Quei mitici anni Settanta

ambra-jovinelliAl teatro Ambra Jovinelli l’infanzia palermitana di Teresa Mannino regala un’ora e mezza di pura ilarità al pubblico entusiasta.

Che cosa scrivere di un personaggio come Teresa Mannino?
Si rischia di essere monotoni e ripetersi, perché lei è brava, calibrata, naturalissima, convincente nel saper creare un clima di complicità con il pubblico.
Durante il suo nuovo spettacolo, Sono nata il ventitré, si ride, e tanto: il monologo è in realtà una sfilza di battute che incalzano gli spettatori e li coinvolgono interpellandoli a tratti direttamente, con grazia affabulatrice.
Di una simile artista colpisce non tanto che il tempo diventi decisamente relativo e l’ora e mezza dello spettacolo fugga via in un attimo, quanto la levità con cui ciò accade.
Oggi chi riesce a far ridere merita una certa ammirazione, l’impresa è sempre più ardua visti i tempi culturalmente appannati in cui viviamo, in particolare lo merita chi sa doviziosamente regalare spensieratezza, tra nostalgie e ricordi condivisi magari, senza mai scivolare nella volgarità, spettro occulto talora in agguato tra i comici nostrani, abituati con una certa nonchalance a ricorrere al facile doppio senso, alla boutade greve, piuttosto che all’ironia, all’allusione colta. Qui con l’allusione colta si dà il la allo spettacolo: la Mannino ci racconta e reinterpreta l’Odissea rimanendo paradossalmente fedele al testo pur facendone esplodere i nonsense arbitrari, scovandone addirittura le potenzialità grottesche («Se Omero avesse chiamato il suo protagonista Gennaro, avrebbe scritto Un posto al sole!»), soprattutto attraverso gli occhi di Penelope («Se vuoi ripartire, almeno un procio me lo vuoi lasciare?»). La lettura prosegue poi in chiave attualizzante: considerando che all’epoca di Penelope non esisteva WhatsApp e scoprire i tradimenti del coniuge per una moglie trascurata non si prospettava facile: impossibile per esempio verificare che una Circe avesse stretto amicizia col proprio marito… Prendendo spunto da qui, l’attrice si sbizzarrisce nel fornirci una tassonomia dei comportamenti differenti di uomini e donne davanti al tradimento: memorizzare il nome dell’amante sotto il falso nome di Papa Francesco può essere astuto, non è tuttavia affatto sufficiente!
Partire dall’archetipo di Ulisse, non è solo una bella invenzione delle autrici: l’allontanamento dai luoghi d’origine è il file rouge della narrazione che, attraverso la paura di volare e le ipocondrie della sua protagonista, ci riporta alla Palermo di un’infanzia realistica e mitizzata insieme, vero cuore dello spettacolo e dell’essenziale – forse un po’ troppo – scenografia, in cui viene riprodotta in scala minore anche Porta Felice.
Un’infanzia legata alle idiosincrasie e alle buffe contraddizioni degli anni Settanta che la seconda parte dello spettacolo rievoca descrivendoci quando da bambini si saliva ancora in auto in otto, quando si subiva la brutale educazione impartita da madri spicce, o si giocava alacremente con figurine di calciatori ora entrati nella storia, prendi Sandro Mazzola, sideralmente lontano dai Cannavaro di oggi per i plastici motivi che l’attrice ci illustra con meticolosa persuasività.
Teresa Mannino è oggi l’esempio vincente di come una donna possa fare comicità con stile senza nulla invidiare alla verve maschile, benché gli uomini siano stati per secoli in questo campo indiscussi ed esclusivi protagonisti. Con la sua intelligenza calda e mediterranea, la comica è perfettamente a suo agio nello scalzar via i colleghi dal loro ruolo preminente. Persino nel prendersi una sovrana rivincita nei confronti del sesso (presunto) forte, come l’appendice al finale ben dimostra: se la Littizzetto ha vivacemente sdoganato il Walter, la Mannino lo ridimensiona con infinito savoir faire.

Lo spettacolo è in scena
Teatro Ambra Jovinelli
Via Gugliemo Pepe 43, Roma
fino al 14 febbraio
dal martedì al sabato ore 21:00, domenica ore 17:00

Sono nata il ventitré
di Teresa Mannino e Giovanna Donini
regia Teresa Mannino
con Teresa Mannino
produzione Bananas

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