Mentre la chitarra piange

teatro-dell-orologio-romaLo straordinario trio della Compagnia Walden porta in scena al Teatro dell’Orologio l’emergenza di emergere.

Nei corridoi sotterranei di via de’ Filippini un discreto pubblico si accalca, come ogni sera dal primo dicembre, ad attendere la nuova proposta di EXIT- Emergenze per identità teatrali, in scena all’Orologio; quando una voce squillante interrompe il brusio e si fa spazio tra la folla. È un ragazzo ben pettinato, con una sciarpa bianca, che si agita parlando di teatro al cellulare, fino a che, accingendosi a entrare nella Sala Moretti, viene trascinato all’interno con la forza da due tizi prima anonimi. Oggi, abituati a una realtà che spesso supera la fantasia, rimaniamo per un attimo perplessi, poi un applauso rompe l’incantesimo. È un teatro che tratta di teatro, e inizia già fuori dal teatro.
Lo spettacolo numero sei di EXIT, rassegna promossa dalla Federazione Italiana Artisti giunta alla settima edizione, è un’intelligente trovata della Compagnia Walden, la quale con il suo copione Sàrtori non deve morire rispetta pienamente il programma del coordinatore Massimiliano Zeuli, di fondere la necessità di «far emergere» a quella di lanciare un segnale di «emergenza».
Dall’apparizione mimetizzata all’esterno della sala, la pièce non si è mai interrotta perché ad accogliere l’ingresso del pubblico sono le note della celebre While My Guitar. Se fino ad allora c’era curiosità, da quel momento, attraverso i Beatles, si rimane conquistati, rapiti dall’incipit di un racconto che non deluderà, affrontando una tematica seria e collettiva, riuscendo a suscitare per tutto il tempo riso.
Marcello Sàrtori è un giovane agente teatrale di successo, Gianni, un attore talentuosissimo ma disoccupato. Il primo non conosce affatto il secondo, l’altro sa alla perfezione il suo curriculum vitae. Eppure sarebbe dovuto essere esattamente il contrario, avendo Gianni inviato al signor Sàrtori decine di volte la propria candidatura, corredata da interminati studi, pluriennale esperienza, tanto di foto e perfino auguri di Natale. Mai un briciolo di risposta, un minimo di considerazione, figuriamoci una possibilità di dimostrazione. Diciotto CV disposti a scacchiera, fungono infatti da scenografia di un presente infausto, che esce dai confini del palco ed entra nella realtà, a disorientarci proprio come il brillante inizio vuole dimostrare.
L’aspirante attore (Raffaele Balzano), sudando per ore sulle battute dei suoi personaggi, è come impazzito, pensa di poter riprodurre nella vita il film di Rob Reiner Misery non deve morire cui il titolo strizza l’occhio; allora lega alla sedia di uno scantinato l’agente cui ambiva (Geremia Longobardo), pur di farsi fare un provino; lo affida poi a un terzo (Marco Zordan), ragazzo servizievole con la chitarra che deve recuperare la sua fiducia. E i due, entrambi ostaggio della follia generata dalla realtà, si confrontano, si aiutano, liberandosi involontariamente sul finale.
C’è un momento, quello del provino, in cui a tutti i costi Gianni – dopo una parte impegnata – vuole dimostrare anche di saper cantare, e sceglie Il mondo di Jimmy Fontana: lo accompagna il suo complice, dopo aver intonato ancora la ballata di George Harrison che in inglese recitava «Guardo il mondo e mi accorgo che gira, mentre la mia chitarra piange dolcemente», con in un angolo Sàrtori, sgomento, che pensa alla tournèe sfumata dall’altra parte del mondo. Lo stesso mondo che non dà possibilità ad alcuni, né via di fuga ad altri.

In quel sipario, attori e spettatori si mostrano uguali. E mentre la bocca ride, il cuore dolcemente piange.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dell’Orologio

Via De’ Filippini 17/a – Roma
10 dicembre, ore 21.00

Sàrtori non deve morire
di Raffaele Balzano
regia di Raffaele Balzano
con Raffaele Balzano, Geremia Longobardo, Marco Zordan
produzione Compagnia Walden

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