Una disperata vitalità

Il Franco Parenti è arrivato alla sua quarantaquattresima stagione. Non sembra una cifra tonda eppure, come osserva Andrée Ruth Shammah, il 4 è il numero della completezza, dei quattro punti cartinali, delle quattro stagioni – è insieme la base sicura e il compimento; in ebraico la quarta lettera dell’alfabeto è il Daleth, che simboleggia il numero 4 e rappresenta una porta.

Ieri, 4 ottobre, è anche il primo giorno del nuovo anno ebraico. Possiamo allora vedere in questi simboli proposti dalla direttrice del teatro il riconoscimento di un processo compiuto, che è diventato struttura – Casa, come tanti artisti hanno definito questo luogo – e insieme porta, aperta al nuovo. E infatti queste sono le due direzioni in cui si muove la programmazione di quest’anno. Da una parte spettacoli con una storia più o meno lunga, che vanno difesi e che si prendono tempo per tornare e sedimentare, e in questo modo costruire un dialogo e una continuità con il pubblico e con la struttura ospitante rendendola così centro di una comunità di artisti che in qualche modo crescono insieme: così Gioele Dix torna per la terza stagione con il Malato immaginario, lo stesso in cui 35 anni fa impersonava Argan e proprio Franco Parenti prendeva le vesti del protagonista, e ripropone i GioveDix letterari, questa volta dedicati alla letteratura americana; insieme a Marina Rocco, Filippo Timi riprende Casa di bambola, facendo una scommessa con se stesso e sfidandosi, questa volta, a scendere più in profondità; Giuliana de Sio è alla 850esima replica – in venticinque anni – di Notturno di donne con ospiti, per la regia di Lamanna; un focus sarà dedicato a Mattia Torre, con tre suoi spettacoli di cui Migliore con Valerio Mastandrea; Giuseppe Cederna ci regala un assaggio di monologo di Mozart: ritratto di un genio, con cui sarà in scena a marzo, in continuità, in qualche modo, con l’Amadeus di Shaffer che aveva interpretato per la prima volta circa trent’anni fa; a distanza di vent’anni la compagnia Mauri Sturno riporta in scena Edipo re e Edipo a Colono, il primo per la regia di Andrea Baracco, il quale dirigerà anche una Madame Bovary riscritta da Letizia Russo e interpretata da Lucia Lavia; la compagnia Lombardi-Tiezzi sbarca invece al Parenti con L’apparenza inganna di Bernhard, che vinse il premio Ubu nel 2000 e viene ora presentato in un nuovo allestimento, mentre Piero Maccarinelli facendo da ponte tra Roma e Milano porterà Ciao di Walter Veltroni, «ultimo vero sindaco di Roma».

Ma accanto a questo c’è invece la porta aperta verso una nuova generazione di registi e attori, das non definire giovani per non sminuirli come artisti (come suggerisce l’articolo di Andrea Gentile sul Corriere della Sera), ma che certamente appartengono meno al compimento e più all’apertura. Così a novembre Isgrò, con Enrico Ballardini, porterà al Parenti il Baal di Brecht, un’opera di sacrale visceralità, oscena e poetica, il cui testo e la cui materia ci si aspetta che incontrino perfettamente la materia e l’immaginario del regista; Micheletti, che sarà ospitato in residenza al Parenti, si confronta invece con la Bibbia attraverso Le variazioni Goldberg, testo di Tabori che indaga il presente mettendosi alla ricerca delle radici dell’interpretazione. Raphael Tobia Vogel, oltre a dar vita a sei serate di Stand Up comedy insieme a Luca Ravenna e Giuseppe Pagliano, realizza Buon anno, ragazzi che riprende nel titolo il romanzo di Louis Malle e parla di un professore e di relazioni umane, ma di un professore di oggi, in relazione con la quotidianità e la difficoltà di comunicazione e di scambio tipiche del presente.
Interessante anche il progetto Pirandello tre generazioni a confronto, che propone tre spettacoli del drammaturgo siciliano: il ventottenne Fabrizio Falco lavorerà su Partitura P., Uno studio su Pirandello, Gabriele Lavia porterà L’uomo dal fiore in bocca, che ha debuttato il 30 settembre al Duse di Genova, con Michele Demaria e Barbara Alesse, e infine Valter Malosti si confronterà con Il berretto a sonagli.
Paolo Trotti, con Stefano Annoni, porterà invece in scena La Nebbiosa – opera di Pasolini dedicata a Milano, come a Pasolini si ascrive il titolo della stagione, Una disperata vitalità, che Andrée Ruth Shammah dedica tanto alla città quanto al fare teatro: alla città, perché si trova oggi in un momento magico, di energia ed entusiasmo, ma raccoglie in sé la disperazione di una Milano di periferie e migranti meno celebrata ma altrettanto vera, che attraverso il teatro può e deve essere raccontata. E poi al teatro in sé, perché alla radice del fare teatro c’è sofferenza, perché l’entusiasmo che in scena si trasmette agli altri scaturisce da una ferita, e perché se si è autenticamente disperati si è capaci di ridere – e far ridere – di questa disperazione, rendendola vitale, e questo è il modo per poter non solo e non tanto comunicare, ma essere compresi.

(Da Una disperata vitalità, di Pasolini:
«La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi»)

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