Parola, strumento di potere

Il Teatro Orologio ospita la regia di Stefano Sabelli che propone uno dei grandi capolavori di Shakespeare dove la follia si unisce a orditi complotti.

Lear è un re ormai vecchio e stanco che, non riuscendo ad amministrare il proprio regno, non trova di meglio che spartirlo tra le figlie scegliendo quale criterio di divisione la capacità di ognuna di esse di esprimergli il proprio amore. Goneril e Regan, accecate dall’avidità, vendono le loro parole al servilismo e all’adulazione declamando un grande amore, Cordelia invece non esplicita il suo affetto affermando che non servono grandi discorsi per esprimerlo. Il re, oltraggiato dall’inadempienza della figlia, decide di allontanarla insieme al conte di Kent che aveva parteggiato per lei. Lo spettacolo rende subito chiaro come le belle parole di Goneril e Regan siano solo delle falsità edulcorate con il miele della perfidia, inganni ben pensati per raggirare il padre e sottrargli tutti gli averi, mentre il breve discorso di Cordelia risulta invece più semplice e genuino. La parola viene dunque usata come strumento di potere e di soggiogamento e, perdendo la propria fondamentale fuzione comunicative, diventa priva di senso, oltre che di contenuto.
Il re diventa pazzo a causa delle continue trame delle due figlie e si ritira a vagabondare con un servo e con un matto che agita il proprio ombrello declamando criptiche parole. La regia di Stefano Sabelli sottolinea la caduta nella follia di Lear, un cappello da giullare e un ombrello cui sono attaccate delle corde sono le sue insegne regali, gli attori prendono le funi e cominciano a girare vorticosamente: così la scena assume un importante valore indicando come la follia sia dovuta a intrighi che, legati tra loro, tempestano la mente dell’uomo riducendolo a inerme spettatore, la cui impotenza – fonte di paura e terrore – lo schiaccia facendolo precipitare nella pazzia.

Per questo Sabelli decide di sfruttare tutto lo spazio che il Teatro Orologio offre e spesso gli attori si mischiano al pubblico, a volte integrandolo nella scena; la scelta aumenta il coinvolgimento degli spettatori creando la sensazione di vivere le vicende come muti personaggi con i quali i protagonisti istituiscono una comunicazione diretta.

Intorno alla storia di Lear si sviluppano delle vicende secondarie ed è proprio questa ricorrente caratteristica delle opere shakespeariane che, per un verso, arricchisce lo spettacolo ma, per l’altro, rappresenta anche una difficoltà dovuta alla necessità di saper ben organizzare le varie storie. Se il regista riesce a gestirle sapientemente per buona parte del racconto, risulta più pesante la scelta di narrare la morte di quasi tutti i personaggi in un’unica scena, dove essi proclamano la loro battuta finale per poi accasciarsi al suolo.

Lo spettacolo riesce comuque a far riflettere evidenziando come le sole persone capaci di amare il re, indipendentemente da come egli le trattasse, fossero proprio le uniche allontanate poiché considerate “pazze” per la scelta di contraddire il sovrano. Il duca di Kent e Cordelia sono i soli che hanno mantenuto una condotta morale giusta, divenendo così il simbolo di come l’affetto profondo che lega le persone travalichi qualsiasi dissidio o impedimento.

Lo spettacolo continua
Teatro Orologio

Via dé Filippini 17/a
dal 28 ottobre al 6 novembre 2016
dal venerdì al sabato ore 21.30 – domenica ore 18.30

Re Lear
di William Shakespeare
traduzione Alessandro Serpieri
adattamento e regia Stefano Sabelli
con Stefano Sabelli e con Marco Caldoro, Fabrizio Russo, Eva Sabelli, Bianca Mastromonaco, Michela Ronci, Piero Grant, Gianluca Vicari, Lorenzo Massa, Simone Bobini, Danilo Capezzani, Michele Manocchio
musiche dal vivo Fanfara balcanica di Riserva MOAC
scene Michelangelo Tomaro
costumi Martina Eschini e Marisa Vecchiarelli
produzione Teatro del Loto

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