler trascurare l’innesto di tecniche, elementi e atmosfere inedite, l’innovazione introdotta con maggiore decisione dal secondo Quartetto Rasumovsky riguarda il protagonismo di tutti gli strumentisti con la proposta di dare “vita” a un “nuovo genere” in cui a suonare non sarebbero stati più quattro, ma un solo strumento.

Turbolenta e al tempo stesso poetica e danzante, la scrittura di questo Quartetto è da subito carica di tensione, incalzante, grondante di pathos e oscura. Lo sviluppo ritmico segue questa dialettica emotiva e mostra come Beethoven avesse ormai operato una scelta di campo definitiva, rotto con la tradizione, ma anche con le mode sentimentaliste del tempo, e dunque annunciato l’avvento di una nuova stagione musicale finalizzata all’incessante ricerca dell’assoluto.

L’esecuzione del Quartetto di Venezia è eccelsa, magistrale e ineccepibile nel restituire con assoluta precisione tecnico-interpretativa un inarrestabile vortice di emozioni – a volte rudi, frenetiche e passionali, in altre capaci addirittura di divertissement – e nel controllarne le più intime tonalità del suono.

Il concerto è andato in scena
Paesaggi Musicali Toscani

Palazzo Piccolomini, Pienza
26 agosto, 18:30

Quartetto di Venezia
Andrea Vio e Alberto Battiston, violini
Marco Paladin, viola
Angelo Zanin, violoncello

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Quartetto op.18 n.2 in G major
Grande Fuga op.133 in B flat major
Quartetto in E minor op.59 n.2 Rasumovsky

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