Ritratti d’autore

Si è conclusa la trentottesima edizione del Festival de Almada, coincisa con il cinquantesimo anniversario della Companhia fondata da Joaquim Benite, direttore, critico e uomo di teatro scomparso nel 2012. Prosegue il suo lavoro di direttore artistico Rodrigo Francisco, che nell’intervista che segue ci parlerà del suo ultimo lavoro teatrale Un gajo nunca mais é a mesma coisa.

Da dove nasce l’idea e perché avete sentito l’esigenza di lavorare sulle guerre coloniali portoghesi in Angola, Guinea e Mozambico tra il 1961 e il 1974?
Rodrigo Francisco: «Il post-colonialismo è un tema molto recente nella società e nel teatro portoghese. La rivoluzione del 25 Aprile 1974, con la quale il Portogallo ha chiuso 48 anni di dittatura, è servita anche come silenziatore del passato colonialista del paese. La decolonizzazione è stata fatta di fretta e male. Bisognava chiudere col passato fascista e coloniale ed imbarcarsi nell’avventura europea (il Portogallo entra nella CEE già nel 1986). Il fatto che i militari che hanno fatto il colpo di stato siano gli stessi che avevano fatto la guerra ha fatto sì che non fosse conveniente chiarire tante cose. Oggi, i ragazzi che hanno fatto la guerra stanno arrivando alla fine della loro vita, sentono una grande volontà di parlare, specialmente quando vengono accusati di aver fatto cose di cui loro, 50 anni fa, non potevano avere coscienza.»

Che tipo di indagine storica e sociale avete fatto per strutturare la sceneggiatura, la drammaturgia e la messa in scena di Un gajo nunca mais é a mesma coisa?  A livello di scelte tecnico-estetiche, a cosa sono dovuti l’utilizzo dei microfoni e i continui cambi di costume?
RF: «Ho fatto una decina di ore di interviste con tre ex combattenti, ma il testo a cui siamo arrivati è finzione. Loro mi hanno parlato di cose personali e della loro perplessità verso il mondo di oggi. Il punto di partenza per la scrittura è stata una domanda: come si mette in scena la storia di un uomo che sente delle voci dentro la sua testa? Come si può riuscire a farlo “dialogare” con queste voci, in un tempo e in uno spazio fluidi? Insomma, come si vive dentro la testa di un uomo che soffre di stress post traumatico? Il teatro è stato chiaramente un territorio fertile per questa ricerca: il pubblico si presta al gioco degli attori, che interpretano una determinata “maschera” per poi cambiare costume e diventare un altro personaggio dopo pochi secondi. Siamo nel territorio della poesia e della immaginazione, al contrario del cinema, per esempio, in cui il regista realista si impone quasi sempre e non lascia spazio all’immaginazione di coloro che assistono».

Lo spettacolo è una coproduzione tra Companhia de Teatro do Algarve e Companhia de Teatro de Almada: a cosa è dovuta questa unione e quali le vostre prossime tappe insieme?
RF: «Luís Vicente, il protagonista e il direttore della Companhia de Teatro do Algarve, è stato un attore e regista anche della nostra compagnia negli anni ‘80 e ‘90. Anche dopo aver fondato il suo gruppo, il nostro direttore Joaquim Benite lo invitava spesso a partecipare nelle nostre produzioni. Abbiamo in comune l’amore per il teatro di testo. Con Luís Vicente ho già lavorato su testi di Shakespeare, Hemingway, Lessing, ed è un grande attore e un grande compagno di strada.»

Come mai avete scelto di non sottotitolare gli spettacoli per renderli maggiormente fruibili al pubblico internazionale cui il festival si rivolge?
RF: «Lo faremo quando altri festival di riferimento, come Avignone ed Edimburgo, inizieranno a fare sottotitoli per spettatori che non parlino, rispettivamente, francese e inglese.»

Per concludere, lo spettacolo prevede un momento di interazione con gli spettatori, o meglio di provocazione del pubblico, che viene interrogato dal personaggio della giovane investigatrice (il fulcro delle domande ruota su quanto la politica di Oliveira Salazar abbia tuttora degli strascichi di razzismo e maschilismo nelle vecchie e nuove generazioni portoghesi). Dunque, più in generale, quali sono state le risposte alle proposte di “interazione” – vostre e, eventualmente esistessero, quelle delle istituzioni – con la cittadinanza portoghese che è venuta a vedere Un gajo nunca mais é a mesma coisa?
RF: «Il pubblico portoghese generalmente non reagisce molto quando è provocato ed interpellato dall’artista. Io stesso, quando sono spettatore, odio se gli attori mi provocano e mi interrogano e non rispondo mai. Immagino che se lo spettacolo fosse presentato in Italia, quel dialogo con la platea sarebbe potuto durare almeno due ore».

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