Sul filo del rasoio

I lieder di Schubert offrono a Romeo Castellucci l’occasione per riflettere sul senso (e forse sull’impossibilità) della rappresentazione teatrale del dolore.

Schwanengesang D744 di Romeo Castellucci, che nel 2013 aveva debuttato al Festival di Avignone, dopo una lunga tournée internazionale e nazionale, approda al Teatro dell’Arte di Milano in una versione più essenziale.

Precisiamo subito che il titolo non indica l’ultimo grande ciclo di Schubert, ma un singolo lied, Schwanengesang D744, il celebre “canto del cigno”, che Castellucci ha selezionato insieme ad altri dieci bellissimi lieder dello stesso compositore, sviluppando il tema romantico dell’assenza e della morte, interpretati dal soprano svedese Kerstin Avemo e accompagnati con discrezione e sensibilità dal pianista Alain Franco.

Forse per intendere correttamente la performance bisogna partire proprio dal lied del titolo, in cui si dice che il canto del cigno parla proprio del sentimento della morte (das Sterbegefühl) e del sentimento dell’essere (das Werdegefühl) ed è il canto che, secondo il mito, un cigno muto intona poco prima di morire (oggi però l’espressione si riferisce per antonomasia all’ultima intensa esibizione di un artista prima di ritirarsi dalle scene).

Il regista ci presenta così un ulteriore variazione sul tema dell’artista (qui identificato con l’interprete) nella società contemporanea e sul ruolo del teatro.
All’inizio della performance il pianista Alain Franco apre il coperchio anteriore e quello della tastiera del pianoforte collocato sotto il palcoscenico, che è vuoto e ricoperto da un mare di plastica nera. Entra in scena il Kerstin Avemo con un abito grigio azzurro anni cinquanta. Inizialmente tutto sembra incanalarsi su binari noti di un’esecuzione concertistica: il soprano segue il solito galateo di automatismi, ma nella donna si nota disagio e una eccessiva rigidezza dei movimenti e dell’espressione facciale. Man mano che i lieder scorrono diventa sempre più evidente che il soprano è sottoposto a un eccessivo autocontrollo, pronto a incrinarsi da un momento all’altro. E così puntualmente succede. Dapprima si interrompe, riprende, poi scoppia a piangere, canta un intero pezzo di spalle, si allontana sempre più dalla luce, si appiattisce sul fondo in penombra del palcoscenico.

È ovvio che alla base ci sia un disagio personale, un’incapacità di sostenere l’emozione dei versi (che parlano di amanti lontani e di un figlio morto) o, forse più semplicemente, i contenuti emozionali delle poesie le rendono impossibile il dominio della tensione. L’interpretazione dei lieder è un’impresa titanica, forse impossibile per una creatura così fragile.

Eseguiti gli ultimi testi in una lontananza assoluta, dopo che il pianista abbandona lo strumento, la donna chiede al pubblico che cosa guarda, cosa si aspetta. Alternando insulti a domande esplicite sempre più incalzanti sulla curiosità degli spettatori che si nutrono del dolore altrui, sulla richiesta assurda rivolta all’interprete di gestire un dolore indomabile, indossa una maschera diabolica (o forse di un satiro dionisiaco, dal momento che ci si sta interrogando anche sul senso e quindi sulle origini del teatro). Il dolore trabocca e la donna tira verso di sé il gran tappeto di plastica nera, naufragando in quel gran mare oscuro di plastica.

Spettacolo essenziale, costruito su un’idea ingenua della musica romantica, ma proprio per questo efficace, anche perché il regista conosce bene l’orizzonte di attesa dei suoi spettatori e lo usa. L’inizio tradizionale del concerto sembra infatti deludere le aspettative che una creazione di Castellucci pone, per cui è sufficiente un piccolo guizzo del volto, la rigidità dell’attrice, lo stesso improbabile costume di scena per mettere all’erta lo spettatore. Ci si aspetta che qualcosa debba accadere e la tensione nasce proprio dal procrastinare sempre più in là il momento della crisi, indirizzando l’attenzione su impercettibili segni. Quando la donna scoppia in lacrime il pubblico riceve conferma di quel che sospettava.

E di fatto qui Castellucci ha già detto tutto. La seconda parte, per certi aspetti prevedibile, si incanala sui binari degli insulti al pubblico (onestamente le frasi pronunciate, che variano dalle solite analogie simboliste agli insulti, ci dicono quello che abbiamo già capito). E forse l’assenza di Valérie Dréville (l’indimenticabile interprete di Médée Matériau di Heiner Müller diretto da Vassiliev), che nella prima versione si sostituiva come doppio al soprano, e la semplificazione dell’azione scenica pesano un po’. Resta sempre ammirevole il virtuosismo del soprano: capace di cantare di spalle o lontanissima dal piano, senza ricevere attacchi, come un acrobata che volteggia nell’aria senza rete. Questo mettere in gioco la propria voce, il corpo, tutto il proprio essere, anche se limitatamente a un’esecuzione musicale, esprime in modo lampante una concezione dell’arte come rischio, prestazione pericolosa, salto mortale (non diversamente, fatte le debite proporzioni, da quando lo stesso Castellucci nell’Inferno di Dante offriva il suo corpo a dei mastini affamati).

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro dell’Arte

Viale Alemagna, 6 – Milano
dal 1 al 3 febbraio 2019

Schwanengesang, D744
concezione e regia Romeo Castellucci
musiche Franz Schubert
interferenze Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
drammaturgia Christian Longchamp
con Kerstin Avemo (soprano) e Alain Franco (pianista)
realizzazione dei costumi Laura Dondoli e Sofia Vannini
produzione Benedetta Briglia
organizzazione e comunicazione Gilda Biasini, Giulia Colla
amministrazione Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci, Massimiliano Coli
produzione Socìetas
coproduzione Festival d’Avignon, La Monnaie/De Munt (Bruxelles)

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