L’insostenibile leggerezza dell’essere inclusivo

Il Teatre Nacional de Catalunya ospita la quarta edizione del Festival Simbiòtic e porta in scena Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III di Kaite O’Reilly con Sara Beer.

Abstract Castellano

El Teatre Nacional de Catalunya y el Festival Simbiòtic presentan Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III, espectáculo escrito por Kaite O’Reilly e interpretado por Sara Beer, nominado en el James Tait Black Memorial Prize 2019, pero de sorprendente incoherencia.

[riduci]

È un’istanza nobile e urgente quella che muove il festival di arti performative accessibili che sta animando il novembre del Teatro Nazionale di Catalogna. Per quanto possa apparire scontato, affermare con forza e alta voce che il teatro è di tutti, che esso rappresenta – in quanto luogo d’arte – un contesto ecologico favorevole all’esistenza autentica perché non disciplinante e coercitivo, ma anarchico e creativo, continua a essere un urlo rivoluzionario ben lontano dal tradursi in pratica corrente.

Già solo questo basterebbe a rendere lodevoli l’impegno e la determinazione con cui Teatre Nacional de Catalunya e Festival Simbiòtic anelano a favorire un ambiente teatrale inclusivo e accessibile, dunque funzionale ad accogliere quanto l’immaginario corrente propone come deviazione da una ipotetica retta via – quella della normalità/normatività a canoni (etici, estetici e culturali) dominanti che identificano nel concetto di performance, vagamente collegato a quelli di efficacia ed efficienza, il metro attorno al quale far corrispondere l’adeguatezza delle persone a ruoli sociali ed economici.

Scomparso dietro l’ombra (prima) del cittadino e (poi) del consumatore, si tratta allora di recuperare quanto di più ovvio e naturale possa esistere, ossia l’essere umano. E si tratta di farlo anche quando è considerato mancante e in errore rispetto a standard resi necessari, dunque disumani, da un mondo totalmente amministrato.

Avverse a un pensiero imperante ormai globalizzato e omologante, abbiamo più di una volta incontrato esperienze rivoluzionarie «di reale superamento dell’alienazione/solitudine dell’essere umano attraverso un autentico esercizio di amore per la vita nella sua vastità» in Lenz, di demolizione positiva dell’«idea che un diversamente abile possa/debba approcciarsi al teatro solamente rendendo invisibile l’autenticità della propria condizione (ovvero trovando per la propria alterità una collocazione credibile rispetto alla decisione insindacabile di chi si fa metro di normalità)» in Satyamo Hernandez, di partecipazione «pur in maniera a volte traballante, a questioni spesso messe da parte della società» nel Gruppo Teatrale nontantoprecisi.

Capita anche, tuttavia, di imbattersi in atti artistici nati con le migliori motivazioni ma naufragati nelle proprie contraddizioni, in primis quella di parlare della diversità ostentando diversità e, soprattutto, di celare maldestramente quanto e a che livello di profondità le influenze occulte dei dispositivi normalizzanti della società e della cultura fomentino modalità espressive conformistiche e legate a un sostanziale culto dell’inferiorità di chi vorrebbe semplicemente vedere riconosciuta la propria disfunzionalità nella consapevolezza di una non inferiorità antropologica. Di chi, di fatto, si ritrova a chiedere con cortesia e discrezione, senza troppo disturbare, il diritto quanto meno a un momento di espressione artistica e, di conseguenza, di riconoscimento sociale, sempre rimarcando moralisticamente la natura di come sia doveroso nei loro confronti una concessione dall’alto e non il riconoscimento di un diritto universale.

Ma se da tale pericolo a mettere in guardia è lo stesso Festival Simbiòtic quando si presenta «festival d’arts escèniques accessibles que desafia els límits establerts i fomenta la participació al teatre sense barreres, la cultura serà un dret fonamental o no serà» e afferma di voler «deixar d’excusar-nos com a espectadors, creadors i gestors culturals de no tenir mitjans, experiència ni suport per incloure la diversitat i l’accessibilitat als espais d’exhibició escènica», proprio da questa prospettiva è possibile valutare con delusione questo Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III del quale a perplimere sono state intenzione culturale e impostazione prettamente drammaturgica.

La scena disegnata da Deryn Tudor è di assoluta semplicità, ma allo stesso tradisce da subito una certa pesantezza nel conformarsi a canoni tradizionalisti del monologo, dalla poltrona-sedia-trono alla tazza di tè, dall’interazione dell’attrice con sé stessa in video alla proiezioni di Paul Whittaker in cui la Beer, per esempio, ridicolizza con eccessiva superficialità tanto il Momento Privato strasberghiano, quanto il celeberrimo trattato Paradoxe sur le comédien nel quale l’illuminista Diderot sosteneva la natura creativa della recitazione come forma di auto-deformazione e il paradossale primato della razionalità sulla sensibilità.

Anche la modalità recitativa delle Beer fa il verso a modalità standardizzate: l’attrice gallese gigioneggia con esperienza sul palco, si cambia più volte d’abito dietro la poltrona e intrattiene con British humour il pubblico come se stesse facendo una lezione accademica sul proprio passato, quando memorizzava Shakespeare a casa della nonna, faceva esperienze attoriali da adolescente, subiva l’onta di essere chiamata Quasi(modo) da Notre-Dame de Paris dai compagni di scuola e passava le giornate a cercare di correggere la propria grave scoliosi tra corsetti Milwaukee e sale operatorie.

In questo contesto di mortificazione della carne e dello spirito, Sara Beer scopre il desiderio di essere attrice e allo stesso tempo inizia a scontrarsi corpo a corpo con un immaginario che vede la disabilità semplicemente come occasione di virtuosismo per attori eccezionali (come per esempio illustri Richard III, quali furono Olivier, McKellan e Pacino).

Ironizzando sul fatto che grandi attori abbiano dovuto simulare la deformità del proprio corpo mentre la Beer, che l’avrebbe avuta naturalmente, veniva esclusa dalla parte, Kaite O’Reilly interroga una questione cruciale non solo dell’estetica dell’arte (la capacità e la dimensione metamorfica dell’artista), ma anche della sua professionalità, data la marginalizzazione cui viene destinato chi è portatore di un aspetto autenticamente atipico.

Sarah Beer, che in teoria avrebbe dovuto facilmente identificarsi in Richard III e alla sua rappresentazione classica, si scopre ulteriormente esclusa dal proprio status, non solo dal proprio posto a teatro. Ma sarà proprio su questo punto che le fragilità dell’allestimento saranno insanabili, come vedremo.

Pensando di mostrare quanto possa essere arrogante e violento un canone estetico storicamente determinato attraverso un allestimento didascalico e sovra-strutturato all’inverosimile (ci chiediamo davvero che senso avesse la presenza di un’interprete dei segni in lingua catalana in uno spettacolo già sottotitolato, oltre che in inglese, anche in catalano), ma mai perturbante, Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III nasce con ambizioni sovrastimate e non mette mai realmente in discussione i presupposti di chi si sente a proprio agio nel fare paternalistico sfoggio di accondiscendenza e superiorità nei confronti di una condizione aliena alla propria ma che, semplicemente, deve decidere se accettare all’interno del proprio recinto politically correct.

Se dalla dimensione tragica della vita nessuno è al riparo e nessuno è escluso, non esistono scorciatoie, vie preferenziali o normalità che tengano, il teatro – per essere inclusivo nelle sue modalità di funzionamento personale e professionale – dovrebbe valorizzare la presenza degli artisti sensibili senza nasconderla in maniera più o meno sottile, riconoscendone le specificità senza subalternità e, se necessario, i loro bisogni specifici e la necessità di tempi e funzionalità differenti; dovrebbe quindi, sublimare, trasfigurare e criticare la realtà attraverso una proposta concreta e alternativa all’assimilazione identitaria e non semplicemente proporre l’idea secondo la quale un’attrice con la scoliosi dovrebbe essere interprete ideale di un personaggio con scoliosi.

Quello che manca a Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III è l’essere in grado di manifestare autenticamente la differenza su un piano teorico e pratico, la forma di un teatro capace di essere contesto trasformativo negativo e attivo perché critico anche rispetto all’anacronistico anelito romantico al bizzarro e all’astratto ugualitarismo di quell’immaginario di cui purtroppo si mostra in debito – per esempio, pensando che Riccardo III possa solamente essere l’immagine del famoso dipinto di William Hogarth mostrato in scena e non archetipo di una mostruosità morale.

Teatre Nacional de Catalunya
Sala Tallers
Plaça de les Arts, 1

Richard III redux OR Sara Beer [is/not] Richard III
dramaturgia Kaite O’Reilly y Phillip Zarrilli
dirección Phillip Zarrilli
con Sara Beer
cámara en directo Paul Whittaker
producción The Llanarth Group

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