La compagnia teatrale AdLP porta in scena al Teatro Trastevere di Roma Suicideveejayshow, scritto e diretto da Emiliano Rubbi e Giuseppe Pollicelli.

Sarebbe banale parlare di questo spettacolo come fosse la compiuta allegoria di una generazione condannata alla precarietà a vita, all’assenza totale di qualsiasi punto di riferimento a cui aggrapparsi per sperare un avvenire migliore, definita orami dal sociologo “generazione del lavoro mai”, nell’attesa – spesso delusa – di un’occupazione, di una qualche forma di retribuzione, di soddisfazione sociale ed umana, che non arriva mai. C’è sicuramente tutto questo in Suicideveejayshow, ma il messaggio che irrompe brutale, seppur confezionato in maniera agrodolce, è il caos complessivo in cui si muovono o tentano di muoversi queste figure, sempre più eteree, fantasmagoriche, allegoriche di un dramma che non ha precedenti nella storia recente e che segna i destini e le esistenze dei giovani e meno giovani.

Ed è precisamente questo gioco al massacro di rimandi tra le generazioni, di continuo parallelismo inconsapevole tra “le vecchie sicurezze” dei bei tempi andati (neanche tanto lontani) e l’assoluta incertezza presente, con l’impossibilità di progettare il domani, che tiene insieme le diverse età ed esperienze personali e collettive dei cinque protagonisti, cinque agenti dell’agrodolce disperazione contemporanea, che investe tutto e tutti, dando l’avvilente impressione che non ci sia scampo per nessuno.

Un’atmosfera di perniciosa attesa del “nulla”, di un qualcosa che certamente non verrà, l’uccisione istantanea di ogni sogno considerato impossibile, l’incapacità di realizzarsi connesso all’afasia comunicativa di personalità schiave dell’avvilente rinuncia a cercare una propria dimensione vitale, fanno da sfondo e sostanza al movimento scenico, all’autoanalisi verbosa di cinque rappresentanti di una generazione impedita nel suo libero sviluppo, nel suo poter anche sbagliare, correggersi ed andare avanti.

L’unica valvola di sfogo sembra essere quella di ritirarsi nel proprio affranto io e tentare una sorta di rivisitazione dei propri errori e delle proprie sconfitte, senza però relazionarsi concretamente con quella realtà che le ha prodotte. Una regia sottile e discreta, che non forza mai più del dovuto, che lascia parlare l’anima contraddittoria dei protagonisti, una scenografia scarna e precaria come la loro vita, passata davanti al televisore o in cerca di istanti vani e vacui di eros irrazionale, riesce ironicamente a tirar fuori l’essenza grottesca, surreale del presente, popolato da una pletora di personaggi a metà strada tra l’horror e l’erotico di serie B, in una dialettica incontenibile ma allo stesso tempo immobile, stagnante, in cui è sconsigliato riconoscersi.

Il suicidio può, in questo contesto fuori da ogni contesto, nella terapeutica ricreazione di una risata forzata ed impotente, rappresentare il tentativo di impossessarsi di una autenticità, di uno spazio di verità sottratto alla corruzione e alla inutilità del vivere contemporaneo, dove ogni gioco, anche quello più innocente e appartenente senza scopo né conseguenze, può tramutarsi in tragedia. La casa attraversata da musiche avvolgenti, dove i cinque ragazzi tentano disperatamente di setacciare la realtà al di là di qualsiasi concretezza, alla ricerca di una fantasia, di una psiche, di un vocabolario-immaginario su cui formulare una speranza, una traccia di futuro, è il luogo dove si consuma l’omicidio di un’utopia di emancipazione costruita sulla retorica dell’individualismo, della lotta di tutti contro tutti, per conquistarsi un posto al sole.

L’ottima prova di tutti gli attori, calati in modo perfetto nelle loro parti, la morbosità familiare della scena e la pregnanza narrativa di una cinica spensieratezza collante di un’indolenza sociale, a cui siamo ormai assuefatti, ci consegnano l’ennesima dimostrazione della complessità inestricabile del presente e, forse, ci indicano la strada per ripensare la nostra inconsistenza quotidiana, dare voce a quella disperazione che coviamo e non abbiamo il coraggio di tirare fuori, come elemento basico su cui articolare una nuova identità.

Lo spettacolo continua:
Teatro Trastevere

via Jacopa dè Settesoli, 3 – Roma
fino a mercoledì 22 dicembre

Suicideveejayshow
scritto e diretto da Emiliano Rubbi e Giuseppe Pollicelli
con Susanna Mingolla, Carlos Alberto Mendes Pereira, Emiliano Conti, Ludovica Argnani, Fabio Colagrande, Eleonora Petrucci, Paolo De Sanctis, Silvia Antonini, Giuseppe Pollicelli
direzione di scena e costumi Lucia Costanzo
scenografia Francesca Toscano e Gabriella Palazzo
luci Luisa Monnet
suoni Mario Tanimusiche originali Lemmings

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