Farfalle sotto naftalina

In scena, al Teatro Goldoni, il dramma familiare di Thomas Bernard, Ritter, Dene, Voss – per la regia del polacco Krystian Lupa, ospite del Festival Internazionale di Prosa di Venezia.

Lo spettacolo di Lupa non è una nuova produzione, ma una ripresa di un lavoro che risale più o meno a una decina di anni fa. La scena è iperrealista e fa pensare immediatamente, all’apertura di sipario, a un quadro dell’americano Dennis Hopper.
Siamo nel soggiorno di una casa borghese, in stile antico, mentre una donna sui sessant’anni apparecchia la tavola. Insieme a lei la sorella, seduta da un lato, beve, fuma e si lamenta di qualche antico rancore mai dimenticato. Sono state – forse una tra le due, lo è ancora – attrici; andando contro la volontà dell’intera famiglia, in particolare del fratello Ludwig che è, appunto, l’ospite atteso.
Tutto appare allo spettatore in maniera estremamente naturalistica: recitazione, azioni, messa in scena; nella più degna tradizione di un certo di teatro di parola che non tradisce l’utilizzo della quarta parete. In questo caso, per la precisione, tra il pubblico e la scena si ha una parete di plexiglass che fa sembrare quanto sta accadendo quasi cristallizzato nel tempo – racchiuso nello spazio di una teca in vetro. Interessante scelta scenografica e, presumibilmente, registica.
Durante l’evolversi della vicenda, si ha l’impressione di assistere a momenti di vita privata di due signore – che si fanno compagnia e inventano storie. Si ha la sensazione di essere osservatori privilegiati di una tragedia molto piccola perché senza morti, priva di violenze fisiche o esternazioni eclatanti. Una violenza tutta interiore che si comprende pienamente all’arrivo del fratello, Ludwig, completamente pazzo – perduto nei suoi ragionamenti matematici e nelle sue dissertazioni sulla musica di Schöenberg e sui concetti filosofici di Schopenauer. E loro, due donne un tempo magnifiche, assoggettate a lui da un serpeggiante desiderio che suggerisce costantemente l’incesto e una vita sessuale mai realizzata a pieno. Ci sono tutti gli ingredienti perché esploda la tragedia, perché quella tavola apparecchiata con tanta cura, sia ribaltata e distrutta, ma questo non accade. I momenti di maggiore suspence sono l’entrata in cucina di una rondine e il lirico epilogo che vede Ludwig – solo in scena – capovolgere tutti i quadri della casa.
Bellissimo testo. Thomas Bernard scrive parole profonde e riflessioni sulla condizione umana in grado di toccare le corde più intime di ognuno. La recitazione, naturalistica, è ottima e – nonostante la lingua sia il polacco – non è difficile seguire e comprendere intenzioni e sentimenti espressi (ovviamente si hanno i sopratitoli).
La sensazione che resta, uscendo da teatro, è quella di essersi finalmente liberati e di tornare a respirare. Le tre ore passate a osservare l’esistenza claustrofobica – e il ristretto modo di concepire se stesse e la vita – delle due protagoniste femminili, fanno vivere anche gli spettatori sotto una campana di vetro che rimanda a quell’invisibile prigione che creiamo, spesso, attorno a noi. Una prigione fatta di paure e di negazione della bellezza.

Lo spettacolo è andato in scena:
all’interno del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia
Teatro Goldoni
San Marco, 4650/B – Venezia
mercoledì 7 agosto

Ritter, Dene, Voss
di Thomas Bernard
adattamento, regia e scene Krystian Lupa
con Malgorzata, Hajewska-Krysztofik, Agnieszka Mandat, Piotr Skiba
musiche originali Jacek Ostaszewski
suono Marcin Fedorow
luci Adam Piwowar
costumi Piotr Skiba

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