Arte operaia

Una conferenza stampa ha presentato la mostra Realismi socialisti, la grande pittura sovietica dal 1920-1970 e Aleksandr Rodchenko, che sarà ospitata fino all’8 gennaio presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Inaugurata a Roma con una conferenza stampa organizzata da Palaexpo e sostenuta da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 Ore, la mostra si inserisce nell’anno della cultura Russa in Italia: l’iniziativa (promossa da Ministero della Cultura della Federazione Russa, Municipalità di Mosca, Assessorato alla Cultura della Città di Mosca, Casa della fotografia di Mosca, Complesso Multimediale delle Arti contemporanee, Roma Capitale – Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico, Azienda Speciale Palaexpo, Fondazione Roma) ha come obiettivo principale quello di rendere fruibile al pubblico italiano ed europeo una stagione fra le più fortunate dell’intera storia dell’arte moderna e contemporanea; una stagione lunga cinquant’anni e che ha attraversato le fasi più drammatiche ed eroiche della Russia, dalla vittoria d’ottobre alla sovietizzazione stalinista, all’apertura-disgelo promossa prima da Khruschev e poi dall’era Brezneviana.
Una storia complessa, impressa nel doppio binario espressivo della fotografia e del fotomontaggio di Rodchenko e delle molteplici sale attraverso cui si snoda la maturazione estetica del realismo socialista sempre a metà strada tra modernità, ricerca d’avanguardia e ritorno all’ordine, a un verismo assoluto, dogmatico, figlio di un regime che dal 1932 lo impose come unica e autentica forma d’espressione artistica, che andava dalla pittura alla musica, dal teatro alla fotografia, dalla letteratura al cinema.
Olga Svibova introduce la mostra fotografica di Rodchenko come un evento unico nel suo genere, un lavoro espositivo e di ricerca attento e meticoloso della migliore sperimentazione visiva e tonale del maestro russo in un momento – sottolinea la Direttrice del Museo della Casa della Fotografia di Mosca – drammatico per la storia russa, in cui però la voglia e l’istinto a lottare per un futuro migliore era fortissimo in tutti gli artisti d’avanguardia. Con l’imporsi del potere sovietico, la necessità politica e propagandistica di affermarlo esteticamente e psicologicamente nelle masse russe diviene l’imperativo della nuova avanguardia, a cui Rodchenko aderisce fin da subito attraverso l’elaborazione dei primi fotomontaggi (di cui era un ottimo autodidatta) indirizzati alla pubblicità cinematografica dei primi grandi capolavori del cinema russo (da Ejsenstein a Pudovkin, a Dziga Vertov), creando quella visione del mondo e della realtà, quell’uomo nuovo che il regime sovietico andava costruendo; un simbolismo inedito che tentava di coniugare la rappresentazione veristica della fotografia alla progettualità utopica del Costruttivismo e del Suprematismo, evidente in artisti come El Lissinsky e Tatlin. Ed è per questo motivo che Rodchenko criticò nel 1928 i tentativi della fotografia di avvicinarsi alla pittura, in linea con la necessità storica – indicata dallo stesso Lenin fin dal 1917 – di lavorare alla registrazione della nuova realtà che il potere sovietico stava costruendo sulle rovine della vecchia società zarista. Il fotomontaggio dunque come arma fondamentale per sopperire ai vuoti ideologici e pratici di un’utopia incapace di realizzare a pieno questa immane trasformazione, tendendo più a immaginare la realtà come dovrebbe essere piuttosto che lavorare alacremente per renderla migliore; il tentativo cioè di far coincidere la vita con l’arte, di unirle dialetticamente, fu l’obiettivo principale di tutta l’avanguardia russa, attraverso cui gli artisti facevano a gara per sentirsi operai del nuovo mondo.
Purtroppo l’inizio degli anni ’30 uccise questi straordinari stimoli alla ricerca, alla rottura totale con la tradizione precedente. L’ultima mostra fotografica fu organizzata a Mosca nel 1935. Lo stesso Rodchenko, come molti altri interpreti di quella stagione unica, furono isolati e ridotti al silenzio. Cominciò un periodo di profonda riflessione interiore, di scissione tra il Rodchenko libero artista e il Rodchenko militante fedele al partito e alla patria sovietica; un maestro che passò dalle foto mitiche di una Mosca anni ’20 – che nulla aveva a che invidiare a New York – alla mitologia del futuro sovietico, alle foto di boschi con alberi spezzati, evocanti la sua stessa rottura interiore come uomo e artista, condannato in una forma che non sentiva propria.
Ma sarebbe ingiusto condannare in blocco la stagione del Realismo socialista – durata ben cinquant’anni – come responsabile dell’abbrutimento dell’avanguardia degli anni ’20.
È la stessa Evgenija Petrova, curatrice dell’esposizione – in partnership con Museo Statale Russo di San Pietroburgo, Galleria Statale Tret’jakov di Mosca, Centro Statale Museale ed Espositivo ROSIZO – a ribadire l’estrema novità di questa mostra, la prima capace di dare voce ai diversi approcci visivi ed estetici dei vari rappresentanti di questa corrente, organizzati per la prima volta in ordine cronologico in relazione alle fasi della storia russa. La scelta di quadri di grande dimensione in cui è possibile rintracciare la qualità e professionalità degli artisti permette finalmente di superare quell’accezione negativa da sempre attribuita al realismo socialista come arte limitata ed esclusivamente tesa alla propaganda pomposa e dogmatica; viceversa, asserisce la Petrova, il Realismo socialista è stato un movimento molto complesso e contraddittorio, audace e critico, capace di sperimentazione innovazioni stilistiche uniche nella storia dell’arte mondiale, purtroppo sconosciuto al grande pubblico occidentale e russo, come ricorda Zelfira Tregulova, anche lei curatrice della mostra. L’arte del socialismo aveva due obiettivi principali: rappresentare il mondo nuovo che stava sorgendo e porre delle domande ancora oggi inevase, sottolinea da Petrova, come analizzare la difficoltà di un artista sottoposto a censura, salvaguardare e anzi rafforzare, dare coerenza alla propria individuale forza creativa, restituendo all’arte quella spettacolarità e quell’impegno soggettivo perduti nell’avanguardia.
Il curatore Matthew Bohm pone invece l’accento sulla eccezionalità del Realismo socialista in quanto crogiolo di tutta l’arte moderna, dal barocco al verismo, dal classicismo all’espressionismo, in contrapposizione netta alla radicale lotta dell’avanguardia negli anni ’20 tesa a decostruire, spazzare via tutta la tradizionale moderna, ritenuta simbolo di una società da trasformare. Il Realismo socialista, continua Bohm, considerato in Occidente una non-arte in quanto arte del nemico, era tutt’altro che un fenomeno statico e monolitico (si parla infatti di realismi socialisti), ma anzi in continua evoluzione, dinamico, in grado di passare dall’arte della rivoluzione comunista alla celebrazione dei sentimenti nazionali (un’evoluzione che contagiò anche il cinema di Ejzenstein dagli anni ’30 in poi); uno stile che non veniva solo imposto dall’alto, ma che gli stessi artisti russi sentivano come il campo attraverso cui esprimere le proprie potenzialità al servizio della causa, della creazione – fortissima ad esempio in Aleksandr Deineka – dell’uomo nuovo socialista. Un lavorio attivo fino a tutti gli anni ’60 e ’70, quando il realismo socialista dovette cedere il passo. Questa mostra ha l’obiettivo – che tutti i relatori hanno sottolineato – non di fare politica o rivisitare nostalgicamente un passato glorioso, ma di riproporre una stagione artistica che ha un posto indiscutibile nella Storia dell’arte mondiale.

La mostra continua:
Palazzo delle Esposizioni
via Nazionale, 194 – Roma
fino a domenica 8 gennaio 2012
orari: domenica, martedì, mercoledì e giovedì, dalle 10.00 alle 20.00, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30, lunedì chiuso
biglietti: intero 12.50 Euro, ridotto 10 Euro

Realismi socialisti, la grande pittura sovietica dal 1920-1970 e Aleksandr Rodchenko
a cura di Olga Sviblova, Matthew Bown, Evgenija Petrova, Zelfira Tregulova

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