Genet, martire o commediante?

La Serata Genet organizzata a Roma da Spazio Diamante propone due pièce del più maudit tra i drammaturghi francesi: Splendid’s e Haute surveillance. Un focus sui temi cardine della sua poetica, che alterna in modo impareggiabile l’analisi delle perversioni umane alla critica del perbenismo borghese. Due situazioni limite: la prima si svolge all’hotel Splendid, dove un sequestro di persona va storto; la seconda in una cella che tre violenti carcerati sono costretti a condividere. Ogni personaggio lotta disperatamente per essere riconosciuto dall’altro. Alla fine, tutti comprendono di essere soltanto delle coscienze infelici.

Jean Genet è un filosofo dell’ambiguità che tortura il pubblico con interrogativi inquietanti, mettendolo a contatto col magma degli istinti umani, sprofondandolo in un gioco di contraddizioni che non trovano una sintesi finale, convocandolo di fronte all’impossibilità di assumere una posizione definitiva. Eros e Thanatos, desiderio di onnipotenza e autodenigrazione, legge e crimine, normalità e delirio: ecco solo alcune delle antinomie affrontate dai testi di Genet, ma soprattutto dai registi e dagli attori che li hanno portati in scena.

Ciò vale anche per una serata che ha avuto l’indubbio merito di riconsegnare all’attenzione del pubblico un autore scomodo, molesto, politically incorrect. Il bene e il male sono categorie morali astratte, e soprattutto dal labile confine, visto che i cattivi si rivelano eroi e i padroni si scoprono dominati dai loro servi. Lo stesso istinto di autoconservazione, sotto al cui dominio apparentemente si dispiega la vita degli uomini, si scopre frammisto alla pulsione di morte, caratterizzata dal bisogno di ripristinare la quiete nirvanica, finalmente immune da tensioni interne e stimolazioni esterne. In fondo, ci ricorda un po’ cinicamente Freud, «tutta la vita pulsionale serve a determinare la morte», di modo che non è opportuno sopravvalutare la «tendenza dell’organismo ad affermarsi contro tutto e contro tutti. Essa si riduce al fatto che l’organismo vuole morire solo alla propria maniera» (Al di là del principio di piacere).

Si comincia con Splendid’s, l’opera teatrale che Genet scrisse nel 1948, ma che fu pubblicata postuma nel 1993. I due atti della pièce originale sono ridotti a uno, così da renderne ancora più incalzante il ritmo: al settimo piano dell’hotel di lusso Splendid, sette banditi e un poliziotto, passato dalla loro parte, hanno preso in ostaggio la figlia di un milionario per chiedere il riscatto, ma per errore la ragazza viene uccisa. La mitica banda della Rafale (raffica, in francese) è ormai giunta al capolinea: la polizia ha accerchiato l’hotel e sta per fare irruzione, mentre i banditi si rinfacciano vecchi rancori, cercano il colpevole che ha mandato in pezzi il loro piano, si interrogano sul modo con cui porre fine alla loro onorata carriera delinquenziale: arrendersi o farsi uccidere in un glorioso rush finale?

Nemmeno il disperato diversivo messo in atto dalla gang per guadagnare tempo funziona: il capobanda, ormai umiliato e destituito da tutti, viene obbligato ad indossare gli abiti della ragazza per mostrarsi al balcone e così ingannare la polizia. La decisione è, però, presa: la polizia compirà l’assalto per liberare l’ostaggio. I banditi – eccetto uno, che si toglie la vita – giudicano più coraggioso sottomettersi all’ordine costituito, nonostante l’estremo tentativo del poliziotto di convincerli a morire da eroi anti-sistema.

Nella bagarre finale, però, il poliziotto consumerà un doppio tradimento, fingendo di essersi infiltrato nella banda per sgominarla dall’interno: da custode della norma (civile ed eterosessuale) a fuorilegge che flirta con un affiliato della Rafale; da colui che aspira a diventarne il leader a virile paladino della legge. Ma quale legge? Al termine di questa serie di capovolgimenti dialettici, i concetti di «giustizia», «lealtà», «verità», «reato» hanno perso il loro significato: il principio di non contraddizione ha lasciato il posto alla logica della negazione che, sospinta da un impulso irresistibile, continua a negarsi, e a negarsi… senza che si possa totalizzare un ritorno al positivo. Chi è più crudele? I banditi senza scrupoli o il poliziotto impostore? I ladri o la società che li ha resi tali? Chi sovverte l’ordine o chi lo mantiene? Chi – come un parassita – ha bisogno dell’ordine per sovvertirlo? O chi – come un opportunista – ha bisogno del parassita proprio affermare la sua superiorità, escludendolo dall’apparato? Sono interrogativi immani, indecidibili, che la regia di Gianluigi Fogacci, presente sulla scena come interprete di uno dei sodali più anziani della Rafale, fa affiorare nelle coscienze frastornate degli spettatori. Il tarlo del dubbio si manifesta plasticamente sul palco, che si affolla e si svuota in base ai veloci spostamenti degli attori; gli scambi di battute sono graffianti e convulsi, le parole sono «pesanti» come i corpi da cui emanano; il dramma sfiora l’assurdo, senza mai tradire la generale atmosfera da Vaudeville, salvo nel tragico finale. Genet lo avrebbe apprezzato.

Ancora più persuasivo ci è sembrato Sorveglianza (il titolo originale è, però, Haute surveillance, ovvero Stretta sorveglianza), per la regia di Alessando Averone. Il testo è stato portato in scena per la prima volta nel 1949, lo stesso anno della pubblicazione del romanzo parzialmente autobiografico Diario del ladro. Tre criminali condividono la stessa cella: Occhiverdi, capo carismatico della prigione insieme a Palla di neve (soltanto evocato), condannato a morte per avere ucciso una donna; Maurice e Lefranc, due delinquenti minori, in competizione tra loro per ottenere la considerazione (finanche omoerotica) di Occhiverdi.

In questo lavoro, spietato e malinconico, privo di qualsiasi richiamo a forme di commedia leggera, Genet rende manifesta la «microfisica del potere» attuata all’interno del carcere: il dispositivo panottico di controllo, mirabilmente descritto da Foucault, viene analizzato dal drammaturgo francese nei suoi prodigiosi effetti di raddoppiamento. Non solo i sorveglianti (la cosiddetta «società dei giusti») vigilano sui sorvegliati, ma i sorvegliati stessi riproducono tra loro le medesime strategie disciplinari: «colui che è sottoposto ad un campo di visibilità, e che lo sa, prende a proprio conto le costrizioni del potere; le fa giocare spontaneamente su se-stesso; inscrive in se-stesso il rapporto di potere nel quale gioca simultanemanete i due ruoli, diviene il principio del proprio assoggettamento» (Sorvegliare e punire).

Occhiverdi ha sperimentato il lato oscuro della natura umana e ciò lo ha reso un semidio, rispettato e temuto dagli altri carcerati, che ingaggiano una lotta per ottenere la sua approvazione. In quest’opera genetiana, come in altre, è possibile vedere al lavoro la figura hegeliana del servo-signore, con le sue polarità iniziali e le sue repentine inversioni. La sola differenza con Hegel è che il servo non accresce la sua autocoscienza, ma anzi si smarrisce per sempre, al contrario del signore, che comprende di non voler più dipendere dagli altri.

Maurice e Lefranc (i servi) sono sottomessi da Occhiverdi (il signore); ma Lefranc vuole varcare la soglia della perdizione, come Occhiverdi e – alla fine di deliranti alterchi e violente schermaglie – strangola Maurice, che muore per niente. Si affacciano, allora, alla mente alcune irrisolvibili domande: chi domina e chi è dominato? Quanto vi è di volontario in ogni sottomissione? Vale di più la disgrazia cercata da Lefranc, per recitare la parte del criminale, senza esserlo davvero? O quella non richiesta, che ti piomba addosso, come nel caso di Occhiverdi, e che lo trasfigura in assassino suo malgrado?

La regia di Averone è efficacemente destabilizzante e la squadra di attori funziona come un amalgama perfetto. Gianluigi Fogacci è Occhiverdi, Giovanni Longhin Maurice, Michele Maccaroni un memorabile Lefranc, Andrea Nicolini il secondino: tutti seguono l’impostazione drammatica di Peter Stein, il mitico fondatore della Schaubühne berlinese negli anni ’70, con il quale a vario titolo si sono formati. Lo spazio scenico è spoglio, la recitazione decisamente fisica, l’uso dei corpi libero e scabroso, i personaggi sono contemporaneamente se stessi e i ruoli che occupano nella struttura sociale. La critica del potere disciplinare si coniuga con la psicoanalisi esistenziale dei personaggi: come ci ha insegnato Foucault, «il Panopticon è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti: nell’anello periferico si è totalmente visti, senza mai vedere; nella torre centrale, si vede tutto, senza mai essere visti» (Sorvegliare e punire). Genet ci catapulta in questo modello di funzionamento, che in fondo definisce i rapporti del potere con la vita quotidiana degli uomini.

In Haute surveillance, noi siamo posizionati nella torre centrale, i carcerati nell’anello periferico. Fuori dal teatro, però, siamo tutti collocati nell’anello periferico, interamente visibili (e controllabili) senza mai vedere chi ci osserva. Stanislavkij e Brecht si sono dati un appuntamento impossibile nella gattabuia di Genet, che ci perseguita con un’ultima, vertiginosa domanda: perché lottare per diventare qualcuno agli occhi degli altri, se l’esito è la più totale solitudine?

Lo spettacolo è andato in scena
Spazio Diamante
Via Prenestina, 230 B – Roma

Serata Genet
Due atti unici di Jean Genet
Splendid
traduzione Franco Quadri
regia e progetto visivo Gianluigi Fogacci
con Andrea Nicolini, Simone Ciampi, Laurence Mazzoni, Sebastiano Morosini Gimelli, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Gianluigi Fogacci, Giovanni Longhin
musiche originali eseguite in scena Andrea Nicolini

Sorveglianza
traduzione Franco Quadri
regia e progetto visivo Alessandro Averone
con Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.