La materia di cui son fatti i sogni

Al Teatro Argentina, per il Romaeuropa, James Thierrée presenta in prima nazionale il mondo oltre lo specchio di Raoul.

Danzante, solitario e muto, se non fosse per alcuni versi gutturali di dialogo con l’ambiente e i suoi strani personaggi, Raoul è la potente metafora di un essere umano che cerca un posto al mondo, tenta di mettere ordine al caos e affronta i propri demoni interiori esondando in uno stratificato formalismo esteriore.

È, infatti, un mondo onirico dai tratti surreali, prima di ludica ilarità e poi di tremenda mestizia, quello in cui abita Raoul, una sorta di clochard dai capelli cenerini che vive all’interno di una torre costruita con le vele di quella che sembrava essere una nave ormai in naufragio e attorno alla quale prenderanno forma le pulsioni di un individuo alla ricerca di sé.

In questo non-lieu, Raoul prova una vita comune (bere il tè, leggere, suonare il violino, dormire), ma esplorandone i dintorni scopre creature da cui ogni volta è interrotto nelle proprie faccende quotidiane. Sono compagni bizzarri e baroccheggianti che assumono forma direttamente dai sogni e da materiali poveri, abitanti dei mari (una balena, una medusa, un pesce) e della terraferma (un elefante, un cavallo), ma tra loro c’è anche l’ombra del proprio doppio che lo perseguita, mentre Vivaldi, Strauss, Schubert e Bach lo accompagnano in passi coreografici di inaudita spontaneità e totale padronanza del corpo.

Lo spettacolo è un insieme di emozioni e di colpi di scena, di ricerca della condivisione con il pubblico declinato in un contesto visivo colmo di contraddizioni, è la manifestazione stessa di una libertà di pensiero e sentimento che nessun limite (interiore o esteriore) potrà scalfire. Non i limiti della struttura stessa della torre/nave/prigione che invano aveva cercato di ingabbiarlo e via via viene abbattuta. Non gli animali fantastici con cui il gioco è sempre ambiguo, da un lato fonte di distrazione dalle proprie faccende, dall’altro di quella compagnia di cui nessun essere vivente può realmente fare a meno.

Nonostante sia stato il primo assolo di James Thierrée, in Raoul gli incantati e incantanti sviluppi delle dinamiche teatrali non hanno, però, in questo straordinario interprete il proprio unico protagonista; perché se la macchina funziona con mirabile efficacia, il merito va condiviso con un cast la cui presenza in absentia è tanto necessaria quanto sontuosa nel permettergli di scomparire e ricomparire con perfetto sincronismo e di interagire in maniera circostanziata con ogni oggetto di scena.

Il circo di Thiérrée si compone di tutti quelli che sono elementi e concetti tipici del genere, gioco, travestimento, giocoleria, acrobazia, continua trasformazione, ma sembra a tratti incerto nella sua relazione con una poetica più tipicamente teatrale. La struttura del racconto è spezzata in due, così come il target di riferimento.

Nella prima, dominata dalla dimensione ludica e dalla ricerca della complicità dei più piccoli, Thiérrée – che delinea la vita di un uomo che attraversa i propri incubi notturni, incontra le proprie paure e prova a sfidarle – pur senza cadere nel grottesco, paga dazio a una dimensione buffa romantica e dominante, eccessivamente ripetitiva nella successione di gag e in parte anche stucchevole.

Nella seconda, l’intuizione tragica e la teoria critica diventano radicali: l’insoddisfazione di un essere che aveva cercato conforto nelle piccole cose e nel divertissement crolla di fronte al senso della propria abissale solitudine e Thiérrée restituisce la frattura attraverso momenti più drammaticamente performativi e di alto impatto fisico e scenografico (stupefacente la costruzione lineare dell’enorme uccello composto dai pali di una torre ormai a pezzi). La lotta per l’affermazione della propria dignità, per la legittimità di ogni anelito alla felicità, configurano la sensazione di una mancanza, di un tentativo di onirico superamento verso la liberazione di una vita che, pur non potendo mai completarsi, è sempre pulsante e senza compromessi.

Tuttavia, nonostante l’eccessivo incedere della prima parte su contenuti e gestualità infantili, i loro piegarsi al bisogno di condivisione con il pubblico e il troppo netto virare verso contenuti impegnati della seconda restituiscano più di una sensazione di disomogeneità, l’interpretazione di Thiérrée, ponendosi sul labile confine tra performance circense e performance art, assume la fantasia quale propria strada maestra e questa scelta riesce a fare di Raoul una narrazione non scevra di luoghi comuni, ma capace di parlare a tutti e di approdare senza moralismi a una meta di mitica innocenza e di ancestrale malinconia.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno del Romaeuropa Festival
Teatro Argentina
2 – 6 Ottobre 2019

Raoul
progettato, diretto ed eseguita da James Thierrée
costumi e design degli animali di Victoria Thierrée
suono Thomas Delot
luci James Thierrée e Bastien Courthieu
l’ombra e le creature Samuel Dutertre
direttore di palco Guillaume Pissembon e Anthony Nicolas
light manager Bastien Courthieu
costumi e set manager Sabine Schlemmer
registrazioni di chitarra elettrica Matthieu Chedid
assistente alla regia Laetitia Hélin e Sidonie Pigeon
estratti musicali “Manifeste” Tony Gatlif e Delphine Mantoulet
set e costumi Victoria Thierrée, Monika Schwartzl, Matthieu Bony, Marie Rossetti, Pierre Jean Verbraeken, Jean Malo, Véronique Grand, Pauline Köcher, Brigitte Brassart, Philippe Welsh
produzione La Compagnie du Hanneton/Junebug
coproduzione con La Coursive Scène nationale de La Rochelle, Théâtre Royal de Namur, La Comédie de Clermont-Ferrand, Théâtre de la Ville Paris, barbicanbite09 (Barbican Theatre, London) e Crying Out Loud, Abbey Theatre Dublin, Maison de la Danse Lyon, Théâtre National de Toulouse

@foto Richard Haughton

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