Autrice di se stessa

Al Puccini di Firenze arriva Quasi Grazia – lo spettacolo ispirato alla vita, pubblica e privata, dell’unico Premio Nobel alla Letteratura italiano assegnato a una donna, Grazia Deledda.

Veronica Cruciani scrive nelle sue note di regia: “La presenza di Michela Murgia, per la prima volta in scena, è una scelta non casuale in questa direzione; sarda, scrittrice e attivista per i diritti delle donne, era ideale per generare un effetto doppelgänger, in cui la sua figura di donna contemporanea e quella della ragazza sarda del Novecento si richiamassero continuamente come in un controcanto”.
Da questo inciso si può partire per recensire lo spettacolo, in questi giorni in scena a Firenze.
L’idea della Cruciani è, infatti, accattivante e quando vediamo comparire Michela Murgia che – leggendo da un libro con quel suo accento caratteristico – ci introduce alla vita di Grazia Deledda e a quella giornata particolare, in cui la giovane scrittrice lasciò per sempre la Sardegna, il cortocircuito mentale avviene indubbiamente. Amplificato, a livello immaginifico, dai personaggi surreali che compaiono in scena e che impersonano varie figure dell’universo fantastico dell’autrice (storie per l’infanzia dalle quali sembra bandito il lieto fine ma non la dimensione fiabesca e/o onirica, oltre alla capacità di rappresentare simbolicamente le paure inconsce e la crudeltà priva di vincoli inibitori del bambino – à la Grimm).
Quando, però, lo spettacolo procede, qualcosa si rompe. Il castello in aria che si è presentato ai nostri occhi e ai nostri sensi (anche grazie alle ottime musiche) si frantuma. Perché?
Quello che non convince si può riassumere in due punti.
Il primo è uno squilibrio interpretativo. Un testo non è diverso da uno spartito: l’insieme degli strumenti vocali e gestuali degli attori servirà agli stessi per ricoprire i ruoli che, in una sinfonia, sono eseguiti dai vari musicisti. Al direttore d’orchestra resta di amalgamarne il suono e uniformarne l’esecuzione; ai solisti la capacità tecnica ed espressiva – oltre all’affiatamento – per trasformare una profusione di suoni e ritmi in un’opera coesa. Questo, in Quasi Grazia non avviene. Purtroppo Michela Murgia appare rigida, monotòno: non ha la padronanza scenica di un attore e – visto anche che è un’autrice – è naturale che sia così. C’è però da chiedersi perché invitarla a salire su un palco; perché sempre più spesso personaggi del mondo del giornalismo, della televisione, della letteratura, prendano il posto degli attori (che, si badi bene, hanno studiato e lavorato per anni prima di calcare quello stesso palco e possedere la succitata padronanza). E c’è da chiedersi se questa cosiddetta “cura” del nome di richiamo, per rivitalizzare un teatro asfittico, non stia ammazzando il teatro – più che rianimarlo. Non vogliamo, ovviamente, sostenere che la scelta, in questo caso, fosse dovuta al fatto che Michela Murgia è una scrittrice di fama con una rubrica televisiva molto seguita. Il risultato, però, nonostante le premesse del caso fossero diverse, non cambia: la sua prova attorale e quella di Marco Brinzi, altrettanto ingessato e con un improbabile accento “continentale”, non suonano all’unisono, non si fondono, non creano quell’armonia di cui sopra. Si avverte quasi un certo imbarazzo. Mentre, su tutto e tutti, giganteggia Lia Careddu, semplicemente splendida, con doti linguistiche, vocali e interpretative da autentica signora del teatro, capace di essere grande anche quando si fa piccola – credibile madre dolente, e altrettanto credibile visione onirica e surreale.
Il secondo punto che non ci ha convinti è la struttura drammaturgica. Tre situazioni cadenzano lo spettacolo: la partenza di Grazia da Nuoro, il conferimento del Nobel (ma si mette in scena un’intervista all’autrice), e la sua morte (o, meglio: il momento in cui lei e il marito apprendono che, dalle lastre, è chiaro che il cancro al seno che l’aveva colpita la porterà in breve tempo alla morte). Ora, le tre scene, disgiunte, e drammatizzate senza un chiaro sviluppo psicologico dei protagonisti, e anzi continuando a ribadire i medesimi concetti (il difficile rapporto madre/figlia; la presunta incomprensione della critica – ma la Deledda ebbe anche molti estimatori, non ultimo D. H. Lawrence; l’inettitudine vera o presunta del marito), appaiono più come sketch che non come parti di un dramma, un unicum che voglia restituirci un personaggio complesso quale la Deledda.
Un’operazione, però, interessante perché intesa a riportare, al centro dell’attenzione, la figura di una grande letterata e il percorso irto di ostacoli che le donne, di ieri ma anche di oggi, devono superare quando vogliano scrivere la propria storia, quando pretendano di emergere in universi appannaggio dei maschi – dalla letteratura alla medicina, dalla ricerca alla politica (in pratica, qualsiasi professione al di fuori della cura, della casa e del ricamo).

Lo spettacolo continua:
Teatro Puccini
via delle Cascine, 41 – Firenze
fino a sabato 4 novembre, ore 21.00

Sardegna Teatro presenta:
Michela Murgia in
Quasi Grazia
di Marcello Fois
regia Veronica Cruciani
con Lia Careddu, Valentino Mannias e Marco Brinzi
assistente alla regia Lorenzo Terenzi
scene e costumi Barbara Bessi
assistente scene e costumi Laura Fantuzzo
costumi Michela Murgia e Patrizia Camba
drammaturgia sonora Francesco Medda – Arrogalla

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