Il metodo Marconcini

Teatro EraA qualche mese di distanza dal debutto, torniamo a vedere Quasi una vita con la coppia Dario Marconcini e Giovanna Daddi per continuare la nostra ricerca di un teatro necessario

Capita raramente di rivedere uno spettacolo, sia per ovvie ragioni di tempo e sia perché, se lo spettacolo ha convinto, si vuole rimanere con la propria felice – sebbene a volte fallace – convinzione. Però, c’è sempre l’eccezione a confermare la regola. Ci era già capitato di rivedere, ad esempio, Stasera sono in vena di e con Oscar De Summa o il radio edit de I Giganti della Montagna con Roberto Latini. In questo caso la scelta è stata in parte dovuta alla nostra personale ricerca sul teatro e, in parte, al piacere di ritrovare in scena Marconcini e Daddi – tentando di capire come il metodo di Dario sia in grado di restituire pienezza e autenticità alla parola teatro.
Facciamo una premessa: noi vogliamo cogliere l’essenza di Quasi una vita, la sua ragion d’essere, il nocciolo di una poetica. Possiamo quindi eliminare ogni accessorio od orpello: la porta e le stelle; le divagazioni filosofiche sul senso del teatro; la clessidra fastidiosa; la tirata sull’attore paragonato a Faust e che si venderebbe l’anima per il successo ma, soprattutto, per vivere in una sola, dieci, cento, tutte le vite; e togliamo anche quelle figure fantasmatiche che dovrebbero forse rimandare al doppio di Artaudiana memoria e che, al contrario, distraggono da loro, dalla ragione stessa di Quasi una vita: una coppia di attori che, di fronte a una comunità, si ritrova a compartecipare il rito laico del teatro.
Perché da subito si nota una cosa: Marconcini e Daddi non interpretano se stessi. Grazie al metodo di Dario, sebbene raccontino squarci di vita vissuta, non mirano a sollecitare il voyeurismo televisivo al quale è ormai avvezzo lo spettatore. Dario e Giovanna si allontanano da quel testo intessuto di ricordi e tornano al senso della parola, della sillaba, della pausa. Si sente la lezione di Jean-Marie Straub: quegli accenti e quei silenzi diventano significanti loro stessi, al pari delle parole, per restituire un senso che va aldilà dell’autobiografismo e scende nell’esperienza umana condivisa, fondendosi nel respiro comune.
Marconcini e Daddi si porgono e scambiano le battute con la leggerezza dell’esperienza che non sale mai in cattedra, ma umilmente sperimenta ogni volta, sul palco, il proprio limite umano.
Ma c’è di più. Per loro sarebbe facile interpretare se stessi. Nulla di più lontano da quanto fanno e hanno sempre fatto. Rifuggendo dallo psicologismo à la Strasberg, Marconcini costruisce percorsi di senso raccontando i suoi personaggi. Sono due giovani innamorati su una terrazza affacciata sul mare, sono una coppia di adolescenti presi dal proprio egoistico sogno d’amore, sono due estranei sognanti, una coppia che affronta i marosi della malattia, due anziani che si aiutano a percorrere l’ultimo tratto, quello più impervio perché mai attraversato. Solo alla fine, questo lungo percorso assume un senso, per noi spettatori, e la ricostruzione del personaggio, come quella dell’io, ci appare in tutta la sua complessità, che è anche la nostra – di esseri umani.
Marconcini docet.
Chapeau a due grandi del teatro, di cui si sente la necessità.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
via Indipendenza – Pontedera (PI)
venerdì 19 ottobre 2018, ore 21.00

Fondazione Teatro della Toscana ha presentato:
Quasi una vita. Scene dal Chissàdove
drammaturgia Stefano Geraci e Roberto Bacci
regia, scene e costumi Roberto Bacci
con Giovanna Daddi, Dario Marconcini, Elisa Cuppini, Silvia Pasello, Francesco Puleo e Tazio Torrini
interventi sonori a cura di Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti
allestimento Sergio Zagaglia, Stefano Franzoni e Fabio Giommarelli
assistente alla regia Silvia Tufano
scrittura fisica Elisa Cuppini
scenografa pittrice Chiara Occhini
assistente costumi Chiara Fontanella

www.teatroera.it

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