Magnifica illusione

Al Teatro Sala Fontana, una riedizione di Rosencrantz e Guildenstern sono morti in delicato equilibrio tra cialtroneria attorale e filosofia dell’essere.

Shakespeare l’affabulatore scaltro, il poeta eufistico, il tragediografo splatter: se non fosse il bardo qualsiasi tra queste denominazioni gli calzerebbe a pennello e, probabilmente, persino lui se ne compiacerebbe – da uomo di teatro, e di mestiere, qual era.
Tom Stoppard non si fa di questi problemi (che sono molto più della critica paludata all’italiana e dell’autoreferenzialità propria di alcuni registi) e gioca con uno tra i testi più noti, ma non tra i meglio riusciti, di Shakespeare, Amleto – quel triste principe di Danimarca che non si sa se sia maggiormente afflitto per la dipartita del padre, la perdita del trono o le avances di Ofelia, che manda in “convento” o, in slang elisabettiano, al bordello – per reinventare una pièce che è, insieme, occhio disincantato sull’esercizio del potere e letterale presa per i fondelli del recitar sublime e dell’eroe tragico.
Teatro e metateatro, quindi (ossia teatro che riflette su di sé), ma anche gioco di parole, citazione colta intercalata nello sproloquio, per un tourbillon divertito e divertente che, alla fine, lascia l’amaro in bocca e una domanda implicita: “cosa contano Rosencrantz e Guilderstern, cosa contiamo noi tutti, pedine del potere? O attori alla mercé del pubblico ludibrio?” Nulla sembrerebbe. Il destino è già segnato: la commedia scritta alla nascita – il finale ben noto e comune.
Letizia Quintavalla e Bruno Stori, registi di questa nuova rappresentazione, si sentono liberi di tagliare il numero di attori – sostituendo i personaggi illustri con frammenti del film di Stoppard, premiato a Venezia con il Leone d’Oro. L’idea non guasta (sebbene magari nasca anche da esigenze di costi): eliminare le parti tragiche, i protagonisti, renderli per una volta ombre al cospetto della carnalità della crew – le pedine che siamo un po’ tutti nella nostra vita quotidiana, giocata dai “grandi” che decidono sulle nostre teste di lavoro, sanità, istruzione, pensioni, in una parola: la nostra intera vita – sembra quasi rimettere in pari la bilancia della giustizia.
La sovrapposizione e moltiplicazione di generi teatrali – dalla pantomima alle ombre cinesi – si sposa ottimamente con l’intento metateatrale del testo di Stoppard; gli attori sono in parte e divertenti – fin dall’incipit giocato in platea mentre il pubblico si accomoda in poltrona; i costumi si sposano bene alle scenografie, che puntano all’essenzialità – utili all’azione ma senza compiacimenti manieristici da teatro Stabile – e al simbolico. Del resto a Shakespare e agli elisabettiani bastava davvero poco per far volare il pubblico: versi e giochi di parole, scherzacci da osteria e sublimi capitomboli linguistici, un teschio, uno scettro e qualche pugnale al momento giusto. Semplicemente, teatro.

Lo spettacolo continua:
Teatro Sala Fontana
via Boltraffio, 21 – Milano
fino a venerdì 2 dicembre
orari: feriali, ore 20.30 – festivi, ore 16.00 (lunedì riposo)
Rosencrantz e Guildenstern sono morti
di Tom Stoppard
regia Letizia Quintavalla e Bruno Stori
con Stefano Braschi, Carlo Ottolini e Franco Palmieri

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