Il futuro che verrà

teatro-del-giglio-lucca1Tra intime prigionie e terre remote, si dispiegano i nuovi itinerari del Giglio di Lucca.

Schiude i petali, il Giglio, i suoi freddi petali. Ancora qui, sempre. Come ogni anno.

Stagione 2013-2014, il primo del mese di agosto, il più torrido. La conferenza stampa ha luogo di mattina, sul palcoscenico, nel corso di un convegno. Presenti il Presidente Scacchiotti;  Tarabella, il Direttore Artistico; il Sindaco di Lucca, Tambellini; e Lattanzi, dalla Fondazione della Cassa di Risparmio; Del Carlo, dalla Banca Del Monte; e poi Innocenti, consigliere di Toscana Spettacolo.

Cominciamo dalla Lirica, come sempre accade.

Quattro titoli quest’anno, anziché tre. Tanti amori, tanti intrighi. Per ridere e bruciare non mancheranno le occasioni. Un viaggio, una corsa forsennata: dalla Spagna affocata della Carmen di Bizet discendendo verso l’Italia, verso l’ultimo Verdi, il Falstaff, squisitamente ispirato alle Merry Wives of Windsor shakespeariane; e poi ancora qui, in Italia, nei meandri dell’opera giocosa del XVIII secolo con Il Matrimonio Segreto di Cimarosa; e poi, più moderno, Offenbach e il suo Ottocento brillante, fantasmagorico, riflesso in  Les Contes d’Hoffmann, dalle trame accese e tragicomiche.

«Mi preme rilevare» dichiara Scacchiotti, «come tutte le opere liriche siano frutto di collaborazioni. Non c’è un solo titolo che non veda la presenza di uno o più teatri al nostro fianco.».

E poi la prosa, questo eterno infante che sempre cresce e costantemente si evolve. In tutto otto spettacoli quest’anno.

La Scena, di Cristina Comencini presenterà al Giglio la sua Prima Nazionale. Una vicenda scanzonata, i toni dell’opera buffa per un tema di giovani amanti e amicizie opposte con Angela Finocchiaro e Maria Amelia Monti. E poi L’Iliade, il trionfo della Stagione, un classico, o meglio, una reinterpretazione classica del classico, essendo l’Iliade all’origine, non soltanto della comune storia letteraria, ma anche di quella del Teatro del Carretto che festeggia col 2013 i suoi trent’anni d’incanto, scaturiti da una visionarietà che sconvolge sin dalle sue prime creazioni. E tra queste, l’Iliade firmata da Maria Grazia Cipriani e Graziano Gregori.

Tra novembre e dicembre Giuseppe Fiorello renderà omaggio alla memoria di Domenico Modugno con Penso che un sogno così… Mentre, in ambito internazionale, godremo del contributo di Peter Stein, per la direzione de Il Ritorno a Casa, un’opera intricata e profondamente analitica, uno scavo, una speleologia delle intime dinamiche tra gli individui, dei rapporti umani, delle famiglie, degli uomini, delle coppie. E di coppie vorranno parlarci Emilio Solfrizzi e Lunetta Savino in Due di Noi, una performance leggera e sarcastica con le sue tre vicende e i suoi tre tipi coniugali. Una polemica mordace ma ben celata sotto il crescente intrico della trama e dell’ilarità.

Questa Stagione si chiuderà con stile. Michele Placido e Sergio Rubini, diretti da Marco Bellocchio, porteranno alla ribalta un classico, Zio Vanja, di Anton Čechov. Ancora una casa, quella del professor Serebrijakov. Tutti gli amori di questa Stagione, eccoli rovinare nella noia, nel dramma, nella demistificazione. È appunto lo stile di Zio Vanja, un trascinio di vite bruciate e silenziose, una morte sottile e permeante. Morte che si concretizzerà soltanto più tardi, a febbraio, con le angosce pirandelliane di Non si sa come,  portato in scena dalla prestigiosa Compagnia Lombardi-Tiezzi, una pietra miliare del teatro italiano. Sulla scena dubbiosa, paradossale, lontanamente leopardiana dell’opera, l’uomo vive il conflitto della coscienza macchiata, lo sdoppiamento, l’incrinatura dei rapporti più intimi. E alla fine sì, la morte. E poi l’indagine, come sempre. La Torre d’Avorio, di Ronald Harwood (come dimenticare il suo Lord in Servo Di Scena?), anche questa incentrata, come altre creazioni di suo pugno, sulle devastazioni della Seconda guerra mondiale. E sullo sfondo di un conflitto estinto il direttore Furtwängler, l’indagato, si interroga sulla libertà dell’arte dai regimi e dalle tirannidi che appestano il mondo. E la prosa, quasi confusa, ammutolisce.

Chiudiamo con la danza. Quattro spettacoli, tre in prima toscana.

Quasi tutti approderanno da lontano, a partire da Les Ballets Trockadero De Monte Carlo (o Trocks, volendo abbreviare), corpo di danza composto da soli uomini. Lo spettacolo, quasi un tradimento, crea parodie graffianti nella loro eleganza a quel mondo scintillante e astioso che circonda e avvolge le étoile della danza. Il tutto accompagnato, naturalmente, da una tecnica ammirevole (non mancheranno le classiche punte).

Per dicembre saremo già lontani, oltre l’inverno, oltre il Natale. Il Royal Mongolian Ballet ci avrà già trasportati, con le sue luci, coi suoi ritmi, nella pace vibrante del misterioso Oriente. Tra favola, musica e spiritualità estrema, l’evento si prospetta forse come il più onirico tra tutti quelli che figurano in programma. A gennaio riempirà la scena Ailey II  dall’Alvin Ailey American Dance Theater: una rassegna di giovanissimi talenti; un energico, luminoso confronto tra la verve dei nuovi danzatori e l’ingegno dei coreografi emergenti. Uno schermo spalancato sul futuro possibile della nostra arte e delle nostre prospettive.

Infine, un corpo di ballo italiano chiuderà la Stagione. Quello del fiorentino Virgilio Sieni, una prima toscana in cui la compagnia “si apre alle infinite possibilità del gesto”.

Nulla è cambiato sul fattore degli abbonamenti: dalla possibilità classica si passa a scelte più trasversali che possono abbracciare diversi cartelloni. L’apertura ai giovani è ribadita sul fronte dei prezzi e degli abbonamenti speciali. Per gli anni futuri Tarabella allude a “un grande lavoro con Puccini al centro”. Attendiamo.

Agosto, rovente agosto. Brucia il Giglio sotto i palpiti del sole, la porta sigillata. E la porta promette cose.

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