Il Direttore artistico di Teatri di Vita

Facebook, 1° maggio. Una collega mi suggerisce di guardare una serie di post sul social, ben noto a tutti, perché Stafano Casi sta ponendo una questione importante: trasparenza, parametri e dialogo con professionisti e cittadinanza quando si nomini il Direttore di un teatro nazionale (in questo caso, partendo dalla candidatura congiunta proposta da Casi e Andrea Adriatico a Emilia Romagna Teatro Fondazione). Immediatamente mi attivo per portare la conversazione in ambito, secondo me, più consono – ossia sulle pagine di due riviste (persinsala.it e inthenet.eu) – dove spero che il tentativo di discussione proposto da Casi con lucidità e – visti tempi e modi italiani – coraggio, sia occasione per un ripensamento dell’intero settore.

Se la vostra candidatura alla direzione di Ert fosse stata accettata, quali proposte avevate, lei e Andrea Adriatico, in serbo per una tra le maggiori istituzioni teatrali italiane?
Stefano Casi: «Non credo sia corretto esporre adesso il nostro progetto, perché suonerebbe come contrapposizione a quello del nuovo direttore artistico, cosa che non è mai stata nostra intenzione. Peraltro, conosco e stimo il nuovo direttore Valter Malosti, e sono convinto che abbia un progetto di qualità che avrà bisogno di cura e di tempo per essere realizzato. Quello che ho sollevato con il post che ho scritto su Facebook (e l’ho fatto prima della pubblicazione della nomina), è stato un problema di natura metodologica e non di contenuti».

La vostra candidatura – da quanto ho capito – è stata bocciata perché congiunta. Eppure scegliere una sola figura per funzioni tecnico-amministrative e funzioni artistiche spesso sfocia nell’assunzione, dopo un certo periodo di tempo, di consulenti artistici. D’altro canto, il binomio Grassi/Strehler dovrebbe dimostrare come sia nel solco della tradizione un affiancamento di competenze.
S. C.: «Noi abbiamo presentato una candidatura in coppia, in linea con la nostra storia professionale, alludendo idealmente proprio alla coppia Grassi/Strehler che storicamente ha posto le basi concettuali e operative per inaugurare in Italia il concetto di teatro come servizio pubblico. Non abbiamo guardato solo alla storia, ma anche all’attualità: è recentissima la nomina di una coppia come Ricci e Forte alla Biennale Teatro. Certo, il Decreto Ministeriale e lo Statuto della Fondazione Ert parlano convenzionalmente di ‘direttore’, ma non escludono esplicitamente direzioni collettive, quindi la candidatura in tandem ci era sembrata non solo legittima, ma anche stimolante rispetto alla possibilità di rimettere in gioco un pensiero complessivo sulla gestione e direzione di un Teatro Nazionale. Detto questo, e a prescindere da questo caso specifico, credo anch’io che in realtà la soluzione prospettata dall’esempio Grassi/Strehler, cioè la soluzione più ‘antica’, possa essere anche in realtà la più moderna: un direttore generale e un direttore artistico che lavorino in simbiosi e dialettica. Ma in questo caso, la formula dovrebbe collegare le due figure in modo indissolubile, con nomina e scadenza contestuale, per evitare che uno dei due possieda un potere superiore all’altro. Al di là delle figure, è il progetto comune a dover avere la fiducia dei rispettivi consigli di amministrazione: si vince insieme, si gestisce insieme, si chiude insieme l’esperienza».

Lei ha mosso una critica precisa al requisito dell’avere, genericamente, ‘esperienza nella direzione artistica dello spettacolo dal vivo’. Eppure per lo stesso ruolo in Teatri Nazionali, a volte, si scelgono figure che non sono nemmeno specifiche di direttori, bensì nomi noti con tutt’altre competenze. Quali pensa dovrebbero essere i criteri da valutare?
S. C.: «A essere onesti, il bando di Ert prevedeva in un altro articolo altri punti sulla valutazione dei candidati, che prevedono conoscenza del panorama nazionale e internazionale, esperienza nell’interazione con il territorio, competenze amministrative e così via. La mia critica si rivolgeva alla risposta ufficiale generica che abbiamo ricevuto a proposito della nostra presunta ‘non sussistenza dei requisiti’, laddove l’articolo che elenca i requisiti era assolutamente generico. Certo, il problema di direzioni affidate a nomi di richiamo, o peggio, è centrale ed è una questione ritornante a ogni cambio di direzione, con l’inseguimento del nome più o meno di grido. La Toscana o il recidivo Abruzzo sono solo alcuni esempi: chiaramente non è negativa la persona in sé, spesso di qualità nel suo specifico campo, ma proprio l’idea sostenuta da istituzioni che credono che valga di più il nome popolare cinetelevisivo della qualità professionale specifica nel campo dell’organizzazione teatrale, oppure – peggio – che la facciata di un nome di grido, spesso inevitabilmente poco avvezzo a ruoli complessi di direzione di grandi organismi teatrali, consenta di sfruttarlo richiedendogli impegni parziali o promozionali e quindi di fatto facendo gestire tutto da qualcun altro in secondo piano. Ovviamente si spera sempre che l’attore cinetelevisivo di turno venga folgorato sulla via di Damasco della direzione artistica teatrale, ma qualche dubbio rimane… Ecco, per cominciare proprio dai criteri, comincerei col far pesare in egual misura l’esperienza, la formazione e la proposta artistica. A proposito della formazione, siamo ormai pieni di master di specializzazione in questo àmbito (io stesso insegno a quello in Imprenditoria dello spettacolo dell’Università di Bologna), quindi mi sembra assurdo continuare a ignorare l’esistenza dei molti percorsi formativi che puntano proprio a consolidare la categoria di figure manageriali e dirigenziali con competenze anche di progettazione culturale. Questo non significa escludere gli outsider, ma di fondo lascerei ai registi la creazione artistica ed eventualmente progetti a termine (come appunto fa, per esempio, la Biennale), puntando maggiormente su figure di direttori artistici come categoria a sé».

Lei ha affermato di essersi proposto anche per aprire un dibattito/dialogo tra istituzioni, artisti e magari società civile così da rendere forse più limpida, alla fine della selezione, la scelta della candidatura alla direzione di Ert. Ma è questa la prassi nel teatro italiano?
S. C.: «Purtroppo no. Con la nostra candidatura puntavamo ad aprire un dibattito sugli obiettivi di un Teatro Nazionale. Nella nostra ingenuità pensavamo che si sarebbero saputi i nomi dei candidati, e che si sarebbe avviato un confronto con loro e altre figure del mondo della cultura, in modo da offrire anche più elementi di riflessione per la scelta – rigorosamente autonoma e rispettabile – del CdA di Ert. Perché Ert è giuridicamente della Fondazione, ma idealmente è della comunità. E invece, per mesi non è trapelato nessun nome, salvo ricevere la PEC dell’esclusione solo poche ore prima la pubblicazione del nome del nuovo direttore. A questo punto, il mio intervento si è spostato necessariamente su un altro piano: non più i contenuti ma la procedura. L’intero processo è stata un’occasione persa per affrontare l’avvicendamento della direzione con trasparenza. Una fase così importante è stata gestita in un fortissimo riserbo, legittimo certo, ma sbagliato dal punto di vista di una politica culturale aperta al confronto. La cosa per me sconvolgente è che la consegna del silenzio si sia estesa ai 100 candidati (almeno il numero si conosce). Cioè, noi siamo stati gli unici a dichiarare di aver partecipato: gli unici su 100, e questo è davvero incredibile e inquietante al tempo stesso. Non capisco se sia per personale riserbo o disinteresse, per paura di dichiarare una ‘sconfitta’ (cosa che mi sembrerebbe assurda, visto che sono tutti sicuramente candidati di qualità, la cui autorevolezza non diminuirebbe certo) o per non rivelare le proprie carte in vista di altre possibilità in altri contesti e in altri teatri. Sta di fatto che noi abbiamo bucato l’omertà, e già questo fa notizia: ma l’omertà c’è quando si fa qualcosa di male, non quando si partecipa a una gara. Non capisco davvero. Nel migliore dei mondi possibili, nel quale continuiamo ostinatamente a credere, perché altrimenti non ci occuperemmo di arte, gare come questa dovrebbero avere la serietà e la franchezza di gare come quelle di architettura, dove se proprio non tutti i candidati, vengono almeno resi noti i nomi della shortlist e anche i loro progetti. Anzi, gli architetti arrivati secondo o terzo si fanno vanto del loro piazzamento. E pubblicano i loro progetti. In questo modo, chiunque può vedere, fare i confronti e capire il senso delle scelte, non per mettere in dubbio il risultato finale, ma almeno per comprendere e valutare. E allora perché non fare così anche nel nostro campo? Ognuno dei 100 candidati è portatore di una visione di teatro. Magari 100 sono troppi, facciamo la shortlist dei 10: perché non pubblicare i 10 progetti finalisti, in modo da capire come si collochi la nuova direzione di Ert in rapporto a quelle 9 che il CdA non ha preferito? Ribadisco: non è questione di polemizzare, ma proprio come nell’architettura, è questione di cogliere l’occasione di una sfida per attivare un dibattito sulla qualità progettuale del futuro. Provate a pensare che bello: ci sarebbe stata la possibilità di conoscere 10 idee diverse sul futuro dell’Ert. Provate a pensare alle potenzialità di dibattito sulla politica culturale di questi anni, ben oltre l’Ert».

L’intervista continua su www.inthenet.eu approfondendo anche argomenti altri – come i fondi del PNRR destinati al teatro, le proposte di teatro online e la nuova piattaforma, voluta dal Ministro alla Cultura Dario Franceschini, ItsArt.

Nella foto: Stefano Casi (gentilmente fornita dall’intervistato).

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