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Persinsala ha intervistato il musicista napoletano Stefano Gargiulo, reduce dal prestigioso Festival della musica di Hollywood dove ha ottenuto il premio Best Instrumental Album of the Year con Netherworld, lavoro rilasciato su diverse piattaforme il 13 febbraio.

Stefano, lei è un giovane compositore napoletano, reduce da un grande successo ai Los Angeles Music Awards. Prima di arrivare a parlare dell’album che le ha permesso questa vittoria, ci racconti come è arrivato a partecipare a questa importante manifestazione e com’ è stata l’esperienza.
Stefano Gargiulo: «Sono venuto a conoscenza di questo concorso tramite internet; di solito utilizzo il web proprio alla ricerca di concorsi di composizione musicale e cose del genere perché, se utilizzato bene – è un mezzo potentissimo in tal senso. Vidi questo concorso dei LS Music Awards e, dal momento che probabilmente il sogno di ogni compositore è quello approdare a Hollywood, pensai subito di provarci. Quindi contattai l’organizzazione per chiedere se potevo partecipare dall’Italia e, dopo aver ricevuto il loro ok, inviai una canzone che avevo già scritto per la mia compagna, Miriam, dal titolo Lilith’s song, un walzer un po’ particolare. Dopo venti giorni mi scrissero dicendo che avevo avuto la nomination per la categoria di Miglior album orchestrale dell’anno e potevo quindi consegnare le altre cinque o sei tracce del disco. Qui in effetti c’era stato un fraintendimento: io avevo proposto un solo pezzo, ma avendo poca dimestichezza con la lingua inglese, sbagliai a segnare la categoria per la quale mi presentavo. Senza scompormi più di tanto accettai la sfida e, nei tempi che mi indicarono, inviai un intero disco. In effetti, in contemporanea, stavo collaborando con un team che produce videogames. Loro stavano realizzando un gioco per il quale mi sembrava fosse necessaria la stessa musicalità di Lilith’s song, quindi creai altri brani sulla sua stessa sonorità per il videogioco. A quel punto il disco era pronto e lo spedii a Los Angeles dandogli lo stesso nome del prodotto videoludico, ovvero Netherworld. Dopo dieci giorni mi venne confermata la nomination per la categoria. Da lì poi partii per Los Angeles e arrivò la vittoria».

Sapeva già di aver vinto quando è partito?
SG: «Assolutamente no. Mi sono presentato a Los Angeles a scatola completamente chiusa, senza sapere se avessi vinto o meno. Poi, quando sono tornato in Italia, ho scoperto che avrei potuto saperlo preventivamente inviando una mail».

Quali sono state le sue parole alla premiazione?
SG: «Alla premiazione avevo in mente un discorso di ringraziamento in un inglese abbastanza maccheronico, ma davanti all’emozione della vittoria, mi è sfuggito anche quello».

È vero che durante la serata di premiazione indossava sotto gli abiti una maglia del Napoli? Quanto conta l’appartenenza alla città partenopea nella sua produzione musicale?
SG: «Sì, è verissimo, la indossavo. Tra l’altro il giorno dopo andai a Santa Monica al mare con la stessa maglia. Non è stato un gesto scaramantico il mio, semplicemente volevo arrivare sul palco e far vedere la maglia per lanciare un messaggio preciso, ovvero che Napoli non è solo camorra, ma tanto altro. Sai, generalmente non fa notizia il cane che morde il padrone, ma il padrone che morde il cane. Di Napoli si parla solo in male, volevo che in quella occasione se ne parlasse in bene. Riguardo l’influenza che la città ha avuto o meno nella mia produzione, posso dirti che io sono cresciuto con il folk e l’etnico, che hanno sonorità viscerali napoletane come quelle della NCCP, di Bennnato, Peppe Barra ed Enzo Avitabile. Nella composiozione risento relativamente di queste influenze, anche se, quando posso, inserisco sempre piccole scale che riportano la melodia napoletana. Quasi come l’artista che firma il suo quadro, io metto questa firma alla mia musica».

Questo rimando alla melodia napoletana c’è anche nell’ultimo disco, Netherworld?
SG: «In alcuni brani sì. Tuttavia, non sempre è stato possibile perché sarebbe sembrata una forzatura».

Lei nasce come autodidatta quando, all’età di 16 anni, ha avuto in regalo la prima chitarra elettrica. Qual è il suo percorso musicale? Quali i generi che l’hanno influenzata?
SG: Ho iniziato con la chitarra elettrica suonando i Nirvana, i Doors, i Pink Flyod, passando per i Dream Theatre. Poi mi sono seccato di fare queste scale (assoli) e mi sono acquietato col genere folk, etnico, acustico. Quest’ultimo richiedeva strumenti più a fiato e a corde (violino, mandolino) e questo ha significato per me andare alla scoperta di altri strumenti. Poi ho scritto alcuni brani con un gruppo, i Resonance. Da lì ho coltivato sempre di più dentro di me la cultura dello strumento musicale e il desiderio di vivere ognuno di questi da solista».

Arriviamo al disco, Netherworld, uscito venerdì 13 febbraio. Un lavoro completamente strumentale che già da un primo ascolto si presenta molto onirico e dalle sonorità cinematografiche. Sette tracce e una durata di 15 minuti complessiva: cosa deve aspettarsi chi ascolta il suo album?
SG: «Niente. E questo lo dico in maniera molto umile. L’album non è nato per essere venduto perché non è questo che mi interessa. La musica non si deve vendere, ma vivere. L’ho fatto uscire in vendita perché molti me l’hanno chiesto per condividerlo e ho scelto di distribuirlo sulle piattaforme digitali affinché arrivasse ovunque».

C’è una canzone a cui è particolarmente legato dell’album e perché?
SG: «Sì, è Lilith’s Song, che ho dedicato alla mia compagna Miriam. Senza di lei io non avrei mai composto quel brano e di conseguenza non sarei mai arrivato a Los Angeles».

Qual è la canzone secondo lei meglio riuscita del disco?
SG: «A me piacciono tutte, non ce n’è una che preferisco. C’è, per esempio, una traccia di un solo minuto che si chiama Heart: un unico minuto, ma intensissimo. Tutte le canzoni sono nate – e in generale nascono – da una ispirazione, da un momento. Non è un obbligo, vai lì a comporre perché senti come un richiamo».

Quali sono i suoi progetti immediati e futuri?
SG: «Sono andato in America per farmi conoscere a Napoli. Quando l’Italia ti rifiuta, l’America ti premia; un po’ come quello che è successo a Paolo Sorrentino con La Grande Bellezza, stroncato qui da noi.
Ho finito, intanto, la colonna sonora di un film low badget che si chiama Dylan Dog vs Freddy Kruger e ho terminato anche quella di un videogame di alcuni ragazzi di Chieti che uscirà nel corso del 2015».

Dove è possibile ascoltare il suo album o acquistarlo?
SG: «Su piattaforme digitali come Spotify, Itunes, Google play. Lo scopo è quello che arrivi davvero ovunque, abbattendo i limiti spaziali».

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