Scrigno e vulcano

Al Teatro dei Conciatori è in scena quello che è ormai un classico del teatro contemporaneo, ovvero Shakespea Re di Napoli di Ruggiero Cappuccio

Tra i tanti misteri irrisolti che avvolgono la vita e l’opera di William Shakespeare, c’è quello relativo al nome al quale il poeta dedicò i suoi Sonetti; si tratta di due iniziali, W. H., indecifrabili e sulle quali tanto è stato ipotizzato e scritto. Ruggero Cappuccio, scrittore e drammaturgo, si è fatto ispirare da ciò per realizzare Shakespea Re di Napoli, atto unico che calca i palchi di tutta Italia (e non solo) da ormai più di vent’anni, e che è ora in scena fino al 26 aprile al Teatro dei Conciatori di Roma. La vicenda dei Sonetti diventa nelle mani dell’autore un pretesto per compiere un’operazione artistica di indubitabile fascino, da un lato mettere in rapporto due universi apparentemente incomunicabili, ovvero quello del teatro elisabettiano e quello del barocco napoletano, dall’altro si tratta soprattutto di compiere un’ardita sperimentazione linguistica, che al contempo è una riflessione sul valore e la musicalità della lingua partenopea. Di qui, attraverso la forza e la magia della lingua napoletana del Seicento, si dipana un testo che in un’ora e venti riesce a conciliare goliardia, e perciò divertimento, a dramma profondo, alimentato da alcune inesauribili fonti spirituali dalle quali l’uomo attinge da sempre per realizzare l’arte: l’amore, il genio, la bellezza, la morte.

Un’opera, questo Shakespea Re di Napoli, i cui meriti e qualità sarebbero difficili da elencare, ma che possono essere riassunti come segue: è uno spettacolo che continua a piacere e a essere acclamato dal pubblico oggi come vent’anni fa, perché, mentre riflette tutto l’umorismo e la comicità carnevalesca del capoluogo campano, con un linguaggio derisorio e volgare, nello stesso tempo serba, quasi fosse uno scrigno, un tesoro profondo che è il tesoro stesso della lingua napoletana. Parte delle battute dei due protagonisti infatti sono scritte in settenari ed endecasillabi sciolti, e la loro lingua, così musicale, fisica, artistica, è il frutto di un’attenta e filologica ricostruzione da parte dell’autore. In tutto questo i due attori, Claudio Di Palma e Ciro Damiano, che incarnano Zoroastro e Desiderio da quando lo spettacolo è stato portato in scena la prima volta al Festival di Sant’Arcangelo nel 1994 per volontà di Leo De Berardinis, sono immensi: il primo (il cui ruolo è stato adottato anche da Lello Arena) è il fuoco di un’orbita composta da tutta la grande tradizione drammatica e teatrale napoletana, che da Pulcinella arriva a Peppe Barra, mentre al secondo spetta l’onere di interpretare quel Desiderio al quale, nell’immaginazione di Cappuccio, sarebbero stati dedicati i sonetti di Shakespeare, che sempre fantasiosamente avrebbe compiuto un viaggio a Napoli dove sarebbe entrato in contatto con la commedia partenopea.

La coppia, in un palco minimale che richiama l’Arte povera, complice un disegno luci perfetto, sono un vulcano, un flusso di emozioni intraducibile come intraducibile è la lingua da loro recitata, dalla quale bisogna solo lasciarsi trasportare, perché la potenza e il valore della lingua poetica è spesso più nella forma che nel contenuto; non ci stupiremmo se tra vent’anni, e tra quaranta, un testo del genere, apparentemente obsoleto e desueto, venga ancora acclamato dal pubblico e richiesto dai teatri di ogni zona d’Italia.

Lo spettacolo continua:
Teatro dei Conciatori
Via dei Conciatori, 5 –  Roma
fino al 26 aprile 2015, ore 21.00 – domenica ore 18.00

Teatro Segreto presenta
Shakespea Re di Napoli
testo e regia Ruggero Cappuccio
scene e costumi Annalisa Milanese
con Cludio Di Palma, Ciro Damiano
costumi Carlo Poggioli
musiche Paolo Vivaldi
aiuto regia Nadia Baldi

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