C’era una volta Lenin

Al Teatro Puccini di Firenze, la Russia vista dal basso: uno sguardo sull’Urss attraverso gli occhi del popolo, la voce di Moni Ovadia e la musica di Carlo Boccadoro.

Rabinovich e Popov: chi sono? Il titolo dello spettacolo pone subito un interrogativo che incuriosisce. Lo spettatore va a teatro per scoprire l’identità dei due nomi e si sente dire da Moni Ovadia: «Stasera vi spiego la storia della Russia». L’affermazione, così a freddo, sembra quasi una minaccia: un Paese tanto grande, dal passato così antico e complesso, spaventa per la sua dimensione macroscopica. La pretesa, in effetti, è ardua (taluno spera da subito che Ovadia avrà la pietà di effettuare significativi tagli), ma l’autore e interprete sembra non essere intimorito e comincia il suo racconto.

C’era una volta… e la narrazione prende le mosse dagli esordi della Rivoluzione, da quell’ottobre glorioso in cui tutti gli oppressi poterono finalmente urlare il loro malessere, all’alba di un giorno pieno di speranze di libertà e di riscatto sociale. Lenin e Trotsky si stagliavano sull’orizzonte luminoso della nuova era, come la mente e il braccio della teoria marxista che aveva preso vita e che da impalpabile teoresi si trasformava in realtà concreta. Con la morte di Lenin, però, ebbe inizio il precoce tramonto di questo brevissimo giorno: la cortina di buio e terrore calò presto sulla radiosa Russia: l’orrore dei gulag e delle deportazioni trasformò il sogno in un terribile incubo. Come ogni proiezione onirica, anche l’incubo staliniano doveva dissolversi, e ciò avvenne con l’avvento di Brežnev e Chrušcëv. Il grande transatlantico Urss si schiantava contro l’Occidente, sgretolandosi miseramente.

Ma torniamo al titolo. Rabinovich e Popov sono tra i cognomi più diffusi in Russia: fra gli ebrei russi, il primo, e fra i russi ortodossi, il secondo – una sorta di signori Rossi che, per la loro tipicità, diventano i simboli delle persone comuni che si ritrovarono a vivere in quella Russia. Nello Stato che si cimentava nell’utopia, essi diventavano il compagno Rabinovich e il compagno Popov, che affrontavano le piccole manifestazioni quotidiane della imponente organizzazione sovietica: le file per le arance, gli spostamenti in autobus, le contraddizioni spicciole che trapelavano dalle incipienti crepe del sistema.

Moni Ovadia non racconta gli eventi come un manuale di storia, ma si concentra sugli avvenimenti, per così dire, minuti, quelli delle persone semplici, e per farlo si avvale di testimonianze dell’epoca ma, soprattutto, delle storielle ebraiche, che brillano come pietre preziose incastonate nello spettacolo. Ovadia, grande conoscitore del patrimonio di cultura popolare ebraica, istruisce e al tempo stesso diletta il pubblico sulla storia degli ebrei in Russia, sul modo in cui essi vissero questo spicchio di storia.

I brevi racconti mostrano la pointe ironica, se non cinica, che costituisce una caratteristica dello humour ebraico. Allo scopo di rivelare il lato meno conosciuto dell’indole di questo popolo, Ovadia si avvale anche di brani musicali eseguiti dal maestro Boccadoro – il quale lo affianca raccontando anch’egli la storia della Russia, grazie al suo alfabeto fatto di ottantotto tasti. Gli interventi musicali di Boccadoro sono incisivi e puntuali, organizzati in perfetta armonia con il testo di Ovadia. D’altra parte, solo la sapiente fusione delle due componenti, teatrale e musicale, oltre al carisma e alla levatura di Ovadia e di Boccadoro potevano mantenere desta l’attenzione della platea per ben 155 minuti sciorinati tutti d’un fiato – senza concedere e concedersi il lusso di una pausa.

Ci voleva coraggio per pretendere di divulgare un argomento così complesso e ancora tanto spinoso senza annoiare e, anzi, suscitando con ironia una profonda riflessione, ma gli audaci riescono nei loro propositi e la pièce Rabinovich e Popov è una buona dimostrazione anche per lo scettico più irremovibile.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Puccini
via delle Cascine, 41- Firenze
venerdì 15 e sabato 16 aprile

Promomusic presenta:
Moni Ovadia in
Rabinovich e Popov
e Carlo Boccadoro al pianoforte
scritto e interpretato da Moni Ovadia
con Carlo Boccadoro
(durata due ore e 35 minuti circa)

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