Felici mai

teatrobrancaccio-romaAl Teatro Brancaccino di Roma, va in scena #salvobuonfine del collettivo PlanetArts, l’ambizioso progetto su «un amore impossibile», «eventi apparentemente indecifrabili», «zavorre culturali» e «sensi di colpa», ovvero sulla vana ricerca della felicità.

Salvo è un coatto romano, «superficiale, ambiguo e presuntuoso», figlio dei social e di una ossessivo-compulsiva ricerca dell’effimero, di «seratone» a base di sesso, droga e alcool; Anita è la sua giovanissima madre dal disilluso desiderio di avere accanto a sé un uomo nel ruolo forte della coppia, dunque donna emancipata più per necessità che per convinzione; Lorenzo è un gay «in carriera, colto, cosmopolita», ma non militante della causa LGBT.

I tre sono ipostasi di una secolare trinità del tempi moderni e la regia di Giancarlo Nicoletti li colloca all’interno di una relazione di completamento con ideali partner al fine di potenziarne la solitudine intima e scenica con interessante paradossalità.

Accanto a Salvo troviamo infatti Clara, la migliore amica, compagna di un way of life volto all’autodistruzione, una fragile ventenne legata a un uomo sposato che la costringe a «cose strane» in una squallida storia di amore (per lei) e sesso (per lui).

Enrico è, invece, il corteggiatore di Anita, dirigente di una azienda concorrente, la cui virilità si esprime e concretizza nella figura di un uomo dolce e paterno, maschio teatralmente trasfigurato nel (banale) senso di una lucida razionalità contrapposta a una repressa emotività.

Al distacco e «alla continua ricerca di qualcosa» di Lorenzo, corrisponde per contrarietà Dario, l’impegnato e convinto sostenitore dell’importanza di una battaglia, innanzitutto, culturale per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Sono questi sei personaggi ad agire sul palco del Brancaccino. A loro, Nicoletti affida l’arduo compito di provare, per circa due ore, a rimandare alla complessità delle tematiche di cui #salvobuonfine propone un formalismo non manicheo: l’esplicita condizione omosessuale in Italia; il naufragio delle nuove generazioni tra sballo e mancanza di reale comunicazione, dall’omofobia, sia nei tratti inconsciamente indotti, sia in quelli più grevi e violenti; la questione delle responsabilità in una società a guida maschile e maschilista; l’ipocrisia dei moralisti di ogni gender; la radicale alternativa tra sentimento e senso del dovere e l’ipocrisia con cui tale scelta trascina le esistenze in rimpianti e rimorsi e nella più completa infelicità.

Sei personaggi, di certo, non in cerca d’autore, per la nettezza psicologica con cui -nonostante i rispettivi travagli interiori – essi sono costruiti e per le interpretazioni non particolarmente brillanti, pur prive di sostanziali sbavature, che faticano a sganciarli da un’espressione strettamente verbale e testuale.

Ed è proprio l’eccesso di omogeneità che sembra costituire, dal punto di vista drammaturgico, la problematica più urgente di questo allestimento. Le gestualità ricorrenti, un «outfit» forzato nell’identificare, attraverso singoli elementi di abbigliamento, il carattere con lo stile, le stesse dinamiche caratteriali, una durata ingiustificata per la prevedibilità di uno svolgimento descrittivo, pedante e a tratti prolisso non danno a #salvobuonfine la possibilità di concorrere alla condivisione dell’esperienza di logoramento psico-fisico che travolge fino al drammatico finale Salvo, Anita, Lorenzo, Clara, Enrico e Dario, esseri umani incapaci tanto di confrontare il proprio cuore con l’oscurità, quanto di accogliere a braccia aperte la luce e riconoscere nei propri limiti la possibilità di un incontro reale con l’altro.

Un esito del quale, poco teatralmente, gli astanti sembrano essere informati, piuttosto che resi partecipi, nonostante la funzionalità con cui viene utilizzata una scenografia dal bel design minimal (ma inopportunamente comune a tutti gli ambienti dalla casa agli uffici), e alcuni momenti significativi (l’amore tra Salvo e Lorenzo al termine del primo atto, alcuni dialoghi tra Salvo e Anita) e che si offre complessivamente didascalico, ancora da affinare per rendere questo spettacolo lacerante, come pure potenzialmente ambisce e potrebbe essere.

Lo spettacolo continua
Teatro Brancaccino

via Mecenate 2, Roma
dal 12 al 22 novembre 2015
giovedì – sabato ore 20.00, domenica ore 17.30

#salvobuonfine
drammaturgia e regia Giancarlo Nicoletti
con Riccardo Morgante, Luciano Guerra, Valentina Perrella, Alessandro Giova, Chiara Oliviero
con la partecipazione di Antonello Angiolillo
foto Luana Belli
grafica Paolo Lombardo
assistente alla regia Martina Mattarozzi
scene Giulio Villaggio, Alessandra De Angelis
aiuto regia Sofia Grottoli, Cristina Todaro
produzione PlanetArts CollettivoTeatrale

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