Ritratti d’Autore

Propositi e aspettative di una levatrice teatrale

Qualche domanda per intrufolarsi e curiosare nella carriera passata e futura di Serenella Di Michele, Direttore Artistico del Centro di Pedagogia e Formazione Teatrale del Mediamuseum, per la quale insegnare il teatro è un’esigenza.

A Pescara, infatti, esiste un luogo dove il teatro non si guarda ma lo si fa, e se questo accade in ogni scuola o accademia, si dovrebbe partecipare a una sua lezione per rendersi conto come questa esperienza di formazione qui prenda strade diverse. La creatura – che nasce al termine di un percorso che scandaglia a fondo l’intimo dell’allievo – è letteralmente estratta con l’arte della levatrice, che partecipa con lentezza quasi sacrale allo straordinario evento della nascita. Qualunque donna è una potenziale partoriente, ma le levatrici chi sono? Noi ne abbiamo incontrata una e ve la presentiamo: Serenella Di Michele.

Innanzi tutto, che cos’è la pedagogia teatrale?
Serenella Di Michele: «È una materia nuova. La pedagogia teatrale muove i suoi primi passi quando, con Stanislavskij, si pone finalmente attenzione all’interprete e si manifesta l’esigenza di capire come l’attore possa imparare a recitare, non solo in base a capacità istintuali ma con strumenti specifici che gli servano a manipolare il materiale di base. L’attore è insieme corpo, anima e voce. All’inizio, quindi, occorre sviluppare metodi di allenamento per migliorare la dizione, la fisicità e la vocalità. Nonostante la lunga ricerca, la pedagogia teatrale è tuttora una materia ignota ai più, tanto che chi arriva qui si aspetta un copione, ma non non lo trova perché – prima di arrivare al copione – bisogna avere pronti tutti gli strumenti».

Quali obiettivi si pone e chi sono i suoi allievi?
S. D. M.: «Gli allievi sono tanti, l’anno scorso erano 180, e tutti molto diversi fra loro. Solo una piccola parte intraprende la carriera professionista, i restanti giungono qui perché il nostro è un centro per l’applicazione del linguaggio teatrale allo sviluppo e alla formazione dell’essere umano. Io sono una trainer teatrale: l’essere umano è il mio principale interesse e il teatro è un modo di fare filosofia, tentando con la ricerca sul corpo di dare sangue e vita a questo discorso. Il teatro mette in scena questo atteggiamento di tensione metafisica proprio dell’essere umano, questa continua ricerca di un qualcosa, che a volte si trova e altre volte no».

Quali obiettivi si propone il suo insegnamento?
S. D. M.: «Il teatro non dà una risposta ai perché fondamentali ma aiuta l’uomo a sostenere la propria esistenza, e qui ritorna il ruolo pedagogico-formativo perché il teatro non esiste se non siamo almeno in due: io che recito e tu che ascolti – quindi si agisce sull’aspetto relazionale. Ciò accade soprattutto con i bambini, nei quali si stimola la relazione con gli altri e la creatività, ma anche con i ragazzi che vivono una condizione di alienazione perché la nostra società ha abbattuto tutti i principi di verità. Il teatro è la mia chance di esprimere una verità sull’esistenza, un modo per rimanere in contatto con gli esseri umani in una dimensione empatica. Non è uno spazio terapeutico ma artistico dove partecipano empatia ed emozioni, un modo per affrontare le questioni senza per forza dare una risposta. Il teatro è uno spazio per condividere le esperienze e per vivere bene insieme».

Obiettivi che si conquistano lentamente.
S. D. M.: «Noi nasciamo nelle scuole dove raccontiamo il teatro con un linguaggio pedagogico, un lavoro in cui si accompagna il bambino, tassello dopo tassello, nella comprensione di quello che sta facendo. Ciò è stato apprezzato perché nella scuola è più importante il processo d’apprendimento del risultato finale che, comunque, c’è sempre ed è di qualità ma ci si arriva lentamente. Ora le persone ci cercano perché sono stanche del nulla e vogliono un qualcosa che non possono comprare in negozio: tentano di trovare il modo di stringere relazioni con gli altri».

In questo momento quale importanza riveste il teatro in Abruzzo?
S. D. M.: «Poca, pochissima ma la colpa è anche nostra che abbiamo propinato il “teatro mortale”, come quello difficile dei grandi russi. Per invertire la tendenza si potrebbe cominciare a proporre qualcosa di diverso che si muova su una linea pedagogica».

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