Un crepuscolare canto del cigno

metastasio-pratoFreddo e cerebrale, Schwanengesang D744 è una meditazione sulla falsità dell’arte, sul rapporto incrinato tra spettatore e attore. Al Metastasio di Prato il 30 e il 31 ottobre.

Tante le aspettative per Schwanengesang D744, l’ultimo lavoro di Romeo Castellucci, in scena al Metastasio di Prato per il debutto della Stagione teatrale. Tutto è dominato da una greve oscurità, sul palco, quasi richiamando l’immagine del bosco fitto, che spesso compare nei lieder schubertiani. Il buio, il nero – visivo ma anche esistenziale – è spezzato dall’ingresso della soprano, Kerstin Averno, vestita di un nostalgico grigio.
Una maestosità intima, quella evocata dagli undici Lieder, fatta a pezzi dall’interpretazione sbiadita e sottotono della cantante. Il pianista accompagnatore offre un’identica, pallida manifestazione sonora; distrattamente, senza slancio.
La prima parte dello spettacolo è assorbita dai canti tedeschi, di matrice popolare, in cui sembra narrata una storia di sofferenza, una vita illuminata dalla nascita di un figlio, e poi turbata dalla sua e dalla propria morte. Ma la brillantezza musicale mancante, insieme a una carenza emozionale, rendono l’atmosfera gelida.
La seconda parte inizia con l’ingresso di una sola attrice. Valérie Dréville incarna la recitazione estetica e fine a se stessa – presa di mira da Castellucci – in contrasto con attimi di verità liberatoria. Questa critica all’arte è sottolineata da movimenti ripetuti a oltranza, ipoteticamente ispirati alla bio-meccanica di Mejerchol’d. La ripetizione è, però, bloccata violentemente da un vero e proprio squarcio di disperazione, in cui la donna si rivolge a noi, gli spettatori – insultati, accusati di stare spiando senza pietà il dolore di un essere umano; senza diritto di replica.

Bellissimi gli attimi fugaci in cui si accendono, come lampi, luci stroboscopiche e aggressive, accompagnate da boati di musica techno. Il gesto, a nostro avviso, più toccante è quello in cui l’interprete strappa via dal suolo l’immenso rivestimento di plastica, in preda a un sentimento finalmente autentico. La donna, poi, scusandosi, torna sui suoi passi: «In fondo, io sono solo un’attrice». E si reinserisce nel flusso suadente di gesti stanchi, ereditati da una tradizione attorale ormai svuotata di senso.
Resta aperto il discorso intellettuale di fondo, sul ruolo dell’arte e sulla relazione tra l’interprete e lo spettatore. Ma Castellucci, forse, non ha saputo scegliere bene i protagonisti di questo canto del cigno. Che sia una triste profezia sul mondo teatrale?

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Metastasio
via B. Cairoli, 59 – Prato
venerdì 30 e sabato 31 ottobre, ore 21.00

Schwanengesang D744
concezione e regia Romeo Castellucci
musiche Franz Schubert
interferenze Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
drammaturgia Christian Longchamp
realizzazione dei costumi Laura Dondoli, Sofia Vannini
con Valérie Dréville, Kerstin Avemo (soprano), Alain Franco (pianista)
produzione Socìetas Raffaello Sanzio
coproduzione Festival d’Avignon, La Monnaie/De Munt
(prima nazionale)

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