Al teatro Orione, un Romeo in gel, canotta nera e collana d’oro.

L’inizio dello spettacolo con alcuni attori che, debolmente illuminati da una luce rossa e a tempo di una musica fortemente ritmata, corrono nel buio dimostra subito che questa messinscena di Romeo e Giulietta sarà molto lontana da quella classica shakespeariana.

In realtà, le tappe fondamentali della tragedia sono fedelmente rispettate. Quello che cambia è il contesto: non c’è posto per nobili, aristocratici e costumi classici – rimpiazzati, invece, da un gruppo di ragazzi, diremmo anche “ragazzacci”, vestiti in canotta nera, “addobbati” con collane d’oro, parrucche e pettinature stravaganti, che parlano tra loro con espressioni gergali («Ehi!, zio»), sconfinano sporadicamente nella volgarità e, soprattutto, recitano con un continuo sottofondo musicale da discoteca – almeno fino a metà spettacolo. Le note, nella seconda parte, tornano più leggiadre e drammatiche, in linea col finale tragico; mentre la musica dance accompagna il ritorno trafelato di Romeo a Verona – una corsa identica a quella che apre lo spettacolo – e che inquadra tutto quanto è rappresentato fino a quel momento come un lungo flashback. Perché è una vera e propria corsa nel buio, quella di Romeo, che tornerà a Verona dove si consumerà la tragedia dei due giovani amanti.

Tradizione unita all’avanguardia, quindi. E se è vero che le scene fondamentali sono mantenute è vero anche che sono in buona parte destrutturate: per il celebre dialogo tra Romeo e Giulietta al balcone, ad esempio, non c’è traccia di balcone – né di alcuna scenografia tout court – e i due giovani recitano entrambi sul palco e, quindi, sullo stesso piano; o ancora, nella scena finale del doppio suicidio, gli interpreti sono in piedi mentre il loro stato inerme presupporrebbe una posizione orizzontale dei corpi.

Interessante l’uso simbolico delle luci: dominano la scena un rosso acceso come la passione e un blu gelido come la notte.

Molti gli spunti di riflessione proposti da questa originale rilettura della tragedia: innanzitutto quello di aver contestualizzato la vicenda in un mondo contemporaneo «bello perché avariato», come afferma a un certo punto il padre di Giulietta. Avariato in quanto violento, spregiudicato, frivolo e senza valori, rappresentato dai giovani Montecchi e Capuleti che deridono l’amore serio, passionale e profondo di Romeo per Giulietta. Ed ecco un secondo spunto di riflessione, probabilmente quello principale: frate Lorenzo, unendo i due giovani in matrimonio, parla di: «grazia e violenza» alludendo all’amore romantico – oggi in via di estinzione – contrapposto a quello superficiale e violento – al contrario sempre più diffuso. Vedendo questa rappresent
azione sembrerebbe, in un primo momento, che per l’amore romantico non ci sia più spazio – e infatti Romeo e Giulietta saranno sconfitti e moriranno. In realtà, è proprio grazie alla loro morte che emerge in tutta la propria forza e profondità un sentimento autentico e, in questo senso, l’amore trionfa.

Spettacolo molto originale, capace di innovare la tradizione e di conformarla alla realtà di oggi. Se lo vedesse Shakespeare, a un primo impatto, forse non lo riconoscerebbe come proprio. Guardandolo con più attenzione e riflettendoci, però, capirebbe che le attualizzazioni di un’opera classica possono renderla immediatamente comprensibile confermandone la validità e l’universalità. Perché il capolavoro è eterno.
Sorprendente.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Orione

viale Caterina da Forlì 19 – Milano
fino a venerdì 28 gennaio

Compagnia Teatri Possibili presenta:
Romeo e Giulietta
di William Shakespeare
regia di Corrado d’Elia
con Marco Brambilla, Giovanni Carretti, Desirèe Giorgietti, Gustavo La Volpe, Marco Palvetti, Andrea Pinna, Davide Silvestri, Cinzia Spanò e Andrea Tibaldi
assistente alla regia Luca Ligato
luci Alessandro Tinelli

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