La libertà di espressione è un nostro diritto?


Esiste un teatro che viviamo come un momento ludico da domenica pomeriggio, comodamente seduti in poltrona, mentre contempliamo la messa in piega dell’impellicciata davanti a noi. Ed esiste un’informazione, non solo da domenica pomeriggio, altrettanto prevedibile, altrettanto soporifera, altrettanto benpensante.

E poi esistono persone e realtà che ci fanno sobbalzare dalla sedia, risvegliandoci dal torpore, mettendo in crisi le nostre certezze, facendo sorgere quel pensiero che è alla base del “postulato democratico, [ossia] che i media sono indipendenti e hanno il compito di scoprire e di riferire la verità, non già di presentare il mondo come i potenti desiderano che venga percepito” – come scrivevano Noam Chomsky ed Edward S. Herman in La fabbrica del consenso. Pensiero che potremmo estendere al teatro e alle arti, fino alla scuola e all’università. Ma non è facile affrontare le verità scomode, oggi, né su un mezzo di informazione – che sia un quotidiano, un blog o la rete televisiva nazionale – né sulle tavole di un palcoscenico. Eppure noi tutti, come cittadini, dovremmo essere consci dell’importanza della libertà di parola, ed è per questo che abbiamo deciso di narrarvi tre vicende. Quella di un teatro che ha scelto di tratteggiare un’altra Brescello – ricorderete tutti il set della fortunata serie di Don Camillo e Peppone. Di un attivista che, per sette anni, è stato costretto a subire una “ingiusta detenzione” (secondo il parere delle Nazioni Unite). E di un giornalista italiano che si è ritrovato, solo, ad affrontare una causa civile nonostante il suo editore fosse la nostra mamma Rai.

Partiamo da Reggio Emilia, in questo peregrinare in cerca di risposte, facendo una premessa prima di incontrare Monica Morini e Bernardino Bonzani, cofondatori del Teatro dell’Orsa. Vi preghiamo di avere pazienza, cari lettori, ma le storie hanno bisogno di un tempo per essere narrate.

Nel 2017 Marco Martinelli (Deus ex machina del Teatro delle Albe di Ravenna) scrive Saluti da Brescello su commissione del Teatro di Roma per rappresentare l’Emilia-Romagna nell’ambito del progetto Ritratto di una Nazione – L’Italia al lavoro. Monica Morini e Bernardino Bonzani presentano una lettura scenica del testo all’interno del Congresso provinciale della CGIL di Reggio Emilia – a ottobre del 2018 – e programmano presso la Casa delle Storie (il nuovo spazio del Teatro dell’Orsa recentemente inaugurato nel quartiere del Gattaglio, sempre a Reggio Emilia, n.d.g.) un incontro con Donato Ungaro (la cui vicenda è tra le fonti di ispirazione, per Marco Martinelli, del succitato testo) e Paolo Bonacini (giornalista che si è occupato del processo Aemilia), così da affrontare i possibili collegamenti tra le mafie e il tessuto economico-politico dell’Emilia-Romagna. In questa occasione, Monica e Bernardino ricevono un’email certificata dall’Avvocato Ermes Coffrini (ex sindaco di Brescello) che li avverte: “Con tutto il rispetto dovuto ad ogni iniziativa contro le mafie, allego copia della querela depositata contro l’ex vigile Donato Ungaro. Al fine di mettere a conoscenza, di chi sia realmente questo personaggio e le palesi falsità con cui è riuscito a costruirsi una carriera da professionista dell’antimafia”, accompagnata dalla querela presentata al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano nei confronti dello stesso Ungaro, ma anche di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, “in qualità di autori materiali del testo in oggetto, anch’essi per il reato di diffamazione aggravata dall’attribuzione di fatti determinati” (sebbene Montanari non sia autrice né attrice di Saluti da Brescello). Così il Teatro delle Albe, non ancora avvertito di quanto sta accadendo perché la querela è al vaglio del Procuratore (che non è detto decida di procedere piuttosto che archiviare la denuncia), viene a conoscenza del fatto e scopre che anche altri teatri avrebbero ricevuto la medesima email recapitata all’Orsa.

Monica Morini E Bernardino Bonzani Foto Di Gaetano Nenna

L’affaire Albe da Reggio Emilia a Ravenna
Sentendo di come si sono svolti i fatti ci è sorto il dubbio sulla legittimità di quelle che sembrerebbero pressioni o addirittura una censura preventiva nei confronti del teatri ospitanti. A tal proposito, abbiamo chiesto al professor Alessio Lanzi – membro del Consiglio Superiore della Magistratura – se sia un comportamento corretto inviare dette email tese a impedire la messinscena di uno spettacolo: «Chiaramente no. La querela si deposita alla Procura della Repubblica che decide sulla condizione di procedibilità per l’eventuale illecito. Ovviamente è un atto nella disponibilità della parte – e qualche uso ne può fare. Se però l’uso blocca delle attività, può essere comparato a un’azione produttiva di un danno risarcibile. In altre parole, se l’azione provoca la disdetta di un incarico o che lo spettacolo sia tolto dal Cartellone, si può ricorrere al provvedimento cautelare d’urgenza chiedendo al giudice civile di inibire l’uso improprio di questa querela, in quanto produttiva, allo stato, di danni irreversibili».

A questo punto abbiamo incontrato Monica Morini e Bernardino Bonzani per farci raccontare come e perché siano stati coinvolti nella querela per diffamazione aggravata presentata dall’avvocato Coffrini contro Donato Ungaro, Marco Martinelli, Ermanna Montanari e Marco Belpoliti.
Monica Morini: «Nell’ottobre del 2018 avevamo presentato Saluti da Brescello durante il Congresso provinciale dalla CGIL di Reggio Emilia, e in quell’occasione avevamo conosciuto Donato Ungaro, le cui vicende sono il fulcro della pièce del Teatro delle Albe. Già in passato, però, tenendo laboratori sulla Costituzione nelle scuole e considerando la vicenda di Donato davvero esemplare, avevamo portato la sua storia quale esempio di come, facendo ognuno il proprio dovere fino in fondo, il mondo possa cambiare. Quando finalmente l’abbiamo conosciuto di persona è nato il desiderio di condividere in parte la sua storia, e ci è sembrato necessario accogliere la sua narrazione, accanto a quella di Paolo Bonacini, il giornalista che ha seguito il processo Aemilia per Il Fatto Quotidiano e la CGIL, in un appuntamento dedicato ai testimoni del presente presso la Casa delle Storie. Proprio perché la nostra struttura non è solamente un luogo di rappresentazione, ma anche un orecchio rovesciato sulle storie che rischiano di diventare invisibili anche quando sono eclatanti. Basti pensare alla narrazione del processo Aemilia, che è stato raccontato dalla stampa ma ormai appare come rimosso dall’opinione pubblica. Questa è la premessa. Ora veniamo al fatto. Donato Ungaro ci aveva avvertiti pochi giorni prima dell’appuntamento alla Casa delle Storie, il 1° marzo di quest’anno, che una serie di soggetti stavano ricevendo lettere dal sapore vagamente intimidatorio, che annunciavano una querela ai danni di Donato stesso e che lasciavano trasparire che ospitare una persona come Ungaro voleva dire dare spazio a una narrazione non corrispondente alla verità dei fatti – e forse si sarebbe potuti cadere nel cerchio dei querelati. A questo punto è stato lo stesso Donato a chiederci se volessimo continuare e noi abbiamo risposto che, doppiamente, dovevamo e volevamo farlo».

Quali pensieri e sensazioni ha suscitato in voi la lettera dell’avvocato Ermes Coffrini, ex sindaco di Brescello?
M. M.: «Il 1° marzo abbiamo ricevuto un’email certificata dello Studio di Ermes Coffrini, nella quale – avendo come Teatro dell’Orsa rappresentato uno spettacolo dedicato a Giovanni Falcone – abbiamo riconosciuto immediatamente un linguaggio dal sapore inconfondibile. Falcone era stato definito da alcuni, nella stagione che seguì il maxiprocesso (il processo di primo grado, tenutosi a Palermo tra l’86 e l’87 contro Cosa Nostra, che si chiuse con 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione, quasi tutti confermati nel ‘92 dalla Corte di Cassazione, n.d.g.), un “professionista dell’antimafia” – il che gli gettava addosso un manto di discredito: un inganno in cui cadde anche Leonardo Sciascia (che intitolò un articolo per il Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, I professionisti dell’antimafia, riferendosi a Paolo Borsellino in particolare, n.d.g.). A quel tempo, mi colpiva che Falcone dicesse che nel nostro Paese si muore di mafia, non solamente per colpa di Cosa Nostra ma perché lo Stato ti lascia solo. Intorno alla sua vicenda si muoveva lo sguardo degli invidiosi, di coloro che cercavano di abbassare la statura della sua persona e del suo lavoro. E siccome i commenti che ho sentito intorno a Donato Ungaro mi parevano del medesimo tenore, la nostra presa di posizione è stata immediata e ferma. Abbiamo condiviso l’email ricevuta con Donato – inoltrandogliela immediatamente; il quale, a sua volta, l’ha mandata al Teatro delle Albe. Questo va detto perché alcune lettere, inviate ad altri soggetti, non sono mai state condivise con i diretti interessati. Lascio questo fatto senza commenti, però penso che si debba decidere da che parte stare».

Qual è l’ultimo atto di questa narrazione, al momento?
M. M.:
«La controquerela di Donato Ungaro nei confronti di Ermes Coffrini. A questo proposito sono stata anche convocata dal Comando dei Carabinieri per testimoniare, come persona informata dei fatti, in che occasione avessi ricevuto la lettera e se potevo confermare il contenuto della stessa. Ciò che per me è stato importante, terminata la testimonianza, è stato lo scambio di battute che ne è seguito e la comune impressione che chi diventa parte attiva in questo Paese, schierandosi, è sottoposto a un doppio attacco».

Come può o come dovrebbe rispondere il mondo del teatro?
M. M.: «Ovviamente noi apparteniamo al mondo teatrale ma penso che, prima di tutto, siamo cittadini. Personalmente ho apprezzato che una figura come Massimo Mezzetti, assessore regionale alla cultura, abbia preso posizione a favore di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (lanciando, tra l’altro, l’hashtag #querelanacheme, n.d.g.). Questo gesto da parte delle istituzioni fa sentire meno soli coloro che appartengono al mondo della cultura. Mentre spesso ci si sente circondati da un silenzio assordante. Basti pensare che al Congresso provinciale della CGIL la nostra lettura scenica di Saluti da Brescello non è stata gradita da tutti i rappresentanti sindacali. Forse non è stato un caso che il segretario provinciale, Guido Mora, non sia stato rieletto. Forse la sua scelta di parlare di mafie e politica e dei collegamenti tra le stesse, attraverso una rappresentazione come quella scritta dal Teatro delle Albe, non è stata apprezzata da una parte del mondo sindacale. E d’altro canto anche la messinscena di Va Pensiero a Reggio Emilia (dal 22 al 24 marzo, al Teatro Ariosto, n.d.g.) ha creato delle tensioni. Io ero in platea e ho notato una certa freddezza. Basti dire che, di solito, Donato Ungaro è chiamato sul palco per i ringraziamenti e questa scelta crea un cortocircuito perché ci si rende conto che le vicende raccontate non sono frutto d’invenzione ma sono la nostra realtà – quotidiana, tangibile. Visto il clima in città, non è stato considerato opportuno farlo. Noi tutti, come cittadini, dobbiamo ricordarci che la cultura è sempre politica, un dare il nome alle cose e un denunciare che il re è nudo. Mai chiudere gli occhi, mai tacere».

18 Ermanna Montanari Marco Martinelli 3 Foto Claire Pasquier
18 Ermanna Montanari Marco Martinelli 3 Foto Claire Pasquier

A questo punto abbiamo deciso di sentire Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, raggiungendoli a Timișoara, in Romania, dove si trovavano per una serie di sopralluoghi relativi a un prossimo step del progetto sulla Divina Commedia. Da lì ci hanno risposto aggiungendo subito un altro tassello al nostro puzzle. Ossia che, sebbene il testo oggetto della querela sia Saluti da Brescello ed Ermanna Montanari sia coautrice non dello stesso ma di un altro spettacolo, Va Pensiero che, come intitola Matteo Cavezzali su RavennaeDintorni.it, “racconta storie di resistenza alle mafie”, è stata comunque querelata dall’Avvocato Coffrini. Questa – chiamiamola – stranezza è spiegata subito dalla diretta interessata: «Nella querela l’ex sindaco di Brescello, Ermes Coffrini, fa confusione – e non credo per distrazione – tra Saluti da Brescello, il testo incriminato, e Va pensiero, il testo di cui ho curato, insieme a Marco, ideazione e regia. Per questo mi merito la querela. Mentre nel primo le statue di Peppone e Don Camillo raccontano, facendo nomi e cognomi, dei veri protagonisti della storia accaduta a Brescello (quindi anche dell’ex sindaco Coffrini), in Va pensiero abbiamo trasfigurato la cronaca, spostandola in un paese immaginario dell’Emilia-Romagna, intrecciandola ad altre vicende, cambiando i nomi di tutti. Ma allora perché anche Va pensiero ha dato così fastidio all’ex-sindaco, fino al punto di alludere a esso nella querela? Semplice: perché sapeva che Va pensiero sarebbe stato programmato a Reggio Emilia, la città dove Ermes Coffrini ha il suo studio legale di avvocato, proprio di fronte al teatro. E anche il direttore del teatro, Paolo Cantù, che ha ospitato lo spettacolo, ha ricevuto la lettera intimidatoria, del genere: sappiate che se ospitate Va pensiero, anche voi potreste passare dei guai».

Come drammaturgo, Marco Martinelli, si è mai posto il problema di non scrivere qualcosa perché avrebbe messo a rischio se stesso e la sua Compagnia?
Marzo Martinelli:
«Ho sempre scritto seguendo le intuizioni che mi sembravano giuste e necessarie. Ho sempre sentito vicine e complici, sia Ermanna, che con me condivide il processo di ideazione dei testi; sia le Albe, che poi quei testi producono e mettono in scena. Se uno scrittore comincia a censurarsi da solo, per l’arte è finita».

Il mondo teatrale, i vostri colleghi attori, drammaturghi, registi, vi stanno sostenendo o sentite un certo vuoto intorno a voi?
Entrambi: «Abbiamo avuto tante manifestazioni di sostegno. Per primo, dal nostro sindaco, Michele de Pascale; dall’assessore alla cultura dell’Emilia-Romagna, Massimo Mezzetti; da Libera Emilia-Romagna; e anche da amici attori, registi e critici. L’ex sindaco ha spedito in giro la querela col solo scopo di diffondere fumo e paura, un metodo che in questi ultimi anni va per la maggiore, e in situazioni ben più drammatiche della nostra. Stiamo all’erta».

Il teatro è spesso considerato uno spazio ludico o residuale. Eppure, le querele dimostrano che può ancora fare paura. Come lo spiegate?
M. M.:
«È una fortuna. Una buona notizia. Significa che il teatro è ancora vivo, ancora disturba».

Come pensate di rispondere, da artisti (per le vie legali, ovviamente, ci saranno gli avvocati), a questo attacco?
Entrambi: «Continuando a mettere in scena sia Saluti da Brescello, in programma a maggio a Ravenna; sia Va pensiero, che tornerà la prossima Stagione in varie città italiane».

Per chiudere il cerchio di questa prima tappa nell’universo della libertà di espressione, abbiamo contattato anche Marcella Nonni, direttore di Ravenna Teatro e tra i fondatori storici del Teatro delle Albe. Lo abbiamo fatto perché, anche se si ha dalla propria la verità dei fatti e si ottiene l’appoggio delle istituzioni e dei colleghi, incorrere in una causa legale è comunque un grave dispendio sia di energie sia economico. Oltre al fatto che le email dell’avvocato Coffrini mirano a bloccare la messinscena di uno spettacolo prodotto e che deve essere distribuito.

Marcella Nonni:
«Faccio un breve preambolo. A oggi, 3 aprile 2019, non abbiamo ancora in mano la querela. Bensì una sua fotocopia, presentata dallo Studio legale associato Coffrini, nella persona di Ermes Coffrini, il sindaco storico di Brescello – che ha ricoperto l’incarico per quasi vent’anni. Mentre, ed è giusto specificarlo, il Sindaco in carica al momento dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose era il figlio, Marcello Coffrini. In questo documento si legge che Ermes Coffrini querela gli autori del testo, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, nonostante solamente quest’ultimo abbia scritto Saluti da Brescello; querela l’ex vigile urbano di Brescello che ha ispirato la pièce, Donato Ungaro; e persino il direttore editoriale di Doppiozero, Marco Belpoliti, per averne pubblicato il testo. Questa fotocopia ci è arrivata per email da Donato Ungaro, che l’aveva ricevuta dal Teatro dell’Orsa. Non solo. Altre email del medesimo tenore – ma che io non ho letto di persona – sarebbero state inviate alla CGIL di Reggio Emilia e persino a Paolo Cantù, il direttore dei Teatri di Reggio Emilia, dove a marzo era in programma Va Pensiero. Questo atteggiamento, che definirei intimidatorio, ci ha lasciati basiti».

A questo punto come vi siete mossi? Ci sono stati contraccolpi?
M. N.: «Donato Ungaro doveva fare un’iniziativa proprio a Brescello intorno all’8 marzo, ma il Comune è parso restio a concedere la Sala. Donato ha deciso, quindi, di rilasciare un’intervista nella quale chiedeva spiegazioni e aggiungeva che stava girando copia di una querela mossa anche contro di lui, ma che non aveva ancora ricevuto ufficialmente. Ovviamente, l’affaire è diventato pubblico e il primo a mettere il dito nella piaga è stato Il Fatto Quotidiano – a cui hanno fatto seguito alcuni giornali locali con una serie di interviste a Marco Martinelli ed Ermanna Montanari».

Qual è stata la risposta della città di Ravenna e delle istituzioni a questo stato di cose?
M. N.: «A pochi giorni di distanza, il 7 marzo, il Sindaco Michele de Pascale, durante l’iniziativa Ravenna per Mediterranea, una raccolta fondi in favore della nave dell’omonima Ong, alla quale abbiamo partecipato con lo spettacolo Rumore di acque, ha fatto una dichiarazione pubblica nella quale ha solidarizzato con Marco Martinelli, Ermanna Montanari e il Teatro delle Albe, affermando di non aver paura delle querele. Anzi, ribadendo che a maggio andrà in scena Saluti da Brescello e, nella prossima Stagione teatrale, riprenderemo Va Pensiero. Affermazione ribadita nell’iniziativa regionale del 21 marzo con Libera, alla quale hanno partecipato tutti i Comuni della Regione, e durante la quale anche l’assessore regionale alla cultura, politiche giovanili e per la legalità, Massimo Mezzetti, si è dimostrato solidale, facendo anche un comunicato in tal senso. Le istituzioni sul territorio hanno preso subito una posizione chiara. E aggiungo che Libera Ravenna – oltre che a livello regionale e nazionale – ha espresso solidarietà nei nostri confronti, così come Don Ciotti».

Per una Compagnia di livello internazionale e ben radicata sul territorio, ma che certamente non ha grandi margini per far fronte a lunghe battaglie giudiziarie, cosa significa affrontare una querela e, soprattutto, la possibilità dell’ostracismo del mondo teatrale?
M. N.: «L’esempio migliore è stato dato dal Direttore dei Teatri di Reggio Emilia, Paolo Cantù, sebbene sia arrivato solamente l’anno scorso da Torino. Ha difeso, anche di fronte al suo Consiglio di Amministrazione, la scelta di mettere in scena Va Pensiero perché – e riporto al meglio le sue parole – primo, ha un linguaggio teatrale e drammaturgico fondamentale; e, secondo, affronta temi importantissimi per la nostra Regione. Ha tenuto, quindi, una posizione ferma nonostante le succitate email e il fatto che a maggio ci siano le elezioni comunali. Ma citerei anche il Teatro Astra di Torino. Dove, non solo abbiamo messo in scena Va Pensiero, ma vi è stato un incontro (intitolato La mafia dal sud al nord. Raccontare la mafia che cambia e le sue infiltrazioni, n.d.g.) al quale ha partecipato Giancarlo Caselli (magistrato, già Procuratore della Repubblica a Palermo e a Torino, n.d.g.). In quell’occasione si è avuta una prima riflessione su questi tentativi intimidatori. Inoltre, quando riprenderemo Saluti da Brescello, a maggio, e poi Va Pensiero, in Stagione, Libera Ravenna e Libera regionale hanno già dato la loro disponibilità a costruire un’iniziativa comune sul territorio. Vorrei però aggiungere che Ermes Coffrini non è nuovo alle querele, avendo già denunciato alcuni giornalisti, tra i quali Peter Gomez e Antonio Roncuzzo de Il Fatto Quotidiano. In ogni caso il nostro avvocato, che ci aveva seguito anche riguardo allo spettacolo dedicato a Marco Pantani, è in contatto anche con i legali di Donato Ungaro e con la rivista Doppiozero, dato che vogliamo creare un terreno comune di confronto e di lavoro. Questo comporta un impegno non irrilevante ma ci sembra importante non farci fermare da queste cose, che sicuramente ci complicano la vita, ma che è obbligo affrontare senza farsi sopraffare, anche se – dobbiamo ammetterlo – non siamo avvezzi alle battaglie giudiziarie».

Il vostro pubblico e la società civile vi stanno sostenendo?
M. N.: «La risposta da parte dei nostri concittadini, del mondo teatrale e anche di quello dell’informazione è stata immediata. Tanti nostri spettatori hanno fermato Marco ed Ermana per la strada. Noi parliamo di chiamata pubblica quando affrontiamo la messinscena della Divina Commedia. In questo caso la chiamata pubblica ha portato a una risposta precisa e solidale da parte davvero di tante persone».

Julian Assange August 2014L’affaire Assange e la cruda realtà sui cosiddetti danni collaterali
La seconda tappa del nostro viaggio ci porta nel Regno Unito, dove è detenuto Julian Assange, tra i fondatori di WikiLeaks. Di lui si è molto parlato e, come sempre, più che attenersi ai fatti, si è deciso di prendere posizione. Noi vogliamo fare un minimo di chiarezza e porci delle domande – scomode.
L’attuale accusa, ancora pendente, e che mette Assange a rischio di condanna negli Stati Uniti, è di aver violato la Computer Fraud and Abuse Act (una legge sulle frodi e gli abusi informatici). Dall’affidavit statunitense si apprende che Assange avrebbe chiesto a Manning informazioni per craccare una password, ma che non vi siano prove né che abbia ottenuto risposta né che sia riuscito nell’impresa. A cosa sarebbe servita questa password? Secondo il Premio Pulitzer Gleen Greenwald (che rivelò il programma illegale di sorveglianza di massa dei governi statunitense e britannico, grazie ai documenti forniti dall’ex tecnico della Cia, Edward Snowden), l’accusa reale contro Assange sarebbe di aver cercato di aiutare Manning a mantenere l’anonimato mentre scaricava i documenti consegnati a WikiLeaks.
Perché allora alcuni colleghi affermano che non si possano commettere illeciti di nessun genere anche per rivelare la verità dei fatti? I documenti diffusi da WikiLeaks sono serviti a denunciare le atrocità commesse dai militari statunitensi in Iraq e Afghanistan. Per farsi un’idea basta vedere il video Collateral Murder con le riprese e le voci originali dei militari Us su un elicottero Apache, mentre massacrano civili iracheni, tra i quali due bambini che si trovavano su un van fermatosi per dare soccorso a un ferito a terra. Aberrante il commento di uno tra i militari che, saputo che avevano sparato su dei bambini, afferma: «Well, it’s their fault for bringing their kids into a battle. That’s right», ossia che se l’erano cercata, in quanto avevano portato dei bambini in battaglia (da notare che i buoni samaritani ammazzati si trovavano a passare su una strada di Baghdad e non sulla linea del fronte). A vederlo, e a ricordare le narrazioni dei mass media su quelle guerre e sui cosiddetti danni collaterali, viene in mente un passo di Renaud, in Venezia salva di Simone Weil: “Oui, nous rêvons. Les hommes d’action et d’entreprise sont des rêveurs; ils préfèrent le rêve à la réalité. Mais, par les armes, ils contraignent les autres à rêver leurs rêves. Le vainqueur vit son rêve, le vaincu vit le rêve autrui” (Sì, noi sogniamo. Gli uomini d’azione, attivi, sono dei sognatori; preferiscono il sogno alla realtà. Ma, per mezzo delle armi, costringono gli altri a sognare i loro sogni. Il vincitore vive il proprio sogno, il vinto quello altrui, t.d.g.).

E adesso poniamoci di fronte al presunto illecito commesso da Bradley, ora Chelsea Manning, e/o Assange considerando anche altri due fattori. Il primo, che l’ex amministrazione Obama ha scelto, nel 2017, di non incriminare Assange per non creare un precedente contro la libertà di stampa, e di liberare la Manning. Il secondo che, da sempre, il giornalismo investigativo si destreggia tra equilibrismi ardui – tra diritto alla privacy, timore di querele, carcere e citazioni per danni. Eppure tutti, ancora oggi, ricordano il famoso Scandalo Watergate come un esempio di buon giornalismo. Ma nessuno si pone la questione di quale sia il discrimine tra aprire e/o forzare uno schedario e sottrarre o fotocopiare documenti secretati (come erano i Pentagon Papers, alla base del succitato scandalo) e introdursi, magari anche con una password craccata, in un computer per recuperare documenti ovviamente secretati.

A questo punto ci sarebbe da chiedersi chi voglia davvero, e perché, l’estradizione di Assange negli Stati Uniti.

Paolo Barnard

L’affaire Paolo Barnard e l’autocensura dei giornalisti
La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber in tempi non sospetti. Ma per garantirla, occorre la verità. Quella che dovremmo pretendere come cittadini. E allora decidiamo di incontrare un giornalista che non si è mai posto il dubbio se narrare, o meno, il nostro presente, Paolo Barnard.
E anche qui, caro lettore, ti dobbiamo chiedere un po’ di pazienza perché occorrono alcune premesse.

Barnard, nel 2001, firma Little Pharma & Big Pharma per Report, la trasmissione presentata da Milena Gabanelli sulla Rai. L’inchiesta si occupa del comparaggio (parola sconosciuta per una pratica ben nota) ossia, come si legge nella Treccani: “il reato in cui incorre un medico o un veterinario quando riceve, per sé o per altri, denaro o altra utilità, allo scopo di agevolare, con prescrizioni mediche o in qualsiasi altro modo, la diffusione di specialità medicinali o di prodotti farmaceutici in genere”. Ovviamente il denaro o altra utilità è elargito dalle case farmaceutiche (solo da alcune), anche a mezzo degli informatori farmaceutici (e anche qui occorre fare presente che non si vuole denigrare l’intera categoria per le azioni di pochi). Nel 2004 Paolo Barnard, Milena Gabanelli e la Rai sono citati per danni in solido da un informatore farmaceutico, ritenutosi danneggiato dalle rivelazioni fatte nell’inchiesta. Prima di chiedere a Barnard di raccontare la propria storia che, si noti, a distanza di 15 anni non si è ancora conclusa, diamo ancora spazio al professor Lanzi e al professor Filippo Donati, che insegna Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Firenze.

La prima domanda che rivolgiamo al professor Lanzi è per quale motivo sia lecito presentare una querela e se, in caso di verità della notizia, il querelante possa comunque pretendere un risarcimento, magari in sede civile, in quanto parte lesa dalla stessa: «Alla base c’è sempre la verità della notizia. Dopodiché si può esercitare il diritto di cronaca e di critica. La notizia è penalmente rilevante solo in quanto falsa. Se la notizia è vera, a livello costituzionale, c’è l’articolo 21 che garantisce la libertà di manifestazione del pensiero. Mentre, a livello penalistico, c’è la cosiddetta exceptio veritatis, l’eccezione di verità. Mi spiego meglio: se tu ritieni che io ti abbia diffamato pubblicando una certa notizia, mi quereli; però, se io dimostro che la notizia è vera, non c’è più diffamazione. O ancora, se il fatto determinato che ti ho addebitato è realmente avvenuto, anche se ti ha provocato dei danni, non c’è responsabilità».
Ma se la querela è un procedimento penale con contorni chiari, esiste anche la citazione per danni, in ambito civilistico, che sembra meno netta nella sua definizione e che – come nel caso di Barnard – comporta lungaggini processuali, spese legali rilevanti e richieste di risarcimento a volte spropositate se confrontate con le reali possibilità del giornalista (e qui sorge il dubbio che alcuni non mirino a un reale risarcimento, bensì a intimorire una categoria che, altrimenti, dovrebbe “scoprire e riferire la verità”). Il professor Filippo Donati ci spiega i criteri, individuati dalla Corte di Cassazione, in base ai quali l’esercizio del diritto di cronaca dovrebbe prevalere sul diritto alla riservatezza e all’onore del soggetto protagonista della notizia: «Tali requisiti sono, in primis, l’interesse generale alla pubblicazione della notizia. In secondo luogo, la veridicità sia oggettiva che putativa. Se il giornalista si è fidato, in buona fede, di fonti attendibili, il giudice è portato a ritenere legittimo il diritto di cronaca. E il terzo, la continenza, ossia il dire una cosa vera non in maniera disdicevole. Laddove il giornalista rispetti questi criteri, è esente da qualsiasi responsabilità. Ovviamente oggi la professione si è complicata perché esiste anche una legislazione sui dati personali estremamente dettagliata, con sanzioni anche abbastanza pesanti».

Sentiti i pareri dei giuristi, il lavoro del giornalista parrebbe garantito – e ognuno di noi dovrebbe essere paladino della verità senza macchia e lancia in resta. A questo proposito chiediamo subito a Paolo Barnard a quale punto sia la citazione per danni a distanza di ben 15 anni: «La causa è un mistero assoluto. C’è stata una prima condanna da parte di un giudice in merito alla citazione di un informatore farmaceutico che adduceva di aver perso il posto di lavoro a causa della mia inchiesta. Ricordo che in udienza andammo separatamente, sebbene fossimo stati citati in solido, Milena Gabanelli, la Rai e io. Il Giudice, in ogni caso, rigettò le dichiarazioni della parte lesa di cui sopra perché si scoprì che non solamente non era stato licenziato a causa dell’inchiesta, ma che l’azienda gli aveva offerto una buonuscita cospicua. Dopodiché il fascicolo non fu differito al Tribunale penale perché questa persona aveva commesso un reato, ossia il comparaggio, che aveva pubblicamente ammesso; né ebbe alcuna ripercussione per aver mentito nella memoria. Al contrario, il Giudice condannò Rai, Gabanelli e Barnard in solido per violazione della privacy, sebbene l’individuo fosse stato colto in fragranza di reato. Secondo me, sarebbe come se filmassi di nascosto un camorrista che chiede il pizzo e fossi condannato come giornalista perché ho violato la privacy del camorrista. Per questo danno gli fu riconosciuto un risarcimento in solido che non riesco, al momento, a quantificare esattamente ma ricordo che era molto elevato. L’informatore farmaceutico pensò, comunque, che non fosse congruo e decise di andare in appello. A quel punto io, impossibilitato a continuare a difendermi perché i costi erano troppo alti, fui consigliato dall’avvocato di non presentarmi nel prosieguo, sperando nella vittoria dello studio legale della Rai in appello. Nel qual caso la sentenza avrebbe ricadute positive anche nei miei confronti. Da quel momento non ho più saputo niente: vago in un limbo».

Come spiega che l’inchiesta fu messa in onda nel 2001, replicata su volere Rai nel 2003 ma la citazione in giudizio risale al 2004?
P. B.: «I tempi per la querela penale sono certi, mentre – se succede come a me – di essere citati civilmente la questione si complica. Innanzi tutto, va detto che le querele penali che hanno interessato i giornalisti Rai sono molte e gli editori, normalmente, non hanno problemi a difendere i proprio giornalisti perché le spese da sostenere sono contenute. Il problema nasce quando ci si trova di fronte a un’azione civile e le richieste della cosiddetta parte lesa lievitano a centinaia di migliaia o a un milione di euro. La mia fu la prima richiesta di risarcimento danni in solido in ambito civile per una trasmissione giornalistica Rai. A quel punto la Rai, per non stabilire un precedente nei confronti dei giornalisti, sia dipendenti che freelance, decise di abbandonarmi».

La Rai e Milena Gabanelli, invece di far fronte comune, si fecero forti impropriamente della manleva, clausola inserita nel suo contratto per garantire l’editore che acquisti un pezzo o un’inchiesta che, nel caso una terza parte reclami la paternità dell’opera, non sarà obbligato a risarcirlo in solido con il giornalista. Come si sentì?
P. B.:
«Una prima cosa da tenere in considerazione è la mole di fogli che componeva ogni contratto che i freelance sottoscrivevano per ciascuna inchiesta di Report. La clausola di manleva era inserita in fondo e nessuno pensava di leggersi tutto quel malloppo. Ma ciò che era più importante, per me, era che Report fosse nato da un gruppo di amici: io stesso ne ero tra i co-fondatori, e quindi il rapporto si basava su questa amicizia e sulla fiducia reciproca. Chi mai si sarebbe immaginato che a pagina 20 ci fosse una clausola, scritta in piccolissimo, che riguardava la manleva? Solamente dopo l’accaduto, ho scoperto che questa clausola è prassi comune nei contratti della stampa».

L’avvocato Antonello Tomanelli sulla clausola di manleva generica scrive, su http://www.difesadellinformazione.com, che: “riesce davvero difficile immaginare la conformità di una simile clausola all’art. 2, comma 3°, Legge n. 69/1963 (…), il quale stabilisce che ‘Giornalisti e editori sono tenuti […] a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione tra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori’. Una norma di legge che impone ‘la cooperazione tra giornalisti e editori’ non può legittimare l’eccesso di egoismo di chi usufruisce dell’articolo del giornalista per incrementare le vendite e, nel contempo, imputa in via esclusiva a quest’ultimo i rischi della pubblicazione”.
P. B.:
«In effetti la clausola di manleva, nel mio caso, è stata efficace per la Rai e Milena Gabanelli dal punto di vista tecnico, perché, primo, ho dovuto sostenere le mie spese legali; e secondo, la Rai e Milena Gabanelli hanno chiesto, di fronte al Tribunale Ordinario di Roma, nel 2005, di “porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria”. E aldilà che il magistrato abbia giudicato che non era certamente Paolo Barnard che inseriva i nastri per la messa in onda in Rai, rigettando la richiesta della manleva; allo stesso tempo, non giudicò la clausola illegittima bensì che non si applicasse nel caso specifico. Certamente bisognerebbe fare una battaglia contro gli editori che la applicano in quanto contraria all’Ordinamento della professione di giornalista, ma soprattutto perché è una forma ricattatoria prestampata nei nostri contratti. Perciò, se un giornalista la contesta, rifiutandosi di fare un’inchiesta a meno che non sia stralciata dal contratto, l’editore semplicemente passa il lavoro a un collega. Se si vuole lavorare si deve accettarla, fidandosi nel senso di responsabilità dell’editore. Per anni Milena Gabanelli ha tranquillizzato tutti noi. Purtroppo, la fiducia – nel mio caso – è stata tradita».

Vi sono possibilità di emendare l’attuale legislazione in merito alle citazioni per danni?
P. B.: «Ovviamente il diritto di querela va garantito perché bisogna proteggere le persone dal reato di diffamazione. D’altro canto, nelle cause civili, anche se si commisurasse la richiesta di risarcimento alle reali possibilità economiche del citato, non si risolverebbe il problema, secondo me, perché se un giornalista dovesse far fronte a più richieste, finirebbe rovinato. E se ogni volta che un collega fa un’inchiesta dovesse pensare che rischia di tirar fuori una certa cifra, anche piccola per alcuni ma magari consistente per altri, non farebbe più questo mestiere per paura di ritrovarsi sul lastrico. Vorrei sottolineare un secondo fatto. Penso che non si dovrebbe imporre la liquidazione del risarcimento già al termine del primo grado. Primo perché, se in appello il citante perde, è difficile per il citato ottenere la restituzione di quanto versato in tempi certi. E secondo, perché non vanno sottostimate le spese legali a cui, in ogni caso, si va incontro con una causa».

Quali sono oggi le minacce a un’informazione libera?
P. B.:
«La prima è l’apatia del pubblico. Quando mai il pubblico sostiene un giornalista che ha fatto un’inchiesta e si ritrova nei guai? Si limita, dato che esistono i social media, a mettere i like o ritwittare un messaggio. Il giornalista si ritrova solo. Mentre, se il potere sentisse la pressione dell’opinione pubblica, il peso delle forze in campo cambierebbe. La seconda minaccia è costituita dagli stessi social media che, se sono utili in alcuni casi, in altri hanno ricadute devastanti. Faccio un esempio concreto. Se un teatro capisce con intelligenza dove colpire un potere forte e mette in scena uno spettacolo che punta il dito su un vero problema, ma nello stesso momento i social indirizzano l’attenzione su un altro fronte, l’opinione pubblica sarà trascinata altrove senza nemmeno capire e analizzare quanto stia realmente accadendo. Cambiando fronte. L’Italia è un Paese con 4 milioni di poveri, abbiamo un’economia in crisi, e io dico e scrivo che il problema non è l’immigrato bensì il pareggio di bilancio, ma se i social media bombardano il pubblico con immagini e frasi sui migranti, l’opinione pubblica non si fermerà mai a pensare e considerare quanto io, o noi, le stiamo dicendo anche con fatti e cifre alla mano. Quando un giornalista onesto o un cittadino o un artista individua e denuncia un centro di potere reale, non ha la stessa forza di spostare l’opinione pubblica che ha, al contrario, e senza nessuna pezza d’appoggio, un social media».

Il giornalismo non ha nessuna colpa rispetto alla distrazione o all’apatia della società civile?
P. B.: «La nostra categoria, da oltre mezzo secolo, ha imparato in massa, e non individualmente, una semplice regola, quella dell’autocensura. Il giovane giornalista, come il giovane medico ospedaliero, appena entra nell’ambiente si accorge delle cose che non funzionano – delle mancanze, l’incompetenza, le vere ragioni delle nomine, i ritardi, gli sprechi, gli errori – e allora capisce che se vuole non dico fare carriera, ma vedersi assegnato un incarico, deve stare zitto. Questa forma di omertà generalizzata è disastrosa».

Vogliamo davvero sapere la verità?
Dall’Emilia-Romagna al Regno Unito e ritorno. La libertà di espressione, su un palco, su un blog, sulla tv pubblica (che, tra l’altro, finanziamo come cittadini con il canone) o su un quotidiano, persino in strada, è sottovalutata e denigrata perché spesso confusa con il pettegolezzo; mentre il pettegolezzo impera su quegli stessi mezzi di informazione, senza censure e senza querele – obnubilando la mente e conciliando il torpore della domenica pomeriggio.
Come mai, ci si domanda, l’Ordine dei giornalisti e i sindacati di categoria non pretendono almeno che gli editori istituiscano e alimentino un fondo che serva per pagare le spese legali dei colleghi querelati e, soprattutto, citati civilmente? Un segnale, questo, che sarebbe, forse, in controtendenza in uno Stato che è al 43° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa (poco sopra, guarda caso, al Paese al quale l’Occidente guarda come faro della democrazia, gli Stati Uniti, scesi al 48°).
Forse, come cittadini prima ancora che come spettatori o lettori, dovremmo renderci conto che non basta un tweet o un like per fare la differenza. Perché, come dice Marco Martinelli, se uno scrittore (ma potremmo aggiungere, un giornalista) comincia a censurarsi da solo, per l’arte (e la verità) è finita. Se è ora di decidere da che parte stare, come ricordava Monica Morini, è perché troppo spesso: “La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere, a girare la testa e a tacere” (Albert Camus).

Per le foto si ringraziano:
Gaetano Nenna per la foto di Monica Morini e Bernardino Bonzani
Claire Pasquier per la foto di Ermanna Montanari e Marco Martinelli

 

 

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