Al Teatro i, Menoventi mette in scena il dramma della mitica regina di Babilonia rivisitato e attualizzato. Un monologo che lascia aperta l’interpretazione dello spettatore


Tre quarti d’ora di lucida follia, questo potrebbe essere il sottotitolo dello spettacolo Semiramis, che il regista Gianni Farina ha voluto portare in scena sul palco del Teatro i.

La necessità di emergere della regina – rinchiusa in una grotta per le sventure che porta con sé – penetra nell’animo della protagonista, dileguando ogni barlume di senso da qualsiasi movimento, ragionamento o parola che questa enigmatica eroina pronuncia. Il tema del destino che si compie – appartenente alla mitologia classica – risulta essere uno dei più intriganti ed inquietanti, utile a indagare le difficoltà del nostro contemporaneo. In questo caso, il messaggio però non si riduce a un fato avverso – che si rivela nel finale – ma affronta la solitudine della donna costretta dalla società a trattenere le pulsioni e le passioni compromettendo definitivamente la natura della propria femminilità.

Semiramis – interpretata in maniera molto convincente da Consuelo Battiston – è rinchiusa in un bagno spoglio, dalle pareti di un bianco tetro che vagamente richiama le gelide atmosfere di Kubrick. Una terribile profezia le predice nascita e morte da violenza e la regina babilonese cerca di esprimere le proprie emozioni tramite i mezzi che una donna ha a disposizione per abbellirsi: scrive sui muri col rossetto o con il fondotinta, lava via le preoccupazioni con il gel per capelli e, soprattutto, parla con il suo alter ego che altro non è che uno specchio. Proprio lo specchio è l’unico elemento in grado di dare risposte alla protagonista, la quale ascoltando l’eco prodotto dal suono della propria voce cerca di costruire un percorso di vita finto e precario per raggiungere la normalità. Una normalità che le consentirebbe finalmente di uscire dalla grotta; ma, proprio come per i protagonisti di Kubrick o Sofocle, la profezia torna con prepotenza e il destino della regina babilonese si chiude con la morte violenta prefiguratale.

A margine del dramma centrale Semiramis stessa inserisce due personaggi: Tiresia, il profeta carceriere, e il re Menone – del quale illusoriamente si innamora. Ancora una volta, dunque, è l’uomo a distruggere la vita della donna e regina e a condurla alla pazzia, giocando con la sua fragilità femminile. Semiramis non è infatti un personaggio forte, la sua follia grottesca non può farci sorridere, ma anzi ci colpisce come un pugno nello stomaco per mostrarci quanto sgradevole sia lo snaturamento dell’immagine sacra della femminilità. La sua morte violenta e ripetuta per più volte sulla scena dall’attrice non lascia dubbi: tolta alla donna la sua dolcezza e la possibilità di viverla a pieno, ciò che rimane è il niente.

Ottimi il monologo e la rappresentazione scenica, complesso il messaggio – intriso di troppi significati e rimandi, che ne compromettono la comprensione totale.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro i

via Gaudenzio Ferrari 11 – Milano

Semiramis
regia Gianni Farina con Consuelo Battiston
scenotecnica Attilio Del Pico
costumi Elisa Alberghi
macchinista di scena Alessandro Miele

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