L’altra faccia del teatro contemporaneo

Roberto Castello. Danzatore, coreografo e docente, ideologicamente impegnato, fonda Aldes nel 1993 e, nel 2008, crea SPAM! rete per le arti contemporanee che, dalla piccola sede di Porcari, riesce a diventare un centro di aggregazione e formazione, reso vivo e vitale dalle molteplici iniziative che si rivolgono anche, e soprattutto, alle nuove generazioni artistiche, coinvolgendo però un pubblico di insospettabili adulti.

1) Quali sono le problematiche che deve affrontare chi produce teatro contemporaneo fuori dagli ex Stabili?

2) Quali dovrebbero essere i parametri e i principi di una Legge quadro sul finanziamento della produzione teatrale dal vivo che risponda alle esigenze delle Compagnie off?

R.C.: «Credo che sia sbagliato ridurre il problema dello spettacolo dal vivo a un problema di chi fa teatro – off (o meno che sia). Una legge sullo spettacolo dal vivo (come d’altronde tutte le altre leggi) dovrebbe rispondere unicamente alle esigenze e all’interesse della collettività nel suo complesso. I conflitti interni e gli interessi corporativi dovrebbero, quindi, essere argomenti del tutto irrilevanti per qualsiasi ragionamento sulle eventuali normative future. In un sistema concepito davvero nell’interesse collettivo c’è sempre spazio per chi lavora bene e non ce n’è, al contrario, per chi lavora male. D’altronde, ragionare a partire dal presupposto che dopo la riforma ci saranno ancora teatri stabili e compagnie off, significa credere che non ci sarà nessuna reale riforma. Io non voglio rinunciare a credere che la riforma, se e quando ci sarà, sarà rivoluzionaria e splendida e che le categorie attuali saranno ricordi di un lontano passato di inciviltà culturale. Lo voglio credere perché sono convinto che solo così lo spettacolo dal vivo può sperare di recuperare una qualche centralità sociale e culturale. Ora come ora il problema per tutti – off (e non) è solo uno: un sistema dello spettacolo irrazionale, confuso, contraddittorio, costoso e inefficiente.

Sfido chiunque, ma davvero chiunque, a dire con precisione e chiarezza a cosa serva esattamente il sistema attuale, un sistema in cui interesse pubblico e privato sono inscindibilmente aggrovigliati. A garantire intrattenimento a basso costo alla classe media? A consentire ai telespettatori di vedere in 3D i loro beniamini? A produrre, diffondere e valorizzare cultura, intelligenza e arte? A fare da ammortizzatore sociale? A garantire il perdurare di privilegi di classe? A beneficio di chi, ad esempio, innumerevoli teatri comunali e circuiti programmano spettacoli smaccatamente commerciali (spesso veramente scadenti) al solo scopo di riempire i teatri? Dal mio punto di vista, questo è inquinamento culturale a spese dei contribuenti.

Ma come si fa, d’altronde, a biasimarli, dal momento che I’unica finalità chiara dei teatri oggi (non di quelli privati, il che sarebbe giusto, ma di quelli pubblici) è quella di vendere più biglietti possibile? La sanità pubblica deve garantire il diritto alla salute; non chirurgia estetica e solarium. Qual è lo scopo dello spettacolo dal vivo e quale dev’essere il limite del suo intervento? Quali dovrebbero essere, in un nuovo sistema dello spettacolo, i requisiti minimi di competenza, i doveri di trasparenza e i limiti delle retribuzioni di chi vi lavora? Credo che dovremmo essere meno indulgenti con noi stessi: non ci guadagniamo nulla a fingere che tutto vada bene. La situazione attuale a me sembra essere quella di autori confusi – me compreso – che producono spettacoli per spettatori (quando ce ne sono) altrettanto confusi. Ho un’altissima stima della politica e della sua funzione – e ovviamente non mi riferisco all’imbarazzante campagna elettorale continua, cui siamo condannati quotidianamente – e proprio per questo penso che lo spettacolo dal vivo abbia da tempo urgente bisogno di un intervento davvero autorevole.

Come fu, ad esempio, quello di Malraux in Francia nel dopoguerra. Un intervento ispirato a una visione politica alta e coraggiosa, di interesse generale, del tutto sgombra da logiche corporative e capace di mirare a uno scenario culturale, che rappresenti un’eredità migliore di quella che si limita a ridicole misure a sostegno dei giovani, sempre meno giovani, che comunque un giorno fatalmente smetteranno di godere di una paghetta, che non fa che ritardare la loro entrata nel mondo degli adulti, e in definitiva li priva della possibilità concreta di diventarlo in tempo utile».

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