Ritratti d’Autore

«Una suggestione giovanile» che diventa «una folgorazione adulta», Riccardo Brunetti ci parla del meraviglioso mondo al di là dello specchio dell’Immersive Theatre.

Partendo da lontano, quando e come nascono l’interesse per il Teatro Immersivo e la volontà di portarlo in Italia?
Riccardo Brunetti: «Nel 2013 entrai in contatto con il movimento dell’Immersive Theatre inglese, grazie a un caro amico e collaboratore di vecchia data, Emanuele Nargi. In quel periodo attraversavo un’empasse: avevo la necessità di narrare una storia molto complessa, che in una drammaturgia tradizionale sarebbe stata decisamente stretta. Vidi The drowned man dei Punchdrunk e ne rimasi folgorato: le potenzialità di quel meccanismo teatrale mi sono immediatamente sembrate innumerevoli e largamente inesplorate. Tornai altre sei volte a vederlo, per studiarne la tecnica. Da quel momento cominciai a sperimentare meccaniche immersive: dapprima in esperienze laboratoriali con Emanuele, in Italia e all’estero, finché non riuscimmo, con il gruppo che all’epoca si chiamava Amaranta, a mettere in scena la prima versione di Augenblick – L’istante del possibile, nel 2015. Anche se ovviamente esperienze interattive, caratterizzate dalla contemporaneità delle scene e dalla libertà di fruizione erano già state esplorate anche qui da noi fin dagli anni ’60, Augenblick fu il primo esperimento di teatro immersivo in Italia direttamente riconducibile ai movimenti oltremanica.
In realtà, poco dopo, mi resi conto che la dinamica immersiva assomigliava molto a alcune esperienze che avevo immaginato quando ero adolescente: esperienze dal vivo che prendevano spunto dai videogiochi, dai libro-game e dall’esperienza teatrale più tradizionale. Probabilmente questa potenzialità della performance era nell’aria da molto tempo.
La volontà di portare un’esperienza del genere in Italia è nata probabilmente così, con una suggestione giovanile, una folgorazione adulta e molte persone disposte a tentare insieme a me».

Provando a intendersi su cosa effettivamente sia, esiste uno standard, un canone da seguire per realizzare un allestimento immersivo? In cosa e perché si distingue o converge con il teatro itinerante e interattivo?
RB: «Ci sono stati alcuni tentativi di definizione, sempre nel Regno Unito, della dicitura teatro immersivo. L’immersività è data da un coinvolgimento sensoriale totale, uno sviluppo drammaturgico che sia realmente una scrittura scenica (nel senso che ogni elemento esperienziale deve collocarsi chiaramente all’interno di una drammaturgia). Quando questa unità drammaturgica tra i vari elementi presenti viene a mancare – penso ad esempio a spettacoli composti di tanti piccoli spettacoli sconnessi tra loro – faccio fatica a parlare di esperienza immersiva. La possibilità di movimento e di interazione del pubblico devono essere visti in quest’ottica: devono quindi avere un ruolo preciso all’interno della drammaturgia che si sviluppa. Personalmente poi, reputo proprio la relazione che intercorre e che si costruisce tra performer e spettatori una delle chiavi essenziali per poter definire un lavoro immersivo. Per me la definizione immersivo non ha nulla a che vedere con la virtualità (visori 3D, proiezioni, suono surround, etc.), anzi, è l’esatto opposto. Ripensando alla mia formazione con ex-collaboratori di Jerzy Grotowski, potrei dire che è proprio la relazione tra attore e spettatore l’unico aspetto essenziale per creare la possibilità di un’esperienza realmente di immersione. Infine, per me l’immersività è data anche da una specifica sensazione – la compenetrazione tra realtà e finzione, con una conseguente piccola perdita di certezza su cosa appartenga effettivamente alluna e all’altra. Quando un performer mi guarda, interagisce con me, è veramente in relazione con me? Oppure è solamente una recita e potrebbe avere davanti chiunque altro? Il dubbio in questo senso è sano, ed è un modo per poter toccare gli ospiti in modo più profondo – senza la necessità di sospenderlo, come siamo abituati a fare davanti un’opera di finzione. È un po’ la magia che accade nei buoni film – ci dimentichiamo per un momento che ciò che stiamo guardando è una finzione, e ne veniamo risucchiati.
Ogni compagnia che si occupa di immersività ha sviluppato un approccio proprio: i Punchdrunk con grandi produzioni e pubblico libero; Enrique Vargas con un lavoro incentrato sull’esperienza sensoriale; Les Enfants Terribles con grandi installazioni scenotecniche; gli Shunt qualcosa di ancora diverso, e così via.
La definizione di teatro interattivo può sembrare simile, anche se probabilmente è una definizione più ampia, ma a mio avviso c’è una differenza fondamentale. Mentre il teatro interattivo spesso è basato esclusivamente sull’interazione, le esperienze immersive no. In altri termini, uno spettacolo interattivo spesso funziona solo ed esclusivamente se il pubblico è disponibile all’interazione – anche piuttosto intensa: senza questa disponibilità, lo spettacolo non può funzionare. Nelle esperienze immersive per me è essenziale assicurare al pubblico la libertà delle loro scelte (o almeno un’illusione ben credibile di tale libertà): in questo senso, un’esperienza immersiva deve poter funzionare sia con chi desidera sperimentarsi nella partecipazione, sia con chi desidera solamente essere un testimone passivo della narrazione.
Per itinerante invece intendo un teatro che si sviluppa in più luoghi, spesso ordinati in una promenade, richiedendo al pubblico di spostarsi per poter seguire l’opera. Reputo il teatro itinerante un’interessante esplorazione delle possibilità drammaturgiche dei luoghi e dello spazio, e in questo senso forse condivide tale esplorazione con le esperienze immersive, ma non molto di più».

Rispetto allo stato dell’arte, qual è il bilancio dei due primi esperimenti andati in scena a Roma?
RB: «Partimmo veramente con pochissime risorse: a ripensarci oggi, anche se sono passati solo poco più di tre anni, penso che fu una mezza follia. Ma fortunatamente l’esperimento iniziale fu un successo e la qualità del nostro lavoro è cresciuta esponenzialmente da allora. La Fleur nel 2017 e la terza ripresa (e profonda revisione) di Augenblick nel 2018 sono state delle esperienze molto fortunate, da tutti i punti di vista. Non crediamo che il merito sia solamente nostro e di tutti gli straordinari professionisti che negli anni hanno collaborato con noi. L’idea che ci siamo fatti è che le esperienze immersive offrano qualcosa di cui c’è veramente bisogno nel tempo che viviamo. La modalità di fruizione (ipertestuale più che testuale) assomiglia molto di più alla navigazione sul web che non al seguire uno spettacolo tradizionale. La libertà di essere coinvolti quanto vogliamo a seconda del nostro stato e la possibilità di vivere esperienze reali, fisiche e non virtuali. Crediamo che il nostro successo sia legato alla necessità di un rinnovamento del mondo dello spettacolo dal vivo: questo tipo di lavoro offre alle persone una ragione unica per uscire di casa e per staccarsi dagli schermi».

Con quale procedura avete scelto le location? Qual è stato il valore aggiunto della collaborazione con il Teatro Studio Uno di Torpignattara?
RB: «La scelta delle location è sempre molto delicata ed è legata, come è facile immaginare, a un incrocio di contingenze, esigenze e disponibilità. Il nostro intervento di allestimento in uno spazio è sempre molto articolato e invasivo – non tutti gli spazi (soprattutto quelli preposti allo spettacolo dal vivo) sono disponibili ad allestimenti di tali proporzioni. Quindi il primo punto è proprio la disponibilità di chi abita lo spazio a vedere la propria casa stravolta completamente per qualche tempo. Dal momento in cui si incontra tale disponibilità, il lavoro drammaturgico viene sviluppato in modo site-sympathetic – il soggetto viene articolato in una drammaturgia che si costruisce esattamente sullo spazio a disposizione, usandone ogni angolo. Lo spazio, la location, è il primo elemento drammaturgico per creare un’atmosfera, per raccontare, per essere abitato da performer e pubblico.
Fu proprio il coraggio, l’estro (e la pazienza) di Eleonora Turco e Alessandro Di Somma a rendere possibile lo sviluppo della prima esperienza immersiva al Teatro Studio Uno. Lo spazio si prestava bene, perché ha una planimetria quasi labirintica con sale spaziose e angoli suggestivi. Da quel momento il Teatro Studio Uno ha partecipato in ogni nostra produzione in Italia, in mille vesti: performer, casting, ufficio stampa, social media strategist. Anche la pubblicazione del primo testo sul Teatro Immersivo in Italia, Esperienze immersive. Creazione e fruizione, è largamente merito loro».

Guardando al di là della siepe, quale orizzonte scorge per il Teatro Immersivo e quali progetti avete in cantiere?
RB: «Abbiamo appena cominciato. Le esperienze immersive hanno prospettive di crescita e potenzialità incalcolabili. Al momento stiamo lavorando su almeno tre nuovi progetti. Possiamo rivelare che uno di questi progetti mira a creare delle esperienze immersive più agili, che siano facilmente adattabili a luoghi diversi, per permettergli di viaggiare in più città, festival, rassegne. Ma non possiamo svelare molto di più: la segretezza e il buio oltre la siepe fanno parte integrante di un’esperienza immersiva. Creare uno spettacolo immersivo significa creare ogni volta un nuovo mondo, fatto di atmosfere, personaggi, storie, oggetti, artefatti: stiamo lavorando assiduamente su nuovi mondi, per offrire al pubblico qualcosa di ancora più memorabile. Per questo siamo sempre alla ricerca di spazi, per i prossimi progetti anche molto grandi, che siano disponibili a dar vita a uno di questi mondi».

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