Il pianoforte secondo Stephen Hough

Al Conservatorio torna sul palco il pianista inglese Stephen Hough con un programma di grido che vale davvero la pena ascoltare.

Ci sono alcuni brani talmente famosi, belli, universalmente noti – e inevitabilmente inflazionati – che ormai, nelle sale da concerto, sono diventati una vera rarità. In un’epoca in cui proporre programmi ricercati, rari, di pezzi quasi sconosciuti, “fa fine”, ogni tanto ascoltare qualcuno che ha il coraggio di proporre un’infilata di capolavori senza tempo è allettante. E per un solista ci vuole coraggio perché il confronto con il passato e con i grandi è automatico e, spesso, il risultato può lasciare insoddisfatti gli ascoltatori più esigenti.
Hough apre con la celeberrima Sonata n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2 di Beethoven, nota ai più come Chiaro di Luna – titolo improprio, dato dall’editore e non dal compositore. L’esecuzione in sé non ha niente di particolarmente innovativo o illuminante: dopo un Adagio sostenuto in cui forse si poteva avere una cura persino maggiore del “bel suono” e un Allegretto scorrevole e senza troppi pensieri, segue un Presto agitato forse un po’ caotico in cui, a volte, manca un punto di riferimento. Non è chiaro il punto di vista del pianista circa questo terzo tempo: sicuramente la percezione dell’agitato arriva al pubblico, ma è come se mancassero la base d’appoggio e un po’ di chiarezza.
Dopo un classico del genere, è il momento della nuova proposta – l’unica in cartellone: la Sonata Broken Branches, composta dallo stesso Hough ed eseguita per la prima volta in Italia. Brano estremamente frammentario, con momenti diversi che mostrano, ognuno, la profonda conoscenza che l’autore/esecutore ha dello strumento e delle sue possibilità. Sonorità particolari che – fortunatamente – non portano mai il pianoforte all’estremo delle sue possibilità, come accade spesso e tristemente nella musica contemporanea.
Accoglienza tiepida del pubblico che si riscalda, al contrario, con un’interpretazione magistrale della Sonata n. 5 in fa diesis maggiore op. 53 di Skriabin: finalmente Hough si scalda e fa scintille in una pietra miliare del pianismo russo del Novecento – difficile nella struttura compositiva, ostica da studiare, imparare ed eseguire, in breve: un’autentica sfida. Ma in questa serata sembra che tutto scorra automaticamente e senza la minima fatica, anzi. Il risultato è un continuo generarsi di pura energia. Senz’altro, il modo migliore per concludere la prima parte, prima di affrontare il momento più atteso del concerto – ossia, la monumentale Sonata in si minore di Liszt: sei tempi che si susseguono senza soluzione di continuità per un totale di mezz’ora di musica. Le difficoltà di questo pezzo non si risolvono solo nel proverbiale virtuosismo lisztiano – per inciso, non si tratta di “far andare le dita” – ci sono questioni estetico-filosofiche, di suono, di equilibrio, di tenuta e di resistenza che non possono assolutamente essere sottovalutate e che Hough riesce a tenere sotto controllo con una ricetta tutta sua. Non è, infatti, la “solita” sonata tardo-romantica, proposta con tutte le caratteristiche che questa dovrebbe avere: al contrario, il solista fa scelte mirate e, a volte, inconsuete – come l’uso parsimonioso del pedale a favore di una pulizia e chiarezza che permette di ammirare la genuinità della sua tecnica, senza sotterfugi o scorciatoie, ma che, allo stesso tempo, fa ripensare con malinconia alla necessità di questa maniera di suonare, soprattutto in Beethoven.
A sorpresa tre bis, tutti dedicati a Chopin, grande assente in cartellone. Da un Valzer, Hough è passato alla Ballata n.1 e al Notturno op. 9 n. 2, lasciando intuire che il compositore polacco è senza dubbio nelle sue corde. A questo punto, non ci resta che auspicare un prossimo concerto, magari con un’integrale chopiniana.

Lo spettacolo è andato in scena:
Conservatorio G. Verdi – Sala Verdi

via Conservatorio, 12 – Milano
lunedì 21 maggio, ore 21.00

Beethoven Sonata n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2
Hough Sonata “Broken Branches”
Skriabin Sonata n. 5 in fa diesis maggiore op. 53
Liszt Sonata in si min

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