Ritratti d’autore

All’interno delle attività della ventiquattresima edizione del Festival Crisalide, abbiamo intervistato Rocco Ronchi, filosofo di Forlì e direttore della scuola filosofica Praxis, organizzata in collaborazione con Masque Teatro. Nella serata di domenica 3 settembre Ronchi ha presentato il suo ultimo volume edito da Feltrinelli, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, ma oltre a ciò il nostro incontro ha messo in rilievo le corrispondenze e le reciprocità di teatro e filosofia, come entrambi si propongano come attività performative finalizzate non alla realizzazione di oggetti bensì alla creazione di concetti e idee.

All’interno delle attività di Crisalide di quest’anno, si è svolta la presentazione del suo ultimo volume Il canone minore. Verso una filosofia della natura; qual è l’idea di fondo del libro?
Rocco Ronchi
: «L’intenzione è stata quella di disegnare una sorta di linea di pensiero che fosse alternativa a quella dominante, che è anche quella nella quale mi sono formato e sono cresciuto; si tratta di proporre una linea di pensiero minore e, dal punto di vista della presenza nel dibattito contemporaneo, minoritaria. Tale linea minore si caratterizza per una serie di elementi in rotta di collisione rispetto alla visione “mainstream”:  una linea monistica (rispetto alla tendenza dominante della valorizzazione della molteplicità e della differenza come caratteri costitutivi dell’essere), immanentistica (perciò una critica radicale a ogni forma di trascendenza e di dover essere, che dal punto di vista etico declina la possibilità di produrre una morale), antiumanistica (perché mette in questione l’antropologia e il primato dell’uomo ), e che riabilita la nozione di infinito (mettendo in questione uno dei dogmi della modernità, ovvero il primato della finitezza). Proprio la comprensione della tradizione moderna consolidata che pone il finito non più come limite, bensì come condizione di possibilità (a partire da Kant) ha determinato la divaricazione tra scienze e filosofia, riducendo tutte le scienze da una prospettiva teoretica a “scienze umane”. Tale interruzione del rapporto tra scienza e filosofia è databile al 1906, col celebre dissidio tra Bergson e Einstein. Per questo ho trovato importante provare a pensare a questa linea minoritaria come una linea di pensiero non critico-negativa, ma affermativa, per cercare gli strumenti concettuali adeguati alla scienza moderna, ponendosi in continuità con quest’ultima assumendo come punto di partenza l’affermazione e non la negazione; tale concettualità, adeguata alle esigenze della scienza moderna, non può essere trovata nella linea dominante del pensiero filosofico moderno, a causa del suo antropocentrismo e del suo umanismo».

Veniamo allo specifico alle attività di Crisalide; quale può essere il punto di contatto tra la sua ricerca e il Festival? Lei si è occupato di filosofia del teatro e di Brecht, e nell’opera del drammaturgo tedesco hai rintracciato un metodo filosofico che evidenzia una reciprocità di pensiero concettuale e pratica performativa drammaturgica. A tal proposito, è evidente un rapporto tra Crisalide e Praxis, la scuola di filosofia che va in scena durante l’estate a Forlì.
R.R.
: «Praxis non sarebbe esistita senza Crisalide; è un’idea che nasce da un gruppo di persone che si dedica alle arti performative e al teatro, un teatro però dove l’elemento filosofico è essenziale, per quanto raramente si tratta di un teatro di parola (perché per essere un “teatro di concetti” non c’è bisogno che sia un teatro di parola). Si avvertiva all’interno di Crisalide e di Masque una fortissima esigenza di filosofia: nel corso delle varie edizioni del Festival c’erano sempre stati una serie di incontri su tematiche filosofiche, che mi avevano visto anche protagonista, incontri e dibattiti su alcuni autori in particolare, come Gilles Deleuze e Fèlix Guattari, e non è un caso che a quest’ultimo il teatro in cui ci troviamo deve il nome. Insomma, c’era evidentemente una vocazione filosofica, che per Masque significava acquisire una maggiore autocoscienza e una maggiore consapevolezza. Grazie all’incontro tra Masque, me e una serie di filosofi della scuola fenomenologica milanese (come per esempio Carlo Sini) è nata l’idea di produrre questa scuola di filosofia che ha una totale autonomia da Masque, ma che vorrebbe essere qualcosa di più di un appuntamento culturale; non è un Festival, ma piuttosto un laboratorio di idee. Praxis è nata con questa idea, non solo luogo di aggiornamento, di condivisione e di conoscenza, ma luogo performativo di produzione di idee, che in quanto luogo di sperimentazione può determinare possibili fallimenti, che sono però sempre funzionali alla produzione di idee. All’interno di questo clima è nato il mio Canone minore, attraverso la concezione della filosofia come sperimentazione e produzione di idee, proprio perché nel corso dei tre anni di Praxis mi sono confrontato con colleghi che potevano avere idee radicalmente diverse dalle mie: alla base c’è un’idea di filosofia a cui rimanda il nome stesso, “Praxis”, filosofia come atto performativo che ha il proprio fine in se stesso…».

E qui il collegamento col teatro diviene evidente.
R.R.
: «Certo, qui il collegamento col teatro è molto forte, perché in entrambi i casi, nella filosofia quanto nel teatro, l’atto non è più poietico, produttivo, non mira cioè alla produzione di un oggetto, non è qualcosa che acquisisce la sua dignità in base a ciò che viene prodotto, ma ha la sua dignità intrinseca nel suo essere puro atto. Questa idea di teatro è la stessa idea che è alla base della scuola di filosofia nella misura in cui per me, e per gli amici che hanno contribuito nelle attività di questa scuola, l’idea stessa di filosofia come “praxis” sottolinea il suo momento speculativo».

Interessante questa reciprocità tra un teatro che è filosofia e una filosofia che recupera la dimensione performativa del teatro, mantenendosi però sempre autonomi e senza mai invadere il campo altrui.
R.R.
: «L’autonomia tra i due ambiti deve essere mantenuta, non si tratta di fare filosofia attraverso il teatro o viceversa; c’è un’autonomia assoluta ma tuttavia un’idea comune di performatività e di sperimentazione delle idee. Entrambi sono luoghi di sperimentazione delle idee; la scuola Praxis ha la convinzione che le idee siano forze motrici, non siano semplicemente delle astrazioni rispetto al reale, ma che siano autentiche forze».

A tal proposito, il tema specifico di quest’anno della scuola Praxis era “Il possibile e il reale”.
R.R.: «L’idea era convocare alcuni filosofi a riflettere sullo statuto del possibile, alcuni pensatori che avevano una persuasione positiva nei confronti del possibile e che la intendevano come categoria fondamentale della prassi e del pensiero. Io personalmente non credo alla dimensione del possibile come dimensione costitutiva, e mi affido maggiormente alla linea che risale a Spinoza di rifiuto della contingenza, col conseguente primato del reale. L’idea è stata confrontarmi con filosofi che ritengono ci sia un primato del possibile sul reale, per verificare o falsificare la mia ipotesi sul primato del reale sul possibile. Di qui ancora la divaricazione tra la linea maggiore e la linea minore, da cui discernono etiche e filosofie politiche radicalmente differenti. Se dovessi dirtela con due slogan sarebbero i seguenti: lo slogan della linea maggiore è quello sempre ribadito da Heidegger, “più in alto del reale c’è il possibile”, visione che ha determinato la nascita di tutta la mitologia del Novecento; lo slogan della linea minore viceversa suona “più in alto del possibile c’è il reale”».

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