Le eleganti ossessioni di un giovane autore

Questo silenzio dà corpo alle inquietudini del vivere contemporaneo usando la tragedia come modello rappresentativo investendo la platea del compito di rielaborare quanto appreso e di collettivizzare i problemi che oggi si vorrebbero relegati nella sfera dell’individualità.

Giovanni Franci ci ha abituati a una eleganza della scrittura scenica con la quale ammanta i suoi testi di un’aura di letterarietà pur rimanendo squisitamente teatrali, da mettere in scena e per la scena.
Tra le coordinate di una poetica composita e variegata Franci inventa, o, meglio, “incontra” dei personaggi che si muovono nel limine del patologico che non è mai però la mera espressione di una individualità, di una problematica del singolo personaggio, ma l’espressione di una condizione condivisa, collettiva, sociale.
Tre i personaggi in scena stavolta, due uomini e una donna. Un padre, una madre e un figlio i cui rapporti e le cui vicissitudini ci vengono raccontati e riproposti dai punti di vista di ognuno di loro, con una continuità e delle differenze narrative che ricordano le a-logicità del sogno.
La storia raccontata, che Franci lascia ricostruire allo spettatore, risiede più nel riverbero emotivo che gli eventi inducono nei personaggi e nella platea che nello sviluppo logico-narrativo. Non perché manchi alla storia coerenza o il meccanismo di causa-effetto, tutt’altro, ma perché in alcuni slittamenti temporali, o di situazioni, quando lo spettatore, capendo una verità fino a quel momento abilmente nascosta, è chiamato a riconsiderare tutto quanto ha visto e appreso fino ad allora, trova spazio la cifra esistenziale di una umanità schiacciata dai rapporti parentali, dalla famiglia e dalle ineluttabilità dei suoi rapporti di potere. Rapporti familiari che, per quanto vituperati e “pericolosi”, rimangono l’unica cellula base di aggregazione e di costruzione di un sentimento amoroso.
Tra incesto e prostituzione, tra violenza contro le donne e ricerca di identità, sociale e individuale, i personaggi di Questo silenzio esplorano il proprio status di uomini, di donne, di giovani, di adulti, di etero e di omosessuali, di genitori e di figli, declinando l’universale nel particolare di una individualità, di una storia raccontata, di una violenza subita, agita e immaginata le cui conseguenze etiche ed emotive sono lasciate nelle loro valutazioni ultime alla platea.
Una riflessione sui rapporti interpersonali che parte dall’evenemenzialità del dettaglio contemporaneo, l’imminente fine del mondo secondo il calendario Maya, per sviluppare tramite il suicidio e l’omicidio, l’abuso di droghe e la violenza anche psicologica, una rielaborazione collettiva dell’immaginario alla ricerca di soluzioni immediate per la crisi valoriale, morale e politica, nel senso di “vita nella città”, su cui il pubblico è chiamato a riflettere qui e ora.
Senza alcun moralismo borghese, la prostituzione maschile è vista come liberazione e autoaffermazione, seguendo un elegante sviluppo drammaturgico, che, soprattutto nella prima parte, usa il nastro registrato per restituire il monologo interiore dei personaggi. Questo silenzio ragiona sul teatro e sugli attori – molte le citazioni, da quella diretta da Le lacrime amare di Petra von Kant fatta dal personaggio femminile, che ha perso la memoria e ricorda solo le parti memorizzate per la scena, alle Argonautiche di Apollonio Rodio – dimostrando come la drammaturgia sia ancora viva e il teatro il luogo più adatto a pensare al presente non dinanzi a un pubblico ma con il pubblico, chiamato a interpretare ed esprimersi su quanto vede in scena. Un pubblico inglobato nella rappresentazione dall’intervento cantato, a cappella, di Claudio Cassio che si alza tra le poltrone intonando un blues malinconico e in piena sintonia con quanto accade in scena.
Franci, che firma anche la regia, non sbaglia nemmeno un interprete dando a Marco Quaglia il ruolo del padre – lui che non ha affatto le physique du rôle ma che riesce a restituire il suo personaggio grazie alla postura del corpo in maniera davvero sorprendente -, a Danilo Vanella il ruolo del figlio, che il giovane attore interpreta con tutto il candore e la malizia che il suo personaggio richiede, producendosi anche in un generoso e naturale, perché consono alla situazione, nudo integrale, mentre Alessia Innocenti possiede una innata, dirompente e discreta grandezza interiore che la fa stagliare in scena appena vi appare, elegante, algida, autorevole, solenne, magnifica.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Belli
piazza Sant’Apollonia 11/a, Roma
sabato 23 e domenica 24 giugno, ore 21.15

Garofano Verde – Scenari di Teatro omosessuale presenta
Questo silenzio
di Giovanni Franci
regia Giovanni Franci
con Alessia Innocenti, Marco Quaglia, Danilo Vanella
scene Emanuela Bonella
costumi SITenne
progetto grafico Ilaria Conforti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.