Viva il Teatro, Viva la Commedia!

Il terzo giorno di Festival dei Tacchi offre un doppio appuntamento impetuoso, in prima serata con il suggestivo epos isolano della compagnia Il Crogiuolo di Cagliari e in chiusura con la verve spregiudicata del duo tosco-veneto Mori/Zoppello, in arte Stivalaccio Teatro, per ricordare, in entrambi i casi, che senza il pubblico, il teatro non si fa.

 

Scritto nel 1972 dal poeta, romanziere, drammaturgo nuorese Romano Ruju e portato in scena per oltre 300 recite dalla cooperativa Teatro di Sardegna, con le ballate di Francesco Masala e la regia di Gianfranco Mazzoni, Su Connottu può definirsi a pieno titolo un classico del teatro sardo, nonché «primo teatro di prosa professionale» dell’isola, come ci tiene a sottolineare il direttore artistico del Festival, Gianfranco Biffi, nella terza giornata di spettacoli ierzesi. La storia messa in scena è tragica nella sua ripetitività di errori tipicamente umani: nel 1820, il sistema sardo di gestione della terra, improntato sul concetto di proprietà comune dei terreni, venne cancellato di colpo dal famigerato Editto “delle Chiudende”, tramite il quale il governo torinese, nel tentativo di creare una nuova classe borghese con origine contadina, ne frantumò il territorio agricolo, decretando che sarebbe stato sufficiente delimitare in qualche modo un pezzo di terra per diventarne automaticamente proprietari. I risultati di questa “corsa al muretto”, visibili ancora oggi nell’irregolare impianto di delimitazioni a secco che imbriglia gran parte della Sardegna come una rete dalle maglie sgranate, a prima vista tracciata dalla mano di un ubriaco, non sfuggirono nemmeno all’occhio cieco ma lucido di Melchiorre Murenu, l’Omero sardo, il quale tradusse in versi lo scempio messo in atto dai nuovi padroni di turno: «Tancas serradas a muru/Fattas a s’afferra-afferra/Si su chelu fit in terra/Si l’haiant serradu puru» (Terreni chiusi a muro/Fatti a chi ne afferra di più/Se il cielo fosse stato in terra/Avrebbero chiuso anche quello).

Quarantotto anni dopo, il 26 aprile 1868, gli echi del concetto di proprietà comune della terra e del potere come esercizio vicario della volontà popolare che rimbalzavano tra i monti dal giorno funesto dell’editto culminarono nella sommossa di “Su Connottu”, la rivolta nata dal grido levato da Pasqua Selis Zau, nota anche come Paskedda Zau, «“A su connottu, torramus a su connottu!”, al “conosciuto”, alla consuetudine, […] quando contadini e pastori protestarono contro la volontà del Consiglio Comunale di Nuoro di voler privatizzare le terre pubbliche». Questo sovvertimento dell’ordine delle cose note e la successiva perdita dell’innocenza collettiva, allora messo in scena da interpreti principalmente maschili, viene qui riproposto dalla compagnia cagliaritana Il Crogiuolo in una versione “da viaggio” animata dalle voci telluriche e potenti di Rita Atzeri, Gisella Vacca e Isella Orchis (quest’ultima già in scena con la prima rappresentazione dell’opera da parte del Teatro di Sardegna). L’adattamento per voci di donna voluto da Atzeri, attrice e direttrice della compagnia, è un tentativo, «senza stravolgere i contenuti della narrazione, di riportare equilibrio alla vicenda, almeno sul piano interpretativo delle voci in scena». Non avendo potuto questa penna, per difetto d’anagrafe, assistere alle innumerevoli repliche del Su Connottu di Ruju-Masala-Mazzoni, poco o niente si potrà dire sulle differenze tra l’opera prima e la reading del Crogiuolo. Quello che, invece, si può affermare con certezza, è che il trio in scena, (accompagnato dal sorprendente polistrumentista e compositore Nicola Agus) anche se limitato dal medium scenico prescelto, riporta nel dibattito molte delle questioni ancora irrisolte del passato prossimo e remoto della Sardegna, gettando solidi ponti vocali che si agganciano con maestria al petto dei presenti, collegandoli saldamente alla propria terra.

Più strutturato a livello scenografico e coreutico, invece, il secondo appuntamento della serata, una sorta di Carro di Tespi moderno abitato da due “guitti” talentuosi che terranno banco per quasi due ore, annegando il pubblico in un mare di risate sganascianti. «Giulio Pasquati, Padovano, in arte Pantalone e Girolamo Salimbeni, Fiorentino, in arte Piombino, sono due attori della celebre compagnia dei Comici Gelosi, attiva e applaudita in tutta Europa tra il 16° e 17° secolo. Sono vivi per miracolo. Salgono sul palco per raccontare di come sono sfuggiti dalla forca grazie a Don Chisciotte, a Sancho Panza ma soprattutto grazie al pubblico. A partire dall’ultimo desiderio dei condannati a morte prendono il via le avventure di una delle coppie comiche più famose della storia della letteratura, filtrate dall’estro dei due istrioni che arrancano nel tentativo di procrastinare l’esecuzione, tra mulini a vento ed eserciti di pecore. E se non rammentano la storia alla perfezione, beh, poco importa, si improvvisa sul tema dell’amore e della fame, del sogno impossibile, dell’iperbole letteraria, della libertà di pensiero e di satira con “l’unico limite: il cielo” come direbbe Cervantes».

Questo, dunque, il Don Chisciotte, tragicommedia dell’arte, secondo i fioi dello Stivalaccio Teatro, un escamotage teatrale incastrato dentro l’escamotage letterario per eccellenza, un’ode alla commedia dell’arte che, nonostante tutto, continua a resistere a tipi di fruizione della comicità più rapidi e, nel senso spregiativo del termine, televisivi. L’opera, atto primo della Trilogia dei Commedianti, oltre a essere l’incubo di qualsiasi amante della serietà, è un’ottima palestra attoriale per Marco Zoppello e Michele Mori, giovani e convincenti nei panni degli scalcagnati saltimbanchi dei Comici Gelosi, capaci della fatica non indifferente di tenere la scena quando questa, per proprio volere, è aperta a ogni tipo di intrusione e intromissione, umana o canina che sia. Il duo, aiutato nella stesura drammaturgica dal Maestro Carlo Boso, si lancia poi in una boutade al limite del geniale, intessendo sulle note di una struttura scenica semplice ma efficace, una mezz’ora di improvvisazione che fa definitivamente traboccare i cuori degli spettatori e delle spettatrici, convincendoli ad applaudire per molto più di un minuto le sgangherate vicende di due bestie di scena. «Uno spettacolo sul pubblico, per il pubblico e con il pubblico, perché è quest’ultimo che avrà il compito di salvare i due attori dalla morte… di salvare il teatro».

 

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Festival dei Tacchi
Cantina Antichi Poderi
Via Umberto I, 1 – Jerzu
giovedì 5 agosto 2021

ore 19:00
Su Connottu
da Romano Ruju, Francesco Masala, Gianfranco Mazzoni

adattamento per voci di donna Rita Atzeri
con Rita Atzeri, Maria Grazia Bodio, Isella Orchis, Gisella Vacca
musiche di Nicola Agus
produzione Il Crogiuolo

ore 21:30
Don Chisciotte, tragicommedia dell’arte
soggetto originale Marco Zoppello

elaborazione dello scenario Carlo Boso e Marco Zoppello
dialoghi Carlo Boso e Marco Zoppello
interpretazione e regia Michele Mori e Marco Zoppello
costumi e fondale Antonia Munaretti
maschere Roberto Maria Macchi
struttura scenografica Mirco Zoppello
produzione StivalaccioTeatro / Teatro Stabile del Veneto

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