Illusione e delusione

All’Àp Teatro Accademia popolare dell’antimafia e dei diritti è andato in scena Requiem for Pinocchio della compagnia Leviedelfool, spettacolo vincitore del Premio Anteprima 2012 e del Premio Bianco e Nero della Civica Accademia di Arte Drammatica Nico Pepe. Una riscrittura, purtroppo debole, della celeberrima favola collodiana.

Contemporaneo al Cuore di De Amicis (1886), Le avventure di Pinocchio (1881) segnò l’avvio strutturale della cosiddetta narrativa per ragazzi, specifica declinazione della letteratura di formazione che tanta fortuna ebbe in Europa a partire dal XIX secolo.

Non solo Collodi pose un bambino a protagonista della propria opera, ma lo concepì con lo specifico obiettivo di promuovere un modello in cui le giovani generazioni potessero identificarsi. Le conseguenze furono molteplici e di complessa decifrazione, con la promozione di un clima pedagogico asservito alla coercizione e all’omologazione dell’individuo (come se la Chiesa stesse facendo altro da svariati secoli), ma anche con la divulgazione di un’opera in verità catartica perché, autorappresentando il proprio male (una società arretrata, ignorante e lassista), intendeva favorire il progresso civile e morale di un’Italia appena nata, portandole in grembo una nuova generazione (i propri lettori) e con essa «le magnifiche sorti e progressive» (La ginestra, Giacomo Leopardi).

La portata ideologica fu enorme e la diffusione di Pinocchio, capillare già all’inizio del XX secolo, diventò poi planetaria grazie all’omonimo film di Walt Disney del 1940. Tuttavia, se le conseguenze materiali furono determinanti, la valutazione su di esse attraversa almeno tre prospettive, paradossalmente, opposte tra loro.

Tra la posizione di chi critica senza se e senza ma una proposta educativa fondata sul terrore e sulla minaccia (nonché sull’idea che si possa essere amati solo a patto di conformarsi a una norma eterodiretta); quella che vede in Pinocchio lo specchio ironico e profetico di una drammatica situazione di alienazione esistenziale (annunciata negli stessi anni e con inaudita potenza dalla filosofia di Friedrich Nietzsche e dalla letteratura di Charles Dickens); e il pragmatismo di chi riconosce le condizioni storiche e sociali in cui il romanzo nacque (un periodo cruciale in cui «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» ed era, allora, assolutamente prioritario formare cittadini onesti e capaci di dare un contributo attivo alla società, di adempiere al proprio dovere e, dunque, di essere responsabili e coscienziosi), Simone Perinelli rigetta l’indigesta ipocrisia della terza, ignora la profondità della seconda e, con puerile idealismo, affida completamente la propria drammaturgia alla prima, immaginando Pinocchio che depone, a un giudice/gorilla, il rimpianto di quanto pure aveva odiato da burattino («stavo meglio col cappio al collo che col nodo di cravatta. Se non dispiace a Vostro Onore tornerei alle mie peripezie, piuttosto il paese dei balocchi, ma non quello delle lotterie»).

Lo fa, nonostante non manchino le qualità a questo Requiem for Pinocchio, con un allestimento non solo, o non tanto, didascalico nella restituzione visiva, quanto clamorosamente ridondante rispetto alle proprie premesse e finalità culturali.

Convincono, infatti, oltre a una prova d’attore d’applausi, la capacità con cui Perinelli recupera quasi ogni aspetto del romanzo originario e dona omogeneità a un testo non scevro di poesia. Tuttavia, la tenuta drammatica del monologo di un Pinocchio che chiede di tornare burattino di legno cade rovinosamente nel momento in cui consegna la propria bohémien e metateatrale difesa dell’eccezionalità e dell’unicità («avrei anche una richiesta: vorrei giustappunto tornare burattino!») tanto al disfattismo di un’unilaterale critica della cultura pop (trasfigurata da Perinelli, con la consulenza artistica di Isabella Rotolo, in un continuo citazionismo massmediatico), quanto a una sublimazione estetica immediata nell’uso degli oggetti scenici (dalla maschera del Ciuchino di Sherk e dal salto della corda per rappresentare la trasformazione nel Paese dei Balocchi e la sua esistenza da burattino, alla descrizione chimica di un chupa chups al non-mandarino per contestare «questo vostro viver che – corsivo ndr – si chiama sopravvivenza»).

Se anche l’inserto dell’estratto da Emporium di Marco Onofrio può essere considerato ridondante (già Carmelo Bene, dalla cui interpretazione Perinelli attinge a piene mani, aveva scelto di utilizzare nella riduzione di un Pinocchio una citazione tratta da Timore e tremore di Søren Kierkegaard), a risultare particolarmente stucchevole è la stessa intenzione compositiva volta a costruire una narrazione irrazionale e onirica; una scelta che certamente funziona nel mostrare l’abilità interpretativa dell’attore, ma che esonda pericolosamente il rischio della noia e risulta inconsistente nella reiterazione con cui amplifica il paradosso dell’artificialità del linguaggio, enfatizza il proprio attacco dall’interno al modello educativo collodiano della società e sottovaluta totalmente la possibilità di leggere come opportunità le potenzialità offerte dal progresso tecnologico e culturale.

Quello che perplime e, onestamente, sconforta è allora il continuare a riscontrare «l’atteggiamento di una generazione di anime belle recluse nella loro inattualità» (Alessandro Alfieri), ossia i limiti di chi interpreta la  contemporaneità esclusivamente come negativa («da burattin mai nessuno mi disse che divenir bambin significasse crescere diventare ometto, uomo, vecchio e poi morire. Ma la morte niente poi sarebbe, se non fosse che nel bel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a dover lavorar per campare e la via della felicità s’è smarrita!»). Di chi esalta un passato mitico che, ammesso che sia mai esistito, probabilmente rappresenta quella stessa causa e radice del male di quel presente che si intende contestare.

 

Lo spettacolo è andato in scena
Àp Teatro Accademia popolare dell’antimafia e dei diritti

via Contardo Ferrini 83, Roma
11 gennaio 2018, ore 21.00

Requiem for Pinocchio
di e con Simone Perinelli
con un estratto di Emporium di Marco Onofrio
aiuto regia e consulenza artistica Isabella Rotolo
progetto grafico e foto di Guido Mencari

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