Danza e antropologia

Presentata a giugno 2014 alla Biennale di Venezia, la nuova creazione del coreografo regista Enzo Cosimi, Sopra di me il diluvio, giunge sul palcoscenico del Teatro Vascello, colpendo lo spettatore con la semplicità di un’idea e la potenza della sua interprete.

Una manifestazione naturale come un diluvio può sussumere a diversi significati: in quanto fenomeno atmosferico di una certa potenza può portare con sé devastazione, come elemento che riconduce all’idea simbolica dell’acqua purificatrice può invece farsi metafora della catarsi umana.
Probabilmente entrambe le componenti sono presenti nel lavoro di Enzo Cosimi, Sopra di me il diluvio, magistralmente interpretato dalla potenza e intensità di Paola Lattanzi.
Ad aprirsi agli occhi dello spettatore è uno scenario post-apocalittico, un quadrato asettico, delimitato dal gioco di luci, in cui restano solo un televisore rotto, due poltrone e ossa di vario genere. In questo non-luogo creato da oggetti che altro non sono se non rimanenze di una (apparente) civiltà, si muove una creatura, una donna che è già in una condizione di limbo: ancora uomo proveniente dalla civiltà industrializzata e consumistica (confermato da appariscenti e aggressive scarpe dal tacco vertiginoso) ma in fase di trasformazione. La metamorfosi in atto si percepisce dai rumori e dai suoni che rimandano ora al ruggito di una fiera selvatica, ora a un potente stormire, quasi un gridare, di uno stormo di uccelli; fino al suono dell’acqua che prende il sopravvento sull’uomo quasi a soffocarlo. Tuttavia nel percorso di questa creatura umana non c’è paura, non c’è inquietudine, c’è piuttosto una apparente alienazione che viene meno e si trasforma man mano in consapevolezza e liberazione quando questa figura inizia a liberarsi dalle sovrastrutture imposte dalla società moderna, industrializzata e civilizzata eppure così noncurante del proprio legame con la natura, con la terra e con la propria animalità, intesa nel senso più nobile del termine.
Così la creatura protagonista, ormai non più donna e non più uomo, ma solo umana, si spoglia letteralmente e questa nudità è sì funzionale al compimento di un percorso interiore. Una riconciliazione con la sfera del tribale, con ciò che viene oggi identificato come stato di arretratezza, che altro non è se non profonda conoscenza della spiritualità in una vita svuotata di inutili artifici. Simbolo di questa reale nobiltà è l’Africa delle popolazioni di indigeni, presa a esempio di terra martoriata, devastata, calpestata e ignorata dalla in-civiltà moderna.
Ed è solo quando la creatura umana si riconcilia con questo stato primordiale che può affiorare sul suo viso un sorriso.
Enzo Cosimi costruisce il suo spettacolo su un’idea semplice, che è appunto quella della critica alla modernità, a una popolazione affamata di progresso che porta, nella realtà, a un regresso autodistruttivo. Sono le idee semplici quelle più difficili da rendere sulla scena senza eccedere in un pathos da autocommiserazione e, allo stesso tempo, autocompiacimento. Di questo rischio, nel bel lavoro di Cosimi, non c’è traccia. Resta l’essenza di un messaggio trasmesso con semplicità e grande potenza.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vascello
Via Giacinto Carini, 78 – Roma
dal 28 ottobre all’1 novembre
orari: da mercoledì a sabato ore 21, domenica ore 18

Compagnia Enzo Cosimi presenta
Sopra di me il diluvio
regia, coreografia, scene e costumi Enzo Cosimi
con Paola Lattanzi
collaborazione alla coreografia Paola Lattanzi
video Stefano Galanti
musiche Chris Watson, Petro Loa, Jon Wheeler
fruste sciamaniche Cristian Dorigatti
luci Gianni Staropoli
organizzazione Flavia Passigli, Maria Paola Zedda
produzione Compagnia Enzo Cosimi e MIBACT
in collaborazione con Biennale di Venezia 2014

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