L’altra faccia del teatro contemporaneo

Stefano Casi. Condirettore di Teatri di Vita, spazio bolognese che dagli anni Novanta fa della ricerca e della sperimentazione necessarie la propria ragion d’essere e che, dal 2005, organizza il Festival Cuore di…, dedicando ciascuna edizione a un Paese al centro della cronaca, con l’intento di scoprirlo aldilà degli stereotipi: attraverso la cultura e i linguaggi artistici contemporanei.

1) Quali sono le problematiche che deve affrontare chi produce teatro contemporaneo fuori dagli ex Stabili?

2) Quali dovrebbero essere i parametri e i principi di una Legge quadro sul finanziamento della produzione teatrale dal vivo che risponda alle esigenze delle Compagnie off?

S.C.: «Ciò che mi interessa è individuare le criticità. E l’obiettivo sarebbe trovare il giusto equilibrio tra quantità e qualità. L’attuale decreto sul Fus favorisce in maniera esagerata l’aspetto quantitativo e rivela un’idea di fondo ben precisa: quella di favorire un teatro inteso come impresa di produzione. Il problema è riuscire a definire con chiarezza se sia lecito che lo Stato finanzi un’impresa commerciale all’interno di un sistema capitalistico e, in subordine, cosa sia prettamente commerciale e cosa possa pretendere di essere considerato prodotto culturale, laddove la cultura sia il fattore determinante per ottenere i finanziamenti pubblici. Faccio un esempio pratico. L’attore che ha avuto fama televisiva, attorno al quale si costruisce uno spettacolo che ha successo, è un’impresa commerciale. Ma si può dire che non faccia cultura? Certamente questo prodotto avrà già delle entrate da sbigliettamento che dovrebbero renderlo di per sé autosufficiente e, quindi, il contributo pubblico non dovrebbe essere necessario. Questo ragionamento, però, comporta un problema di altro tipo. Lo Stato deve colmare i vuoti di bilancio? Ecco che la questione si può rilanciare sul terreno della qualità. Eppure, mi domando: la qualità che riesce ad avere introiti da botteghino, non necessita di aiuti o potrebbe pretenderne, comunque, per fare meglio? D’altro canto, il finanziamento dello Stato dovrebbe premiare il progetto o consentire, semplicemente, agli artisti che non riescono a sopravvivere con il loro mestiere, di poter continuare a lavorare? Forse una strada da esplorare, per valutare la qualità, potrebbe essere quella dei peer groups. Certo, l’Italia è un mondo a sé dove trovare dei critici o degli osservatori completamente esterni al fare teatro mi sembra difficile, anche se potrebbe essere un percorso interessante».

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