L’amore sterile di un orsacchiotto e della sua scoiattola

L’uomo diventa animale se non vive per realizzare un progetto, ma per rappresentare la specie.

Quattro ragazzi vivono, come animali, in un magazzino di elettrodomestici. Una specie di tana dove convivono quattro personalità simbolo di quattro differenti modi di affrontare la realtà, ma sempre e comunque “contro” qualcuno o qualcosa. La rabbia dei protagonisti è covata, involuta, si genera e si riversa tutta all’interno, senza mai manifestarsi in una qualche forma di conato, volto a trasformare quell’energia statica in energia cinetica per cambiare ciò che non va. Jimmy (Daniele Russo) borbotta in continuazione, in un ronzio, come lo definisce Cliff (Marco Mario De Notaris), continuo ed estenuante che sfibrerebbe anche l’ultimo sussulto di rivolta. Nella centrifuga immobile del rancore, immersi fra le lavatrici, i ragazzi sembrano non fare niente, eppure tutto intorno cambia.
L’opera di John Osborne andò in scena per la prima volta nel 1956 e raccontava una generazione cresciuta fra gli orrori della guerra, piena di una rabbia che aveva paura di esprimere, incuneata in un equilibrio precario, appena ristabilito e destinato presto a finire dietro le barricate del ’68. Così i sentimenti crescono dentro i personaggi, ma lì muoiono, in aborti continui. Jimmy urla, insulta, offende ma non fa nulla per cambiare la situazione, anzi sembra cibarsi di quelle parole vomitate, che ingoia di nuovo, dolci come il miele, in una voluptas dolendi totalizzante che cerca di proteggere da qualsiasi intrusione esterna: Jimmy non vuole neanche sentire il suono delle campane che tentano di destare gli uomini dall’alto, e urla ancora di più per non sentire il loro monito. “Perché agire, si sta così bene qui, nel tepore ovattato delle mie lamentele” sembra dire Jimmy. E la sua rabbia cambia tonsille per prendersi quelle di un malcapitato sax, costretto a prestare la sua voce al lamento. Jimmy e la moglie Alison (Stefania Rocca) sanno di vivere come animali e hanno trasformato in gioco questa consapevolezza, dipingendo lui come rude orsacchiotto e lei come bellissima scoiattola. Alison, è assuefatta al ronzio, ma decide di interromperlo sbattendosi dietro la porta, mentre una canzone intona when you close the door, the night could last forever. Helena (Sylvia De Fanti) cerca di dare impulsi di rinnovamento, in continuazione, ma anche i suoi moti riottosi sono quelli ciclici di una centrifuga.
Il regista Luciano Melchionna, sul libretto di sala scrive: «L’uomo “contro” non sa più in cosa credere e si attorciglia su se stesso. L’ansia per una società più giusta si riaffaccia violentemente in quest’epoca così sciatta nel sentire, così incapace di empatia, così prossima al collasso. Cosa è cambiato da quel lontano 1956? Tanto, sicuramente, ma non la rabbia». Questa frase è la sintesi dell’opera e della società contemporanea, il punto di contatto fra le due, che però non genera niente. Il potenziale catartico che potrebbe detonare da spettatori che vedono rappresentata la loro situazione animalesca, non si manifesta, muore anch’esso, abortito dal lamento paralizzante che non dà scampo. Il punto chiave di Ricorda con rabbia, infatti, è proprio la mancanza di una via d’uscita, o meglio, la pericolosità attribuita alla strada che porta verso il cambiamento.
La scenografia suggerisce sin dall’inizio i punti salienti della pièce, incorniciando la porta con il nastro che indica pericolo e scegliendo proprio le lavatrici come elettrodomestici messi nel deposito, oltre ai frigoriferi, evocatori fin troppo chiari del congelamento circostante.
Un’opera profonda, con una scenografia eccellente e degli attori caricaturali: a parte Marco Mario De Notaris, espressivo nelle movenze e mai sopra le righe negli scatti repentini, Daniele Russo appare marcato e poco credibile, avvicinando troppo i toni e le cadenze a quelle delle invettive da bar, ormai irrimediabilmente connotate dall’Italiano Medio di Maccio Capatonda, e l’interpretazione di Stefania Rocca non abbraccia il teatro con calore.
Il ronzio sfibrante non cessa mai e alla fine, quando tutto appare cambiato in meglio, una grata scende sulla tana dei piccoli animali: when you close the door, the night could last forever.

Lo spettacolo continua:
Teatro Ambra Jovinelli
via Guglielmo Pepe, 43 – Roma
fino a domenica 14 aprile
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica re 17.00
(durata 2 ore circa)

Ricorda con Rabbia
di John Osborne
regia Luciano Melchionna
con Stefania Rocca, Daniele Russo, Sylvia De Fanti, Marco Mario De Notaris
scene Francesco Ghisu

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