Né forma, né sostanza

Compagnia Habitas presenta Surgèlami al Teatro Studio Uno, uno spettacolo sulla crisi della relazione di coppia.

Esistono allestimenti che risultano – o ambiscono a essere – significativi perché attinenti agli interessi di un determinato periodo storico, contesto psicologico o gruppo sociale. Di essi, quando riusciti, sorprende la capacità di spalancare l’immensa autenticità dei mondi interiori (The white room di Caterina Gramaglia), di toccare l’individualità da prospettive rivoluzionarie (In fondo agli occhi di Berardi e Casolari) o ribaltare il senso comune proprio laddove sembra essere più saldo e radicato (Gente come uno della compagnia Alma Rosè, la nostra rubrica Altrinsala), affrontando materie minute solo in apparenza.

All’interno di questo àmbito intende entrare Surgèlami, progetto della Compagnia Habitas, del cui proposito di «indagare la coppia e le tematiche, e dinamiche, che le ruotano intorno» non passano sottotraccia né la grave riduzione di questioni antropologiche o filosofiche (dall’incontro alla relazione) a semplici problemi di chi – volente o nolente – condivide uno spazio/tempo domestico con qualcun altro, né l’ambizioso approccio alla «forma della drammaturgia scenica, impostata su una serie di esercizi guidati, rielaborati e sviluppati, e di improvvisazioni in sala».

Mortificando la linearità logica della narrazione e offrendo una composizione fisica e vocale basata su «una molteplicità di punti di vista, per poi pensare un lavoro di composizione che metta insieme i vari spunti cercando un’organicità, o consapevole “disorganizzazione”, del materiale proposto», Matcovich restituisce la propria sfiducia nel presente in atto con l’esplicito interrogativo su «quali siano le difficoltà, le impossibilità di vivere oggi il rapporto di coppia?».

La declinazione della coppia nell’accezione dell’avere, del possesso di qualcosa che si può custodire e possedere, diventa un’astrazione improduttiva perché non implica più occuparsi dell’altro, ma è con comune e poco credibile fatica che Chiara Aquaro, Chiara Della Rossa, Armando Quaranta e Simone Ruggiero riescono a personificarne l’intrinseco ed egoistico impulso alla mera salvaguardia della propria sopravvivenza.
Lo stesso elettrodomestico che occupa interamente la scenografia, il cui utilizzo non costituisce certo una novità, rimandando al desiderio di controllo offerto da un oggetto che, congelando, strangola, immobilizza e schiaccia, descrive con troppa debolezza concettuale la coppia come abuso in cui nascondere l’incapacità di amare e in cui auto-imprigionarsi nella restrizione di un stato trascendente l’individualità. Accanto a questo fiacco impianto intellettuale, lo stesso congegno emotivo è sembrato, a sua volta, arrancare tanto in una gestualità interpretativa non strutturata e non sostenuta da un’adeguata costruzione dei caratteri, quanto in una limitata spontaneità nell’interazione con il pubblico.

Il corteggiamento volto alla conquista reciproca o al mantenimento dell’altro, l’unione basata sulla convenienza e sulla costumanza, sui mutui interessi e sulla rispettiva dipendenza, dunque su comportamenti e modalità che nulla hanno a che fare con la buona funzionalità della coppia, men che mai con l’amore, viene sublimata nel passaggio dall’attrazione sessuale alla vicendevole amichevolezza, dalla cotta all’illusione dell’amore, dalla complicità alla conflittualità, scempi esistenziali osservabili nella storia delle due coppie che nulla producono, né concretamente, né spiritualmente e che si denotano per la ricerca coatta di atteggiamenti costruiti su modalità passive, quali appunto il congelamento.

Il processo di individuazione delle quattro personalità scompare in un relativo (e poco convincente) processo di vestizione e svestizione esteriore e interiore all’interno del quale ci si accontenta di produrre e perpetuare il legame, così scadendo nella noia e smarrendo ogni bellezza, mentre la consapevolezza del mutamento della coppia che scoppia, da parte di singoli che hanno smesso di essere ciò che erano prima, si palesa banalmente nello spostamento dei rispettivi interessi da ciò che accomuna a ciò che divide, ossia dalla condivisione alla sottomissione e alla perversione sia consumistica che erotica.

Surgèlami azzarda allora una complicata trasfigurazione drammaturgica, quella della crisi della coppia contemporanea, cogliendone tuttavia solo la pars destruens, e finisce per volgersi al consapevole protagonismo di un ambiente nel quale il pubblico sarà chiamato alla com-partecipazione (attraverso la passività dell’interazione diretta con gli interpreti e il contributo mediato da biglietti consegnati prima dell’ingresso in sala), senza però realizzare il richiesto e coerente sacrificio dell’apparato testuale a favore di un poderoso impatto scenico.

La risposta all’interrogativo di cui sopra – che nelle note di regia è aperta («il lavoro, il futuro, la fiducia.. o forse, e più semplicemente, noi. Perché non siamo pronti? Perché non siamo più pronti?») anticamera di un radicale pessimismo a metà tra aforisma e suggestione sentimentale («Surgèlami per scongelarmi in tempi migliori») – in scena non riesce infatti a comporsi conformemente all’intenzione dichiarata di de-strutturare «le tematiche, e dinamiche» di coppia. Del modo di analizzare quest’ultima perplime, innanzitutto, la mancanza di una limpida intuizione drammaturgica, particolarmente sorprendente vista la complicità di Rosalinda Conti nelle vesti di dramaturg, figura preziosa e rara nel teatro di casa nostra, la cui presenza avrebbe dovuto garantire l’annunciato «intento specifico di un confronto teatrale e dinamico sulle linee proposte», nonché porre un argine allo scollamento tra palco e platea che, spesso e purtroppo, a torto o a ragione, caratterizza ricerca e sperimentazione artistica.

Rispetto a questo quadro, forse eccessivo per le attuali potenzialità della compagnia, la regia rimane incerta e confusa nell’individuare, se non con originalità o audacia, quantomeno con omogeneità una credibile linea drammaturgica, consegnandosi interamente a una restituzione banalmente demandata all’autocompiacimento attoriale, alla prevedibilità del disordine scenografico e all’incoerente spontaneità linguistica.

Un meccanismo teatrale che, pagando il dazio di un contenuto privo di radicalità e profondità, sembra ancora ben lontano dal compensarsi attraverso un compiuto e convincente formalismo.

Lo spettacolo continua:
Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca 6
9 – 26 febbraio 2017
da giovedì a sabato ore 21:00, domenica ore 18:00

Compagnia Habitas presenta
Surgèlami
progetto di drammaturgia scenica
con Chiara Aquaro, Chiara Della Rossa, Armando Quaranta, Simone Ruggiero
dramaturg Rosalinda Conti
regia Niccolò Matcovich
aiuto regia Riccardo Pieretti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.