L’urlo

Il successo di Filippo Timi scorre impetuoso attraverso la tournée: sbocciato in un echeggiante debutto a Genova, si è snodato tra Piemonte, Toscana, Veneto, Emilia Romagna. Rapido, in un fragore di teatri pieni. Ora torna a casa, al Franco Parenti, dove sosterà prima di ripartire per l’ultima tappa, l’altra casa, l’origine: Perugia.

L’opera è tutta sua: testo, regia, recitazione. One man show – accompagnato, ritmato, cadenzato dalla chitarra e dal canto esplosivo di Andrea Di Donna.
Voce che erompe dal silenzio e racconta il silenzio, che esce come un grido – il grido del racconto e il grido del canto, intrecciati mentre colano fuori dal vulcano spalancato della bocca.
Timi ci racconta la storia di Filippo: un ragazzino disabile, nato con la “scatola cranica sigillata”, ma soprattutto muto. Sigillati sono la mente, il pensiero – sigillata è la bocca. Imprigionata, la voce rimbomba dentro un solo corpo e un solo mondo. A volte, racconta Timi, in quella prigione cantava e cantava tanto forte che sua madre lo guardava come a dirgli che si sentiva fin lì, che il suo canto era stonato.
La fiaba del bambino muto allora diventa parabola dell’incomunicabilità, il voler dire e voler agire e voler essere di ognuno. Potenza che non si trasforma in azione, desiderio frustrato, il mutismo di ciascuno, come anche quella sensazione terribile che si prova quando si ascolta per la prima volta la propria voce registrata – e sembra falsa, sembra stonare: allora gli altri ci sentono distorti?
Infatti, con rabbia e ironia, questo ragazzino ci racconta di come chi gli sta intorno non sappia capire i suoi desideri e bisogni, né stargli vicino nel modo giusto: insomma di come gli altri non lo sentano o lo sentano falsato. Forse per questo, in alcuni momenti, tra Timi e il pubblico si alza del fumo: una nebbia eretta a parete della sua interiorità, mentre noi dall’esterno lo vediamo offuscato.
Così, se il mondo interiore in cui si muove è rappresentato da una palestra, Filippo si trova non normalmente seduto sulla cyclette, ma sospeso sopra di essa, quasi in volo: guarda dall’alto e con lucidità se stesso e i propri movimenti, la propria relazione con l’esterno. E però da lassù il corpo non è libero di espandersi, straripare, creare un contatto diretto con l’altro.
Timi riesce a raccontare questo schianto tra dentro e fuori, che non avviene nella realtà, ma in una fiaba, o sogno, o nella testa del ragazzino, o sul palco di un teatro. Il suo linguaggio è quello del mainstream, comprensibile da tutti, capace di arrivare anche al pubblico di fans in formato “ragazzine urlanti”, che si sprofondano in applausi a scena aperta e grida di giubilo alla fine. Timi si rivolge a tanti e per farlo riesce ad equilibrare scenografia, luci ed effetti che, in parte, entrano in relazione funzionale al testo, ma senza mai tralasciare di ammiccare al pubblico. Così nel linguaggio fatto di dialetto umbro (le origini) si bilanciano poesia e urla di rabbia, senza mai arrivare a graffiare, senza mostrare il sangue. Qualche lacrimuccia o sorriso, non la pretesa di spostare profondamente chi entra a teatro e di farlo uscire un po’ più ricco: asciugata la commozione e riposate le mani dopo il tanto battere, si torna alla realtà e si è rimasti quelli di prima.

Lo spettacolo continua
Teatro Franco Parenti

Via Pier Lombardo 14, Milano
dal 20 novembre al 7 dicembre
lunedì 20.30, mercoledì e venerdì 21.30, giovedì e sabato 19.15, domenica 18.30

Teatro Franco Parenti e Teatro Stabile dell’Umbria presentano
Skianto
di e con Filippo Timi
voce e chitarra Andrea Di Donna
luci Gigi Saccomandi
costumi Fabio Zambernardi

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