Sì, poteva succedere

Al teatro dell’Olivo di Camaiore Caterina Simonelli porta in scena Real Lear, drammaturgia originale in dialogo con l’opera Shakespeariana. Cosa di un’opera scritta secoli fa entra in risonanza con le nostre vite? In vite normali di persone normali?

Caterina Simonelli presenta con Real Lear un lavoro originale, in cui affronta la storia della sua famiglia, tenendo come punto di riferimento il Re Lear di Shakespeare, regalando al pubblico un interessante risultato, da un lato commento al margine del Lear, e dall’altro elaborazione il cui sottotitolo potrebbe essere “quel che del Re Lear parla ed è vivo me” (e per estensione in noi).
Sebbene l’impresa, in teoria, sembrerebbe pericolosa, la sincerità della sua scrittura dimostra invece che non solo è possibile ma che le preoccupazioni a volte sono solo elucubrazioni, e forse riguardano più le intenzioni che il risultato.
Il tono familiare del racconto personale, con semplicità, esprime pensieri e commenti che, come scatole cinesi, si aprono a molteplici significati e piani di lettura nell’entrare in dialogo col testo shakespeariano. In sé, il Re Lear, col suo re/bambino, folle e capriccioso, è emblema dello scontro: con la vecchiaia, col potere, con la morte che incombe. Confrontandosi con esso, Real Lear presenta molti spunti che si rivelano interessanti per leggere il testo del bardo da nuovi punti di vista. Si crea così un ponte fra i due mondi – quello della storia personale e quello del Re Lear – e un pilastro della storia del teatro, non solo bellissima e profonda lettera, ma che affonda le radici nella carne viva del nostro quotidiano. Le riflessioni sul Re Lear aiutano a guardare alla propria storia, a cercarne il senso; e di rimando, quelle sulla propria vicenda umana gettano sulla storia raccontata nel Lear luci nuove, con una sorta di scambio osmotico fra i due universi.

Lo spettacolo si apre con una Simonelli in corsa, stacchi di luce, voce registrata.
L’idea dell’uomo in corsa è un concetto che accompagna tutto lo spettacolo, partendo dall’attrice, passando al vecchio nonno e trasfondendosi anche nel vecchio Lear. Nessuno riesce a fermarsi, nessuno si può fermare. Non si sa perché. Si corre forse come corre la gazzella della storia? E perché a volte si decide di passare proprio davanti al leone? Per quale strano desiderio di morte?
Se invece un giorno la gazzella smettesse di correre e una volta ferma si rendesse conto che, in realtà, il leone non c’è? Se scoprisse che correva per nulla?
Morte e vita acquistano allora un altro senso. Tutti muoiono. Sempre, ricorda il nonno. Non è una particolarità della tragedia il fatto che tutti muoiano alla fine, perché tutti, sempre, muoiono alla fine. E allora la tragedia diventa il morire male, il morire senza essere riusciti a prendersi cura di ciò che è importante.
Perché non fermare le corsa? Perché non riuscire a dire e fare ciò che potrebbe fermare la tragedia? Perché ne siamo incapaci? Se si scoprisse, insieme alla pantofola della storia, che le fibbie non servono quando non si vuole finire nel pantano, quando si evita di cascarci dentro?
Molto interessante anche lo spunto sull’essere bastardi, che nasce dal riferimento alla vicenda di Edmund ed Edgar. L’ipotesi è che per diventare bastardi non serva necessariamente l’illegittimità, quanto piuttosto un avvelenamento del sangue. L’idea affascina e trova risonanza. Perdendosi nella suggestione che innesca, potremmo pensare a un avvelenamento che inizia dalla nascita (si potrebbe dire, estremizzando) e che si vive sulla pelle man mano che i genitori si rivolgono a noi senza riguardo per la nostra intrinseca bellezza, mano a mano che ci sentiamo non voluti e non accolti. Così si diventa bastardi, esseri risentiti, arrabbiati e offesi, per la nostra bellezza non rispettata, per tutte le parole pesanti, per i silenzi mortali.
La storia del potere rappresentata nel Lear, quel potere grande, lontano, inattaccabile, che si dimostra fragile, capriccioso e superficiale con l’avanzare degli anni e che nonostante ciò è tiranno, si rivela una storia che riguarda tutti. Perché in scena si dimostra che sì, poteva succedere, che quella raccontata da Shakespeare non era una vicenda lontana lontana di un regno lontano lontano. Accade ogni giorno. È la rabbia, l’impotenza di dire, l’incapacità di fermarsi, di fare non tanto la cosa giusta, ma per lo meno quella che va nella giusta direzione. Fermare la corsa, cambiare.
No. Come nel Lear rimangono solo la lotta mortale e infine il silenzio, quando la morte arriva davvero.

Molti altri particolari rendono questo lavoro interessante, anche se non è possibile elencarli tutti.
Teniamo a ricordare però anche alcune soluzioni formali, in particolare musicali, stimolanti dal punto di vista delle suggestioni e della moltiplicazione dei significati. Ci riferiamo nello specifico alla scelta di accompagnare la scena della tempesta con due “pezzacci”: Thunderstruck degli AC/DC e il grande coro iniziale della Passione secondo Giovanni di Bach, Herr unser Herrscher (nonostante la versione scelta sia discutibile). Entrambi, ognuno a suo modo ovviamente, gettano una luce intrigante e particolarmente potente sulla scena del Re Lear. Peccato non averne scelto uno esplorandone appieno le potenzialità e soprattutto peccato per i fade out, assolutamente frustranti.
Anche nella realizzazione scenica, la tempesta e il suo avvicinarsi sono resi in modo suggestivo con i grandi colpi che risuonano, quale cupa ostinazione. Così come la scena che segue il “poteva succedere”, con una Simonelli che ricade e si ripiega su se stessa, con il ritornare delle voci nella testa che non l’abbandonano.
Da un punto di vista strutturale e formale la drammaturgia resta un po’ informe, non equilibrata. Nell’economia del testo alcune parti risultano eccessive o non del tutto necessarie; la relazione fra i due testi/mondi narrativi a volte sembra più aneddotica, di utilità e circostanza che sostanziale; mentre nella seconda parte dello spettacolo, si sfilaccia e avrebbe forse bisogno di maggiore definizione.
Tuttavia al di là di note e commenti, al di là delle critiche, quel che conta dire è soprattutto complimenti e grazie per questo viaggio.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dell’Olivo

corso Vittorio Emanuele – Camaiore (LU)
mercoledì 15 marzo, ore 21.15

Real Lear
We should speak what we feel, not what we ought to say
ispirato a Re Lear di William Shakespeare
drammaturgia Caterina Simonelli
regia Marta Richeldi
con Caterina Simonelli
ufficio stampa, promozione e distribuzione Mariacristina Bertacca
organizzazione Francesca Giannini
produzione IF Prana

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