Al Teatro Parenti, il felice matrimonio tra l’ironia giocosa ma acuta di Paolo Poli e la poesia in prosa di Goffredo Parise.

“Pochi, insignificanti particolari contengono in sé virtualmente delle architetture complesse, degli intrecci, dei rapporti romanzeschi”, questa la definizione che dà Cesare Garboli, amico e critico di Goffredo Parise, dei racconti brevi raccolti in Sillabari – istantanee di epoche e sentimenti, disegnate in prosa e colorite in poesia. E da queste impressioni – nel senso fotografico del termine e, quindi, immagini – fulminanti, parte e si sviluppa lo spettacolo del quale Paolo Poli è realizzatore, regista e interprete. Dalla A di Amore alla S di Solitudine – perché a questa lettera la poesia ha abbandonato il suo autore, come Parise stesso affermava – Poli ritrae l’Italia (spesso l’Italietta) tra gli anni 40 e 60, in una serie di sketch agro-dolci, in bilico tra nostalgia e ironia, che rimandano alla rivista – “rivista e corretta” in puro stile camp.

Su una serie di fondali che Luzzati usa per ricreare le atmosfere delle varie epoche, attraverso rimandi colti all’arte del ‘900 – da De Chirico a Mondrian, da Magritte ai disegni di Sant’Elia, da Edward Hopper a Picasso – e musiche originali di quegli anni, Poli e la sua compagnia suscitano nello spettatore lo straniamento brechtiano che pone chi guarda in uno stato di allerta critica. Esemplari l’abbinamento tra canzonette, sivigliane in mantiglia e una Spagna incendiata dalla guerra civile; il cinquantenne benestante che sfila dal portafoglio la banconota e la porge all’amante operaio cantando: “Con una stretta di mano/da buoni amici sinceri/ci sorridiamo per dirci/arrivederci”; e, ancora, Grazie dei fiori, troncata sulla parola “addio” da quattro casalinghe in foulard e ramazza.

Niente grasse risate ma un divertissement intelligente – che nemmeno Pascal avrebbe potuto criticare – condotto con precisione matematica e consumata professionalità da un vero talento del palcoscenico. Un Poli che, dall’alto dei suoi 80 anni, ha la prontezza di salvare con una battuta il colpo di tosse – deprecando il clima di Milano e optando per un viaggio a Cuba – e la caduta di un fondale, rivolgendosi all’amico di gioventù: «Qui avrei dovuto dire che la tua portineria assomiglia a un quadro di Mondrian!».

Certamente per chi preferisce un Poli come istrionica macchina da battute, questo non è lo spettacolo giusto perché il testo di Parise ha in sé una varietà di umori che difficilmente suscita ilarità e le zampate di Paolo Poli scorticano l’ipocrisia di un’epoca con la sottigliezza del bisturi – il taglio di una frase, un’inflessione di voce, uno sguardo più eloquente di cento parole – ma per tutti gli altri, lo spettacolo è certamente il più valido antidoto all’indigesto cinepanettone natalizio.

Sillabari
due tempi di Paolo Poli da Goffredo Parise
regia Paolo Poli
con Paolo Poli, Luca Altavilla, Alfonso De Filippis, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco
scenografia Emanuele Luzzati
costumi Santuzza Calì
musiche a cura di Jacqueline Perrotin
coreografie Alfonso De Filippis
produzioni teatrali Paolo Poli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.