La malattia spettrale

Incipriati di bianco e con le occhiaie nere, gli Spettri di Ibsen si rincorrono senza posa in uno spazio scenico allargato, che lambisce le poltrone del pubblico, quasi a ricreare l’atmosfera dell’Intima Teatern di Stoccolma, diretto per alcuni anni da Strindberg. Agli spettatori non resta che partecipare al dramma familiare ibseniano e farsi sfiorare dai suoi fantasmi, che sono anche i nostri.

Uno spettro si aggira per i teatri Roma: è quello di Ibsen. Non più tardi di novembre scorso, infatti, nella peculiarissima cornice del Teatro di Documenti è andata in scena la sinistra storia della famiglia Alving, per la regia di Giuseppe Venetucci, con un impianto drammaturgico coerente e un’affiatata squadra di attori (si veda la nostra recensione).

Potente e innovativa, perfino troppo audace, la proposta di Walter Pagliaro, che – come dichiarato nella nota di regia – ci regala una «lettura contemporanea, secca e nervosa» del testo ibseniano, inserita nel quadro più ampio di un progetto sulla drammaturgia nordica, già avviato dall’Associazione culturale Gianni Santucci con Il pellicano di Strindberg.

Regine, Engstrand, il pastore Menders, la signora Alving e Osvald: un andirivieni di fantasmi che sfruttano l’intera sala del teatro, le sue uscite, il palcoscenico esteso fino alle prime file di poltrone, ricoperte con lenzuola bianche, e che instaurano una singolare intimità con il pubblico, attonito di fronte al loro psicodramma e alla progressiva rivelazione della verità.

Sul lato destro del palco, campeggia una riproduzione dell’Isola dei morti di Böcklin, il celebre dipinto di cui conosciamo ben cinque versioni, comprese tra il 1880 e il 1886. Non si tratta solo di un’associazione tematica, legata al rito funebre che il dipinto racconta: vi vediamo una barca con a bordo un rematore, una sfavillante sagoma bianca (una vedova? o forse Caronte stesso?) e un feretro scivolare su acque scure (Acheronte?) alla volta di un’isola dall’aspetto sepolcrale, brulicante di cipressi.

Ad essere esplicitamente chiamato in causa è l’omonimo frammento teatrale di Strindberg (datato 1907), in linea con quanto afferma Franco Perrelli, il traduttore della pièce cui abbiamo assistito: «possiamo capire Strindberg solo attraverso Ibsen, così come possiamo comprendere profondamente Ibsen proprio attraverso Strindberg». Nell’Isola dei morti di Strindberg, si narra l’incontro tra un Maestro ed un Morto, che in vita faceva l’insegnante.

Nonostante i ripetuti richiami del primo, il Morto – che ancora farnetica sulle sue abitudini mondane – fa fatica a svegliarsi, fino a quando – dopo essere stato condotto nella sua cappella mortuaria – intraprende un dialogo col Maestro sull’importanza della memoria, sull’insano desiderio che invece molti uomini hanno di dimenticare, sull’inconsistenza quasi onirica della vita.

L’atmosfera emotiva suscitata da Strindberg in questo lavoro incompiuto, successivo a Spettri (1881) ma coevo ai suoi due drammi Sonata di fantasmi e Il pellicano (entrambi scritti nel 1907), permea la versione di Pagliaro, che per caratterizzare i personaggi sembra essersi ispirato alle enigmatiche parole del Maestro: «Gli uomini non sono come sembrano, e non sembrano quello che sono: in realtà non sono».

Tutti i temi ibseniani – il passato che inesorabilmente interferisce col presente, le perversioni della famiglia borghese, l’inutile rivolta contro il conformismo, la disgregazione della personalità – sono portati in scena dagli attori che recitano spostandosi su un delicato crinale, tra veemenza e deliquio, momenti di contrizione e improvvisi accessi di collera, come tanti fantasmi che non si arrendono a scomparire una volta per tutte, tormentati da incancreniti rimorsi e impossibili aspirazioni.

Ammirevole l’interpretazione di Micaela Esdra, attrice di lungo corso che, nel ruolo della signora Alving, ha saputo introdurre stilemi e movenze dell’immaginario tragico classico: la particolare grana della sua voce, roca e sospirosa, l’andatura claudicante unita all’uso del bastone ne fanno una figura chiaramente drammatica, che sembra portare su di sé tutto il peso del mondo. Igor Mattei, nel ruolo di Osvald, riesce a restituire le sfacettature della sua disperazione, grazie a una recitazione ansiosa, irrequieta, sempre sull’orlo della crisi, fino alla deflagrazione finale, in cui supplica la madre di porre fine alle sue sofferenze, dovute ad un’inspiegabile malattia ereditaria. Ruolo non facile, che Mattei ha incarnato decostruendo l’impianto naturalistico, così da permettere al pubblico di intravedere il turning point in cui l’angoscia si avvita su se stessa.

Si tratta del momento in cui Alving è disperato non perché è consapevole della propria debolezza (un medico francese lo aveva definito vermoulu, affetto da una tara), ma perché intuisce che il disperarsi stesso accresce la sua debolezza. Come osserva Kierkegaard, verosimilmente non estraneo al mondo poetico ibseniano, la malattia mortale non è quella che conduce alla liberazione della morte, ma quella del moribondo che agonizza senza riuscire a morire: «quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta speranza, allora la disperazione nasce venendo a mancare la speranza di poter morire» (La malattia mortale).

Che cosa significa vivere, se non morire la propria morte? Volersi sbarazzare di se stessi, senza potersi annientare? Con i suoi Spettri, Ibsen mette in scena l’autodistruzione dell’io, per dirla con le parole del filosofo danese, «un’autodistruzione impotente di fare ciò che essa vuole» (La malattia mortale).

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Palladium
Piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma

Spettri, un dramma familiare
di Henrik Ibsen
traduzione di Franco Perrelli
drammaturgia e regia Walter Pagliaro
con Micaela Esdra, Igor Mattei, Giorgio Crisalfi, Fabrizio Amicucci, Dalila Reas
scene e costumi Luigi Perego
produzione Associazione culturale Gianni Santuccio – Centro Diaghilev

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