Studio 12 presenta al Teatro Due Roma una pièce scritta e diretta da Gianni Guardigli con Elisabetta De Palo, una e trina.

Qualsiasi guerra non termina di certo con la fine delle ostilità, ma porta sempre con sé un carico di distruzione fratricida, che non si spegne né può essere facilmente gestito.

In un paese del Veneto appena liberato dal nazi-fascismo di Salò, il podestà è sparito. Una sparizione che ha subito del grottesco, frutto della fervida immaginazione popolare, di chi ha bisogno di continuare a raccontare storie per ingannarsi, anche quando cadono tutte le illusioni e l’orrore distrugge le poche certezze rimaste. Sembra che il corpo sia stato ritrovato sul greto del fiume poco lontano, con un foro nella fronte. Omicidio o suicidio? O forse c’è dell’altro?

La fantasiosa dipartita del podestà e, di riflesso, del potere che rappresentava, suscita naturalmente l’attenzione e le accese discussione dei paesani. Tra di loro, vi sono tre ritratti di donna – una padrona, una serva e un’attrice di rivista – così diverse eppure capaci di suscitare nello spettatore la sensazione di trovarsi di fronte a tre aspetti disgiunti di una stessa entità femminile, in lotta per l’affermazione di una natura unificante che equilibri tre psicologie così conflittuali.

La vibrante presenza scenica di Elisabetta De Palo, scandita dalla sua eloquenza recitativa, ricca di interventi gestuali oltre che di variopinte ricostruzioni psicologiche, di evoluzioni linguistiche spiazzanti – passando dal dialetto della cameriera all’impostazione formale della signora e agli sforzi vocali dell’attrice – ci pone dinnanzi a una sorta di enigmatica personalità multipla “in cerca d’autore”, di un’identità precisa a cui aggrapparsi, una forma stabilizzante attraverso la quale uscire dall’anonimato. Un’operazione di scissione e di ricomposizione d’identità complessa quanto precaria, in cui il microcosmo femminile si confronta con l’immane tragedia del macrocosmo post-bellico. Un’osmosi lacerante, in cui vi è quel senso di colpa di chi è rimasto, tipica dell’ultimo Pavese, nell’impossibilità di spiegarsi il perché si è sopravvissuti, oltre a scrollarsi di dosso il peso insopportabile di una tragedia della quale sono tutti responsabili e tutti portato il lutto, come segno indelebile sul volto. In un monologo a più voci, non si misura solo la diversità caratteriale delle tre protagoniste, ma la difficoltà di riappropriarsi di quella fragilità comunicativa, del costante rischio d’incomprensione, che l’avvento improvviso della libertà d’espressione, porta con sé. Come si può ricominciare a parlare, dopo aver taciuto per vent’anni? Come chi, muto, riacquista la parola e non può che balbettare frasi sconnesse e incomprensibili, come chi esce dal buio di un tunnel che sembrava infinito e strabuzza gli occhi che faticano ad abituarsi alla luce del sole.

Se è vero che ogni personaggio rappresenta un colore, un’emozione, un’attesa, un desiderio soffocato per salvare una formalità inutile e vuota, al di là di una necessaria generalizzazione – di cui abbisogna la narrazione – vi è nella gestualità di ciascuno, un’antica ansia di riscatto, il bisogno di riprendere in mano la propria esistenza, di riacquisire quella coscienza critica pignorata dal fascismo e resa afona dalla guerra. Ritornare a essere donne, organismi viventi e pensanti; questo è involontariamente il loro desiderio più nascosto e, per questo, più spaventevole, dato che il rischio è quello di tradire una libertà appena conquistata, di passare, senza rendersene conto, da un’oppressione a un’altra, da un formalismo a un altro.

L’apparente spogliatezza della scena che allude, in realtà, al vuoto esistenziale delle tre donne, fa da cornice al frenetico cambio dei costumi, permettendo all’istrionismo camaleontico di Elisabetta De Palo, di prendere possesso delle contrastanti personalità delle protagoniste. Una presenza scenica radicata quanto leggera che svolazza tra una psiche a un’altra, un vocabolario a un altro, suggerendoci l’esigenza intima di ricostruire dalle macerie della guerra un desiderio inalterato di vitalità, volendo essere di nuovo protagonista di un sogno interrotto. Ne è un esempio l’attrice di rivista Doriana Doris che, dopo essersi nascosta per via delle leggi razziali, decide di lasciare il paese alla volta di uno sperato successo: «Non so dove andrò, mi farò ospitare da qualche conoscente. E inoltre, ho la mia voce».

La musicalità che avvolge e rafforza la comunicazione schizofrenica (attraverso due canzoni che la Doris canta dal vivo, Maria la O, pezzo celebre di Rabagliati, e Scendono le parole, suonano le campane, una nuova composizione di Riccardo Ballerini che dà il tiolo all’intera pièce) aiuta lo spettatore a partecipare allo sforzo mnemonico di tre precarietà che riscoprono il loro respiro, la concentrazione giusta per ritrovarsi l’una nell’altra e non sentirsi nemiche, ma anzi, complici attive di una paziente ridefinizione del proprio essere al mondo.

Lo spettacolo continua:
Teatro Due Roma
vicolo Due Macelli, 37 – Roma
fino a domenica 30 Maggio
orari: da martedì a sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00

Scendono le parole, suonano le campane
scritto e diretto da Gianni Guardigli
con Elisabetta De Palo
scenografia Maurizio Perissinotto
costumi Stefano Cionolini
musiche Riccardo Ballerini
disegno luci Roberto Tamburoni
foto di scena Guillermo Luna

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