Ritratti d’autore

Pubblicato nel 1962 e rimaneggiato nel 1986 in forma di pièce, Arancia meccanica di Anthony Burgess è un’opera corrosiva che scava nella scatola cranica della società di allora (e di oggi) per tirarne fuori la polpa succosa. Come tanti scritti distopici, quella di Burgess è una micidiale previsione dei giorni nostri, dove sovraffollamento delle carceri e politiche di repressione sociale campeggiano sulle testate di tutti i giornali. Per la regia di Gabriele Russo, l’ultraviolenza calcherà le scene dell’Eliseo fino al 15 maggio.

Persinsala ha intervistato per l’occasione l’attore Sebastiano Gavasso.


Preferisce il tramonto visto dal Kings Park o dal Gianicolo? Quale dei due soli la ha abbronzato di più a livello attoriale?
Sebastiano Gavasso
: «Che bella domanda! Mi hanno abbronzato entrambi molto, così come mi ha abbronzato moltissimo il tramonto visto dallo Swan River di Perth! La formazione ha assoluto bisogno di spingersi fuori dai propri confini nazionali (artistici, culturali, sociali) ma preferisco il sole del Gianicolo perché reputo la recitazione un atto culturale che si riesce a esprimere pienamente anche con la comprensione, la conoscenza e la volontà di trasmissione della propria storia, della propria lingua, e del proprio messaggio in maniera g-locale: globale nell’obiettivo, locale nell’espressione».

Parliamo di Arancia meccanica. Lo stesso Burgess sembra aver dato più interpretazioni possibili per questo titolo piuttosto bislacco. Dopo averci lavorato, che senso ha per lei l’ossimoro?
SG: «È un ossimoro come lo sono il teatro e l’arte in generale: natura e tentativo di ri-produzione della stessa. Un’arancia meccanica (o più correttamente una “arancia a orologeria”) è anche l’immensa e naturalissima opera di Caravaggio, che soleva dire, “non ho mai tenuto particolarmente in considerazione l’opera di alcun maestro, senza lodare al contempo troppo le mie; ho solo pensato e penso tuttora che qualsiasi cosa non sia null’altro che una bagattella, una scempiaggine, se non ispirata al vero”. L’arancia meccanica è la società (reale, utopica o distopica che sia) che è sempre figlia di questa unione tra il “come è nato” e il “come può essere riprodotto”. Il problema è colui (o coloro) a cui viene dato (o che si prende con forza) il compito di riprodurre, gestire, “migliorare” quel che già c’è per natura».

Per la regia di Russo lei è un Dim boy perfetto. Come si comporta oggi un drugo maciste un po’ duro di comprendonio che ha scelto liberamente il suo ruolo nella vita?
SG: «Ti ringrazio intanto per considerarmi un Dim boy perfetto, è un personaggio a cui sono legatissimo su cui con Gabriele abbiamo lavorato moltissimo! Dim è il “cane sciolto” dei drughi, il “randagio” che non si preoccupa di rovinarsi i vestiti o sporcarsi di sangue, che ama il branco ma non ama avere un capobranco».

A proposito di ultraviolenza (parola tra l’altro coniata proprio da Burgess per questo spettacolo), vede un riflesso nella nostra società della triste dicotomia criminali-poliziotti intesa come sfogo delle pulsioni animalesche?
SG: «Mi lego alla domanda precedente sviluppandola in questa. Dim è uno spontaneista, individualista quando non egoista, portato all’azione per l’azione, alla violenza per la violenza, molto pericoloso proprio per questo. Un cane sciolto che poi (volente o nolente) con le sue azioni favorisce il padrone. Lo vedrei bene in alcuni nuclei politici degli anni di piombo, uno tra tutti che si definiva “rivoluzionario” nel nome e poi mirava a un non ben specificato autoritarismo. Come accade anche in Arancia meccanica, dove Dim e Goergie prima inneggiano agli “skrikki al bastardo millicente” e poi divengono “millicenti” loro stessi. Impuniti».

Nel 1990 la Royal Shakespeare Company mise in scena una versione di A Clocwork Orange con musiche nientepopodimeno che di Bono e The Edge (U2). Il drammaturgo britannico, convinto del valore intrinseco che la musica classica aveva per la sua pièce, definì l’hip hop gotico liturgico scelto dai compositori come “neo-wallpaper”. Come giudica la scelta registica di affidare la colonna sonora al poliedrico Morgan?
SG: «Una scelta davvero cinebrivido! Abbiamo avuto la possibilità di conoscere personalmente Morgan alla prima assoluta di Napoli e ancora prima alla conferenza stampa. Molto “drugo” per molti aspetti, primo tra tutti la sua cultura altissima in campo musicale e non solo. Uno degli aspetti forse più inquietanti e affascinanti al contempo di Arancia meccanica è che Alex è dotato di una cultura e di una sensibilità artistica “extra-ordinaria”, che gli fa giustificare i suoi comportamenti perché “extra-ordinari” e quindi “al di là del bene e del male”. Il dramma è che a giustificarsi e a assolversi è lui stesso. Nella società, nel lavoro, e quindi anche nell’arte credo sia fondamentale canalizzare il proprio talento e la propria “energia creativa” per non rischiare di disperderla».

Sempre citando Burgess, Arancia meccanica, sarebbe un’opera teatrale “too didactic to be artistic”. Pensa che il suo svelamento di alcuni degli ingranaggi che muovono certe azioni umane sia troppo “semplicista”, e quindi scevro di qualsivoglia valore artistico?
SG: «Non sono pienamente d’accordo. Dice Troisi ne Il Postino: La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve. Ecco, Burgess stesso non si aspettava tutto il successo e il clamore di Arancia meccanica, mentre Kubrick e nel nostro piccolo anche noi, rendendo il testo parola viva, e pancia, cuore e sangue, lo abbiamo reso (per dirla in in nadsat) nadsattamente artisticly etpur molto molto didacticissimo».

È arrivato il momento work in progress. Quando appenderà il giacchetto visonato al chiodo, di che altri panni si vestirà?
SG: «Quando appenderò il giacchetto visonato al chiodo piangerò LattePiù per almeno dva seigiorni (due settimane sempre in nadsat) e poi il 5 Giugno debutterò con lo spettacolo su Marco Pantani scritto da Chiara Spoletini e interpretato da me e Alessandro Lui. La vicenda di Marco mi ha rapito e ci ha rapito l’anima, siamo partiti dalla volontà di fare uno spettacolo e ci siamo ritrovati in una splendida “battaglia” fatta di tante salite e sacrifici (pane quotidiano dell’esistenza e della grandezza di Marco) con l’obiettivo irrinunciabile di restituirgli la dignità che gli è stata rubata due volte: il 5 Giugno del 1999 a Madonna di Campiglio, il 14 febbraio del 2004 a Rimini. Per questo oltre allo spettacolo ho promosso una petizione su Change.org contro l’archiviazione delle indagini sulla sua morte. Siamo già oltre 20.000, possiamo essere ancora di più. Pedalando per Marco. Con Marco. Il teatro che amo è quello che si ciba “della verità come soggetto, dell’utile come scopo e dell’interessante come mezzo”».

Lo spettacolo continua
Teatro Eliseo

Via Nazionale 183 – Roma
dal 26 aprile al 15 maggio
martedì, giovedì, venerdì, ore 20.00
mercoledì e domenica ore 16.00
sabato ore 16.00 e ore 20.00

Arancia meccanica
di Anthony Burgess
con Daniele Russo, Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, Alfredo Angelici, Martina Galletta, Paola Sambo, Bruno Tramice
regia Gabriele Russo
musiche Morgan
scene Roberto Crea
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino

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