Rosso come il sangue, nero come la morte: le due facce del terrorismo anni 70

Al Teatro della Cooperativa, Rosso vivo di Alessandra Magrini, porta in scena l’assurda violenza degli anni di piombo attraverso la storia di una giovanissima vittima, Valerio Verbano, comunista ucciso a soli 19 anni dal terrorismo nero.

Carla Verbano era una donna come tante negli anni 60: una lavoratrice onesta, una madre e una moglie tranquilla che pensava al benessere del marito Sardo e del figlio Valerio; una donna che interpretava la fede comunista dei suoi due uomini di casa come niente di più che una tessera da rinnovare ogni anno e le salsicce fatte dal vicino di casa alla festa del partito. Ma la politica, troppo presto e ingiustamente, si è trasformata per lei in dolore, indagini, minacce, sequestro di ricordi personali, cortei per la commemorazione della morte del figlio, e spalle voltate da amici e vicini di casa che hanno iniziato a guardarla con sospetto dopo che Valerio venne ucciso dal terrorismo nero proprio nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, il 22 febbraio 1
980.

Questo passaggio netto e improvviso Alessandra Magrini (autrice del testo e unica interprete) lo evidenzia a dovere: prendendo spunto dal libro di Carla Verbano, Sia folgorante la fine: l’attrice ne veste i panni e testimonia quanto per lei sia stato destabilizzante scoprire la storia “segreta” di suo figlio – che le sbatterono in faccia senza rispetto alcuno, un giorno del 1979, quando la polizia fece irruzione in casa sua saccheggiando la camera del figlio e spiegando, sommariamente, che Valerio era in carcere perché indagato per detenzione di materiale pericoloso, raccolto contro fascisti, politici e appartenenti alle forze dell’ordine.

Proprio come una marziana scesa all’improvviso sulla Terra, Carla si sente sola e confusa: non si dà pace per aver aperto lei stessa la porta agli assassini di suo figlio, spacciatisi per amici che lo stanno aspettando; e allo stesso tempo non si sa spiegare il perché dell’inefficienza e dell’abbandono da parte delle istituzioni – le indagini sommarie, il sospetto che vi sia la necessità di insabbiare: ad esempio, alcune fasi delle indagini non convincono e si eliminano, senza apparente motivo, delle prove.

La bravura di Alessandra Magrini sta proprio nel rappresentare – sola in scena per più di un’ora (accompagnata unicamente da alcuni spezzoni audio e video) – il dolore della madre, senza toni patetici o commiserativi, tutt’altro: emerge pienamente la dignità e la tenacia di una donna che è alla costante ricercare degli assassini, e che oltre a combattere contro una giustizia ingiusta, combatte anche contro il cancro.

Carla, in questi 30 anni, ha studiato politica e giurisprudenza; ha guardato i polizieschi per capire strategie di indagine che nel 1980 non esistevano e che oggi potrebbero permettere di rintracciare i colpevoli; ha imparato a usare Internet e a sparare, perché vuole essere pronta quando incontrerà gli assassini di suo figlio. E come tutte le madri in questi casi, non vuole vendetta ma chiede: perché?

Quello che di shockante emerge dallo spettacolo è ciò che la storia ci ha ormai consegnato come dato di fatto se non sempre come sentenza giuridica: in quegli anni ognuno ebbe le sue colpe e responsabilità nel fomentare violenze e scontri, ma di certo i parenti di molte vittime di Sinistra non hanno ottenuto la giustizia che meritavano perché, dietro al terrorismo (nero), spesso si nascondevano la Massoneria e i poteri forti sui quali non si è voluto o potuto indagare.

Dal testo emerge altresì un’inquietante demitizzazione di quegli anni: la polizia non era infatti così efficiente – come si vede nei serial televisivi – né sempre dalla parte dei giusti. Si criticano, inoltre, la sbrigativa attribuzione di certi omicidi (ossia l’uso, e l’abuso, di ritenere responsabili le bande della malavita organizzata: uno dei capri espiatori più comuni era, ovviamente, la banda della Magliana) e l’opinione del tempo secondo la quale tutti i giovani erano terroristi: spesso le vittime del terrorismo erano militanti di un credo politico puniti per le loro idee e non per comportamenti criminosi effettivamente compiuti.

Commoventi gli inserti audio e video a intervallare il monologo di Alessandra/Carla nei momenti di commemorazione civile. Dalle foto di Valerio e le immagini della madre che racconta o legge parti del suo libro, agli spezzoni dei telegiornali dell’epoca che ricordano le vittime istituzionali di quegli anni – come nel caso di Mario Amato che, indagando sul terrorismo nero, venne ucciso qualche mese dopo Valerio: sono tutte testimonianze che servono a rinforzare la coscienza civile di chi ascolta.

Peccato sia stata una data unica; ma sicuramente l’emozione dell’attrice nel ringraziare il caloroso pubblico milanese fa sperare in molte altre occasioni per vedere questo spettacolo: bellissimo sia per la forma e la drammaturgia – che non stanca mai, a differenza di molte pièce commemorative spesso ovvie, stucchevoli o pietistiche – sia per il contenuto di alto valore sociale e civile; sia, infine, per il forte coinvolgimento di chi ha ideato Rosso Vivo e che vuole, attraverso la memoria di Valerio, ricordare a noi tutti – in epoca di rimozione e riscrittura della Storia – che le idee e la lotta contro l’ingiustizia non devono morire.

Commovente infine il video che dimostra la forte partecipazione che, ancora oggi, caratterizza il ricordo di Valerio: ogni 22 febbraio, un corteo passa per le vie principali di Roma gridando “ Valerio è vivo, e lotta insieme a noi; le nostre idee non moriranno mai”.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro della Cooperativa

via Hermada, 8 – Milano

Rosso Vivo
di e con Alessandra Magrini
scenografie Giulia Di Nallo e Gloria Brancati
supporto tecnico Francesco Marchese
produzione Associazione ScenikAttiva e Compagnia Teatrale indipendente Attrice Contro

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