Roma e l’antico. Quando l’imitazione è arte

A Palazzo Sciarra ultimi fuochi per una mostra che sarebbe piaciuta a Winckelmann.

“La gallina dalle uova d’oro”, così definì Winckelmann la Roma del suo tempo, riferendosi alla grande quantitá reperti antichi che in quegli anni venivano ritrovati nell’Urbe e nelle sue vicinanze. Come l’erma di Pericle rivenuta a Villa Adriana, che ispiró al poeta Monti il parallelo fra l’illuminato politico greco e papa Pio VI, e di conseguenza fra l’Atene del V sec. a.c. e la Roma del ‘700. Un elegante biscuit di manifattura Volpato che rappresenta proprio il papa vicino a questa erma, è uno dei magnifici pezzi presenti in questa mostra che, per la prima volta, racconta lo stretto legame settecentesco fra Roma e l’antico, quel legame che sedusse l’animo nordico di Goethe e di molti altri intellettuali europei che scelsero questa cittá e i suoi dintorni come principale meta di quel viaggio in Italia che chiamavano Grand Tour.

Nella prima sala sono esposti alcuni quadri con quei paesaggi che dovevano apparire davanti agli occhi o nel cuore di questi viaggiatori: ecco quindi le vedute di Roma e le sue rovine descritte dalle pennellate di Vanvitelli e di Pannini, o nelle immancabili stampe del Piranesi, o quei panorami fantasiosi chiamati “capricci” che accostano monumenti diversi e nella realtá distanti fra loro.

L’abbondante presenza di questi reperti fece di Roma un importante mercato antiquario, dove si rifornivano sovrani e nobili europei per arredare le loro ricche dimore. Per far fronte all’enorme richiesta, alcuni artisti si specializzarono nella riproduzione di statue antiche, sia in marmo, come Albacini, sia in terracotta, come Cavaceppi. Di entrambi sono esposte varie opere, a fianco degli originali romani. Proprio da questa moda e dalla conoscenza delle copie di Cavaceppi ebbe il suo punto di partenza l’arte di Canova (di cui possiamo vedere in mostra Amore alato e una copia in gesso di Venere e Adone), che si è evoluta poi in modo del tutto originale, fino a farlo diventare “l’emolo di Fidia”.

Oltre alla riproduzione era frequente anche l’abitudine a fare delle modifiche, delle aggiunte alle statue antiche, diciamo una forma di “restauro” che oggi ci fa inorridire. Accanto ad alcuni risultati un po’ imbarazzanti, come un povero Pathos promosso a dio Apollo tramite l’aggiunta di una lira, c’è la straordinaria Minerva d’Orsay, emblema della mostra, realizzata aggiungendo a un antico corpo in onice dorata, testa, braccia e piedi in marmo bianco, e l’egida in agata.

Il gusto per l’antico si diffuse anche nella decorazione degli interni, nell’arredamento, negli oggetti di uso quotidiano: di questo abbiamo l’esempio del sontuoso Deser di Valadier acquistato da Carlo IV di Spagna, al centro di una piccola sala dove sono esposti vasi, scatole (decorate con la tecnica del micromosaico, di cui il massimo esponente fu Giacomo Raffaeli), orologi, candelabri, biscuit, bronzetti, tutti con soggetti ripresi dalla storia o dalla letteratura romana.

Questi contenuti provenienti da fonti antiche e spesso scelti in quanto exempla virtutis, ritornano anche nei quadri in mostra nell’ultima sala, accanto ai ritratti di coloro che scelsero di essere immortalati accanto a statue o rovine romane.

Scrisse Winckelmann: “L’unica via per diventare grandi e, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi”. Le meravigliose opere presenti a Palazzo Sciarra lo confermano.

La mostra continua:
Roma e l’antico: realtà e visione nel ‘700
Fondazione Roma Museo – Palazzo Sciarra
via M. Minghetti, 22 – Roma
fino a domenica 12 giugno
orari: da martedì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima).

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