La vita in fabbrica secondo Maifredi: al Teatro Libero gli anni ’40 diventano belli come in un rotocalco.

Sipario assente. Una bicicletta, secchi di legno e di metallo, scale, pedane, ringhiere, tutto dello stesso sconcertante, elegante grigio. Una scenografia interessante, sorprendente, stimolante, esteticamente impeccabile. Due attrici, anche loro decisamente piacenti, con la personalità riassunta nel colore e nel taglio di capelli, secondo stereotipi ormai consolidati: la bionda e riccia Nara, naturale e ingenua, e Anita, più sveglia e maliziosa, come promette il suo caschetto nero, dritto e lucido.

Dietro a tutto, proiezioni, furbescamente accattivanti anche se inspiegabilmente fuori luogo: il video iniziale, un carosello con il Quartetto Cetra, fonte di sorrisi e risate ma purtroppo anacronistico (la vicenda rappresentata sul palco inizia nel 1943, mentre il primo Carosello è stato trasmesso ben quattordici anni dopo); i volti in bianco e nero di angeliche ragazze riccamente truccate e pettinate, tanto belle quanto poco credibili come operaie; un edificio giapponese, a sottolineare didascalicamente l’origine del nome di Nara (una delle protagoniste), mostrato addirittura due volte e destinato a essere l’immagine di chiusura dello spettacolo. Nello stesso modo è usata la musica – tanta: sottofondo piacevole che tiene alto il livello di attenzione e lega tra loro i diversi momenti, ma che alla lunga diventa opprimente e quasi offusca il testo e l’azione.

Le due donne ricordano, raccontano, rivivono il viaggio che in tempo di guerra le ha portate a Ivrea, quando ancora quattordicenni hanno iniziato a lavorare nella grande fabbrica Soie di Chatillon. Nel grande convitto della “Suà”, come la chiamano loro, Anita e Nara vivono insieme a tutte le altre operaie, sognano, crescono, cambiano veloci personalità e vestiti, creando bei quadri grazie alle luci, all’ottima regia e ai corpi giovani delle due attrici. Con un ritmo incalzante le scene si susseguono, il cortile diventa dormitorio, con affascinanti letti inclinati, il dormitorio diventa fabbrica, poi piazza.

Le immagini prendono vita, la recitazione è fresca, immediata, pulita, forse anche troppo pulita: i movimenti netti e le parole chiare filtrate dall’inutile amplificazione dei microfoni (le dimensioni di palco e platea del teatro Libero sono tranquillamente affrontabili anche a voce nuda) perdono sfumature e profondità, appiattiscono le emozioni in un unico piacevole quadro dalle tinte pastello.

E così il testo. Per quanto la costruzione sia originale e il continuo intrecciarsi delle esperienze e delle sensazioni delle due protagoniste in un unico grande vissuto renda la loro storia universale, le frasi e i toni trattano paura ed eccitazione, gioia e dolore, tutti con la stessa intensità. Il risultato è una visione morbida, in cui gli angoli problematici, smussati a favore dell’estetica, hanno perso la possibilità di pungere lo spettatore e di porgli quesiti, di lasciargli dubbi. Tutto è bello: i problemi si risolvono, ogni cosa può essere affrontata e tutto finisce bene, senza chiaro-scuri, senza ambiguità.

Resta la piacevolezza di una visione armonica, rilassante, che ricorda l’atmosfera tipica dei film hollywoodiani di quegli anni.

Indelebile, il tango sgangherato ballato in discesa in camicia da notte.

Lo spettacolo e’ andato in scena:
Teatro Libero
via Savona, 10 – Milano
fino a domenica 21 Marzo, ore 21.00

Sirene
di Lucia Rossetti
regia di Sergio Maifredi
con Maria Alberta Navello e Martina Galletta

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.