Ritratti d’autore

Una vita impossibile da scindere dall’arte, l’arte come gioia mai solitaria: Persinsala incontra Stefano Pasquini e il fantastico mondo delle Teatro delle Ariette «a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare» (Albert Camus).

Le Ariette compiono venti anni: come e da dove nasce l’idea di questo percorso, lungo e coerente, di drammaturgia dedicata ai valori della terra?
Stefano Pasquini: «Paola e io avevamo abbandonato il campo teatro nell’89 come due piante secche in un terreno inaridito, desertificato, sterile.
Trapiantate in questo nuovo campo, le nostre piante si sono riprese, la linfa ha ricominciato a scorrere. Dobbiamo tutto a questa nuova vita. La poetica di un artista nasce dalla sua esperienza, il suo racconto nasce dal suo punto di vista e noi guardiamo il mondo da qui, dalle Ariette, dal cuore di questa valle umida e fredda bella soltanto di una bellezza selvatica».

Le vostre attività sono «riconosciute e sostenute dalla Regione Emilia Romagna e dalla provincia di Bologna nel quadro della L. 13»: cosa significa concretamente?
SP: «Significa che dal 2003 noi presentiamo progetti triennali e bilanci che vengono valutati dalla Regione e che sulla base di questi progetti artistici ed economici la Regione assegna un contributo. Il contributo che abbiamo ricevuto per il 2015 è stato di 23.000€ a fronte di un bilancio di 160.000€».

Rimanendo sull’economico, il Deposito Attrezzi e i vostri spettacoli, anche quando in scena in grandi teatri, prevedono spesso posti limitati. Quanto sono necessari per la vostra progettualità i finanziamenti pubblici? Ne ricevete anche da fonti private?
SP: «Il finanziamento pubblico sostiene moltissimi settori di attività e non solo quello artistico e culturale. È una peculiarità dello Stato Sociale (welfare). Quello della legge 13 è un finanziamento diretto alla compagnia e a tutte le sue attività. I finanziamenti da privati (es. fondazioni bancarie che ogni tanto riceviamo partecipando a bandi di progetto) pure. Quando parliamo dei compensi che riceviamo in tournée dai teatri che ci invitano, non dobbiamo dimenticare che questi teatri sono a loro volta finanziati e ci pagano, almeno in parte, con questi finanziamenti. Gli incassi da biglietti coprono una piccola percentuale dei costi delle attività teatrali.
Questo è il sistema, e comincia ad Atene 2500 anni fa. I Re, i mecenati, le signorie, i comuni, poi le repubbliche… questa è storia. Poi possiamo dire che in questo sistema, come in tutti i sistemi, ci sono sprechi, corruzioni, inefficienze…».

Assistendo a Teatro da mangiare e Sul tetto del mondo, che hanno aperto  (all’Argentina) e chiuso (all’India) la stagione di Teatro di Roma, colpisce come non sia per nulla immediato o scontato tracciare il profilo del vostro spettatore medio. Anziani, giovani e giovanissimi, affezionati e nuovo pubblico: chi assiste e, soprattutto, cosa sta cercando il pubblico delle Ariette?
SP: «Credo che il nostro pubblico cerchi soprattutto un rapporto diverso con l’evento teatrale e un altro modo di essere spettatore. In altre parole rifiuta il ruolo di consumatore e giudice dello spettacolo. Il nostro spettatore non va a teatro per vedere l’oggetto e valutarlo, il grande attore e applaudirlo, non va a teatro per comprare uno spettacolo o un’ora d’intrattenimento. Il nostro spettatore viene a teatro per fare un’esperienza, emotiva e intellettuale, partecipare a un rito collettivo dove la comunità s’interroga sul proprio destino e forse tornare poi a casa diverso, cambiato, purificato, più consapevole e cosciente».

Sul tetto del mondo conferma l’estrema coerenza della vostra poetica di esaltazione dei valori della collettività e dell’umanità su quelli dell’economia e del successo. Pensate che, in una situazione di precarietà (anche emotiva e sociale) come quella che stiamo attraversando, l’anticonformismo dell’artista sia una scelta o una necessità?
SP: «L’anticonformismo non è una scelta e neppure una necessità. L’anticonformismo è la condizione indispensabile dell’artista. Non c’è arte né artista senza anticonformismo, ma, come diceva Albert Camus, “chi ha scelto il suo destino d’artista perché si sentiva diverso, capisce ben presto che non potrà alimentare la sua arte se non confessando la sua somiglianza con tutti”».

Un Festival d’autunno, laboratori teatrali e progetti, tournée all’estero, oltre che l’impegnativa gestione dell’azienda agricola a Castello di Serravalle (BO). La vostra è un’attività davvero instancabile. Come mai la scelta di questa varietà?
SP: «Vita e lavoro sono la stessa cosa. Non esiste il tempo del lavoro e il tempo libero. Esiste soltanto un tempo di vita. E noi desideriamo vivere pienamente, intensamente.
I desideri della vita sono la gioia, la conoscenza, la curiosità, il gioco… la specializzazione non è una necessità dell’individuo. Ogni essere umano gode della varietà di interessi, pensieri, attività e conoscenze. Così anche noi, come tutti, vorremmo non dover rinunciare a niente, tentiamo di tenere insieme invece di escludere.
Rifiutiamo di scegliere tra teatro e agricoltura, vita e lavoro. Per noi non sono questi i termini della questione, scegliamo la libertà, la libertà di sbagliare, di perdere un raccolto, di mancare uno spettacolo, ma cerchiamo di tenere tutte le porte aperte sul mondo».

Cosa si aspettano le Ariette dalla nuova stagione? E cosa deve aspettarsi il pubblico?
SP: «Ci aspettiamo di rimanere sempre fedeli a noi stessi e quindi cercheremo di essere sempre irriconoscibili, aperti a nuove sfide e scoperte.
Il nostro presente e anche il nostro futuro prossimo sono impegnati nella ricerca di Tutto quello che so del grano che non è soltanto il percorso di creazione del nostro nuovo spettacolo. Tutto quello che so del grano rappresenta un cammino di crescita e conoscenza sul rapporto che lega le nostre abitudini di vita e i nostri comportamenti con le radici della nostra civiltà.
Quella civiltà che ci ha insegnato i valori dell’ospitalità e della solidarietà, della giustizia, dell’uguaglianza e della fratellanza, della condivisione, ma anche della proprietà e della competitività, del merito, della tecnologia e in fondo anche della guerra.
Quella civiltà che nasce con la pratica dell’agricoltura, quando qualcuno ha raccolto un chicco di grano selvatico e ha cominciato a seminarlo, poi a selezionarlo per migliorare i raccolti, poi a chiuderlo in magazzini e ad accumularlo e poi commerciarlo, scambiandolo magari col sale… nel bene e nel male».

Prossimi impegni delle Ariette (Paola Berselli, Stefano Pasquini e Maurizio Ferraresi)

Teatro delle Ariette, Deposito Attrezzi (loc. Castello di Serravalle, Valsamoggia, Bologna)
23 giugno 2016 ore 20.30
Tutto quello che so del grano
Evento teatrale nella notte di San Giovanni
www.teatrodelleariette.it

Mittelfest , Cividale del Friuli, Castello Canussio
18 e 19 luglio 2016 ore 20
Tutto quello che so del grano secondo studio
www.mittelfest.org

Da vicino nessuno è normale 2016, Milano, Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini
22 luglio 2016 ore 21.45 > Tutto quello che so del grano secondo studio
23 luglio 2016 ore 19 > Tutto quello che so del grano evento teatrale collettivo
www.olinda.org

Festival Volterrateatro  2016
dal 25 al 31 luglio 2016
Tutto quello che so del grano secondo studio
Tutto quello che so del granoevento teatrale collettivo
www.volterrateatro.it

Territori da cucire
progetto di teatro e cinema per il territorio della Valsamoggia
dal 2 al 19 agosto

A teatro nelle case, XX edizione
23-24-25 settembre e 30 settembre, 1-2 ottobre

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